Articoli con tag: Libri

Il burlone

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C’era una volta Fomka il burlone, sapeva fare scherzi astuti. Una volta va Fomka per la strada; incontrò il pope: «Salve, Fomka!». «Salve, padre!» «Rallegrami con uno scherzo!» «Ah, padre, ne sarei felice, ma ho lasciato gli scherzi a casa». «Corria prenderli, per favore!» «Ma è lontano!» «Prendi il mio cavallo, caro». «Dammelo, padre!» Salì e si avviò dalla popessa: «Matuška, dammi settecento rubli; tuo marito ha comprato sette campi, sette villaggi, mi ha mandato a prendere i soldi, infatti mi ha dato il suo cavallo». La popessa gli diede settecento rubli; Fomka il burlone prese i soldi e andò alla palude; annegò il cavallo nella palude, gli tagliò la coda e la conficcò nel fango. Arriva dal pope: «Be’, padre, è vero che non hai dato da bere alla cavallina da almeno due settimane?». «Che significa?» «Ecco: mentre passavo vicino all’acqua, si è precipitata nella palude, e ci si è impantanata!» «Che fare! Andiamo a tirarla fuori!» Arrivarono alla palude: emerge solo una coda. «Entra, padre, nell’acqua!» «È meglio se vai tu, Fomka!» Fomka andò.
Allora il buffone si attaccò a un capo della coda, e al pope dall’altra parte; tirano da tutti i lati. Tirarono, tirarono, Fomka prese e mollò la presa della coda: il pope cadde a terra. «No» dice Fomka «è chiaro che il cavallo è andato per sempre! Ora non lo tireremo più fuori, abbiamo strappato la coda!» Il pope si rattristò-si rattristò e andò a casa. La popessa lo accoglie: «Allora, batjuška, hai comprato i sette campi, i sette villaggi?». «Quali, cara?» «Come?Fomka il burlone è venuto da parte tua e ha preso settecento rubli!» «Ah, che razza di ladro! Niente da dire: mi ha fatto un bello scherzo!» E Fomka, sornione, andò in città a sperperare i soldi altrui: nel baule del pope, dice, si stavano arrugginendo!
Fomka aveva due fratelli. Una volta accese la stufa, mise sul fuoco un paiolo con l’acqua e si sedette sotto la finestra, guarda: vede di lontano i fratelli che stanno arrivando. Fomka tolse subito il paiolo dalla stufa, lo mise in strada sulla neve e lo coprì con una padella. I fratelli si avvicinarono e sentirono che qualcosa rumoreggiava nella pentola. Si misero a chiedere: «Burlone, cos’hai nella pentola che rumoreggia?». «L’acqua bolle sulla neve! Se si mette nel paiolo della farina, si può cuocere anche del kisel’: non serve nemmeno la legna!»«Regalaci questo paiolo». «Non posso, fratellini! Io non vivo che di questo». «Be’, vendicelo! Quanto vuoi?» «Non meno di cento rubli». «To’, prendi!» Pagarono i fratelli cento rubli, presero il paiolo e lo portarono a casa. «Ehi, moglie» dice uno «facciamo del kisel’». «Non c’è legna!», risponde la moglie. «Ma non ci serve legna; dammi della farina». La donna portò della farina; i contadini versarononel paiolo dell’acqua, ci versarono la farina, coprirono con una padella e misero il tutto sulla neve. Passò un’ora circa. «Allora, donna, non è pronto il nostro kisel’?» Guardarono, e l’acqua si era completamente ghiacciata; si misero a tagliarla col coltello — il coltello non basta, si misero a spaccarla con l’ascia — e ruppero il paiolo in mille pezzi. Si adirarono i fratelli e andarono a picchiare Fomka.
Fomka il burlone sapeva che i fratelli non gliel’avrebbero fatta passare liscia, e aveva escogitato in anticipo un nuovo scherzo: uccise un montone, gli cavò il sangue e lo mise in una vescica; e la vescica la legò sotto l’ascella della moglie. Appena i fratelli entrarono nell’izbà, lui si mise a gridare: «Tanja, fai una frittata, e alla svelta!». Tanja non si alza nemmeno dal posto. Fomka prende un coltello, e come la colpisce sotto l’ascella, il sangue scorre a catinelle. Tanja cadde, prese a rantolare come se stesse esalando l’ultimo respiro. «Ma che hai deciso di morire?», dice Fomka, prese da un chiodouna sferza e giù a frustare e a ripetere: «Frusta della vita, fai rivivere la mia mogliettina!» Lei subito saltò su e si mise a preparare la frittata. «Fomka» dicono i fratelli «vendici la frusta della vita». «Compratela!» Si misero a contrattare, alla fine comprarono la frusta e andarono a vantarsi con le proprie mogli…

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il tribunale di Šemjaka

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In certi paraggi vivevano due fratelli: uno ricco e l’altro povero. Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere un cavallo, sul quale poter andare nel bosco a fare legna. Il ricco gli diede il cavallo. Il povero iniziò a chiedere anche il collare; il ricco si adirò contro il fratello e non gli diede il collare. Il fratello povero pensò di legare la legna alla coda del cavallo, e andò nel bosco a fare legna, e ne tagliò una grossa quantità, a stento il cavallo può portarla, e arrivò al suo cortile, e aprì il portone, ma scordò di levare la tavoletta da sotto il portone. Il cavallo si lanciò attraverso la tavoletta e si strappò la coda. Il fratello povero riportò al ricco il cavallo senza coda; il ricco, vedendo il cavallo senza coda, non gli riprese il cavallo e andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero. Il povero, sapendo che per lui era arrivata la disgrazia — ne sarebbe venuto l’esilio, perché il destino di un povero è già segnato, che non poteva succedere nulla di peggio, andò dietro al fratello.
E arrivarono ambedue i fratelli a passare la notte da un ricco contadino. Il contadino iniziò a bere, a mangiare e a spassarsela con il fratello ricco, e non vuole offrire nulla al povero. Il povero che stava sul soppalco a guardarli, improvvisamente cadde dal soppalco e schiacciò il bambino nella culla uccidendolo. Il contadino andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero.
Mentre andavano insieme in città (il fratello ricco e quel contadino, il fratello povero, invece, camminava dietro di loro), gli capitò di passare per un alto ponte. Il povero capì che non sarebbe uscito vivo dalle mani del giudice Šemjaka e si gettò dal ponte: voleva ammazzarsi. Sotto il ponte un figlio portava il padre malato a fare il bagno, e quello gli cadde sulla slitta e lo schiacciò uccidendolo. Il figlio andò a presentare una supplica al giudice Šemjaka, perché aveva ucciso suo padre.
Il fratello ricco arrivò dal giudice Šemjaka a presentare la supplica contro il fratello che aveva fatto strappare la coda al cavallo. Il povero tirò su una pietra e la legò in un fazzoletto, e la mostra da dietro il fratello, e pensa questo: se il giudice giudicherà non a mio favore, lo ammazzerò. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al ricco di ridare il cavallo al povero, finché non gli fosse ricresciuta la coda.
Poi arrivò il contadino, diede la supplica per l’uccisione del bambino e iniziò a fare la supplica. Il povero, dopo aver tirato fuori la stessa pietra, la mostrò al giudice da dietro il contadino. Il giudice capì: stabilisce altri cento rubli per regolare la seconda faccenda; ordinò al contadino di dare al povero la moglie, finché non avesse partorito un bambino: «E tu allora riprenditi la moglie e il bambino».
Arrivò il figlio a presentare la supplica per il padre, perché aveva ucciso il padre, e fece la supplica contro il contadino. Il contadino, avendo tirato fuori la stessa pietra, la mostra al giudice. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al figlio di stare sul ponte: «Tu invece, povero, vai sotto il ponte, e tu, figlio, salta dal ponte sul povero e uccidilo».
Il giudice Šemjaka mandò un servo dal povero a chiedere i trecento rubli. Il povero mostrò la pietra e disse: «Se il giudice non avesse giudicato a mio favore, avevo intenzione di ammazzarlo». Il servo arrivò dal giudice e gli raccontò del povero: «Se tu non avessi giudicato a suo favore, aveva intenzione di ammazzarti con quella pietra». Il giudice cominciò a segnarsi: «Grazie a Dio ho giudicato a suo favore!».
Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere, secondo l’ordine del giudice, il cavallo senza coda finché non gli fosse ricresciuta. Il ricco, non volendo dargli il cavallo, gli diede cinque rubli e tre quartini di grano, e una capra da latte, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il fratello povero dal contadino e inizia a chiedere, secondo l’ordine del giudice, la moglie finché non avesse partorito un bambino. Il contadino preferì fare pace col povero e diede al povero cinquanta rubli, e una vacca col vitellino, e una giumenta col puledrino, e quattro quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il povero dal figlio per l’uccisione del padre e iniziò a dirgli che «secondo l’ordine del giudice devi metterti sul ponte, e io sotto il ponte, e tut buttati su di me e uccidimi». Il figlio iniziò a riflettere tra sé: «Se salto dal ponte, non lo uccido e io mi ammazzo!»; e preferì fare la pace col povero, gli diede duecento rubli, e un cavallo e cinque quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Dolore

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In un paesello vivevano due contadini, due fratelli: uno era povero, l’altro ricco. Il ricco si trasferì a vivere in città, si costruì una grande casa e si iscrisse alla corporazione dei mercanti; mentre il povero delle volte non ha nemmeno un tozzo di pane, e i bambini — uno più piccolo dell’altro — piangono e chiedono da mangiare. Dalla mattina alla sera si dibatte il contadino come un pesce sul ghiaccio, ma non c’è mai niente. Dice una volta alla moglie: «Fammi andare in città a chiedere a mio fratello se ci può dare una mano». Arrivò dal ricco: «Ah, fratellino caro! Allevia un po’ la mia pena; mia moglie e i miei figli non hanno da mangiare, restano digiuni interi giorni». «Lavora da me questa settimana e allora ti aiuterò!» Che fare? Si mise il povero al lavoro: e pulisce il cortile, e striglia i cavalli, e porta l’acqua, e taglia la legna. Dopo una settimana gli dà il fratello una pagnotta di pane: «Ecco qua per il tuo lavoro!». «Grazie lo stesso!», disse il povero, si inchinò e voleva andare a casa. «Fermo! Torna in visita da me domani e porta tua moglie: domani è il mio onomastico». «Eh, fratellino; ma come faccio? Lo sai tu stesso: da te vengono mercanti con stivali e pellicce, mentre io vado con le ciocie di tiglio e un misero caffettano grigio». «Non importa, vieni! Ci sarà posto anche per te». «Bene, fratellino, verrò».
Tornò il povero a casa, diede alla moglie la pagnotta e dice: «Ascolta, cara! Per domani ci hanno invitato». «Come invitato? Chi ci ha invitato?» «Mio fratello; domani è il suo onomastico». «D’accordo, andremo». Il mattino dopo si alzarono e andarono in città, arrivarono dal ricco, lo salutarono e si sedettero su una panca. A tavola c’erano già molti illustri ospiti; il padrone li intrattiene tutti a meraviglia, e al fratello povero e a sua moglie si dimenticò persino di pensare — non dà loro nulla; quelli stanno seduti e guardano gli altri bere e mangiare. Finì il pranzo; iniziarono gli ospiti ad alzarsi da tavola e a ringraziare il padrone e la padrona, e il povero anche: si alzò dalla panca e si inchina al fratello fino alla cintura. Gli ospiti anarono a casa ubriachi, allegri, fanno chiasso, cantano canzoni.
E il povero torna indietro a stomaco vuoto. «Su» dice alla moglie «cantiamo anche noi una canzone!» «Ehi, non sarai mica scemo! La gente canta perché ha mangiato bene e bevuto molto; e tu invece perché vuoi cantare?» «Be’, in ogni caso sono stato all’onomastico di mio fratello; mi vergogno ad andarmene senza cantare. Se io canto, ognuno penserà che si sono occupati anche di me…» «Be’, canta se vuoi, ma io non lo farò!» Il contadino si mise a cantare, e gli sembrò di sentire due voci; smise e chiede alla moglie: «Sei tu che mi fai da controcanto con una vocetta sottile?». «Che ti prende? Non ci penso nemmeno». «Allora chi è?» «Non lo so!» disse la donna. «Canta un po’, ci farò caso». Lui si rimise a cantare; canta da solo, ma si sentono due voci; si fermò e chiede: «Sei tu, Dolore, che mi fai da controcanto?». Dolore si fece sentire: «Sì, padrone! Sono io». «Allora, Dolore, vieni con noi». «Andiamo, padrone! Ora non ti lascerò più».
Arrivò il contadino a casa, e Dolore lo invita in un’osteria. Quello dice: «Non ho soldi!». «Oh, caro contadino! E a che ti servono i soldi? To’, hai addosso un pellicciotto, ma a che ti serve? Presto sarà estate, non lo porterai in ogni caso! Andiamo all’osteria, e il pellicciotto al diavolo…» Il contadino e Dolore andarono all’osteria e si bevvero il pellicciotto. Il giorno seguente Dolore gemeva, gli fa male la testa dalla sbronza, e nuovamente invita il padrone a bere un goccio di vino. «Niente soldi», dice il contadino. «E a che ti servono i soldi? Prendi la slitta e il carretto — ce n’è abbastanza!» Non c’è niente da fare, non riesce a liberarsi di Dolore il contadino: prese la slitta e il carretto, si trascinò fino all’osteria e bevve insieme a Dolore. Al mattino Dolore gemeva ancora di più, invita il padrone a bere per disintossicarsi; il contadino si bevve e l’erpice e l’aratro. Non era passato un mese che aveva dato via tutto; persino la sua izbà aveva ipotecato con un vicino, e i soldi li aveva portati all’osteria. Dolore di nuovo gli sta addosso: «Andiamo all’osteria, andiamo». «No, Dolore! Fa’ come ti pare, ma non ho più niente». «Come niente? Tua moglie ha due vestiti: uno lascialo, ma l’altro bisogna bercelo». Il contadino prese un vestito, se lo bevve e pensa: “Ecco quando si dice che uno è ripulito! Siamo senza tetto, né letto sia io che mia moglie!”.
Al mattino si svegliò Dolore, vede che non ha più nulla da prendere al contadino, e dice: «Padrone!». «Che c’è, Dolore?» «Ecco che c’è: vai dal tuo vicino e chiedigli una coppia di buoi con un carretto». Andò il contadino dal vicino: «Dammi» chiede «per un po’ di tempo una coppia di buoi con un carretto; io in cambio lavorerò da te almeno una settimana». «A che ti servono?» «Ad andare nel bosco per la legna». «Va bene, prendili; ma non caricare troppo il carro». «Ma che dici, mio benefattore!» Portò la coppia di buoi, salì sul carretto con Dolore e andò in aperta campagna. «Padrone!» chiede Dolore. «Lo sai che in questo campo c’è una grossa pietra?» «E come non saperlo!» «Allora se lo sai, vacci diretto» Arrivarono al punto, si fermarono e scesero dal carretto. Dolore ordina al contadino di sollevare la pietra; il contadino la solleva, Dolore lo aiuta; la sollevarono, e sotto la pietra c’è una buca piena stracolma d’oro. «Be’, che guardi?» dice Dolore al contadino. «Portalo in fretta sul carretto».
Il contadino si mise al lavoro e riempì il carretto di oro, lo tirò fuori dalla fossa fino all’ultimo rublo; vede che non ne è rimasto più, e dice: «Guarda un po’ Dolore se ci sono rimasti per caso ancora soldi?». Dolore si piegò: «Dove? Io non vedo niente !». «Ma lì nell’angolo brillano!» «No, non vedo». «Scendi nella fossa e lo vedrai». Dolore scese nella fossa; non appena ci fu arrivato, il contadino lo chiuse con la pietra. «Così sarà meglio!» disse il contadino. «Altrimenti, se ti prendo con me, tu, Dolore addolorato, presto o tardi ti berrai anche tutti questi soldi!» Arrivò il contadino a casa, scaricò i soldi nella cantina, riportò i buoi al vicino e si mise a pensare a come sistemarsi; comprò della legna, si costruì una gran casa e iniziò a vivere due volte più riccamente di suo fratello.
Passarono ore o mesi: andò in città a invitare il fratello con la moglie per il suo onomastico. «Ma come ti salta in mente!» gli disse il fratello ricco. «Non hai niente da mangiare e festeggi anche l’onomastico!» «Be’, una volta non avevo niente da mangiare, ma adesso, grazie a Dio, ho non meno di te; vieni e vedrai». «Bene, verrò!» Il giorno seguente il fratello ricco si preparò con la moglie, e andarono all’onomastico; guardano, ma quel povero straccione ha una casa nuova, grande, come non tutti i mercanti ne hanno! Il contadino li ricevette, li rifocillò con cibi di ogni genere, li dissetò con idromele e vini di ogni genere. Chiede il ricco al fratello: «Dimmi, per favore, per quale destino ti sei arricchito?». Il contadino gli raccontò senza reticenze come gli si fosse appiccicato addosso Dolore addolorato, come si fosse bevuto all’osteria con Dolore tutto ciò che possedeva fino all’ultimo spillo: non gli era rimasta che l’anima nel corpo; come Dolore gli avesse mostrato un tesoro in aperta campagna, come lui avesse raccolto questo tesoro e si fosse liberato di Dolore.
Il ricco provò invidia: “Fammi andare” pensa “in aperta campagna: solleverò la pietra e libererò Dolore; che rovini completamente mio fratello, affinché non osi vantarsi davanti a me della sua ricchezza&”. Lasciò la moglie a casa, e lui si precipitò nel campo; si avvicinò alla grossa pietra, la voltò da un lato e si chinò a guardare cosa ci fosse sotto la pietra. Non fece in tempo a piegare la testa abbastanza, e già Dolore saltò fuori e gli si gettò al collo. «Ah» grida «volevi farmi morire qui! No, ora a nessun costo ti lascerò». «Ascolta, Dolore!» disse il mercante. «Non sono stato certo io a metterti sotto la pietra…» «E chi se non tu?» «Ti ci ha messo mio fratello, io sono venuto apposta per liberarti». «No, menti! Mi hai ingannato una volta, ma la seconda non ci riuscirai!» Si attaccò fortemente Dolore al collo del ricco mercante; quello lo portò a casa, e tutta la sua impresa andò a capofitto. Dolore già dal mattino si mette all’opera; ogni giorno invita il mercante a bere per disintossicarsi; molti beni se ne andarono all’osteria. “Così non è possibile vivere!”, pensa tra sé il mercante. “Mi sembra di aver sollazzato abbastanza Dolore; è tempo che me ne separi, ma come?” Pensa che ti ripensa, trovò la soluzione: andò nel suo vasto cortile, digrossò due cunei di quercia, prese una nuova ruota e incastrò fortemente un cuneo da un lato del mozzo. Arriva da Dolore : «Che fai, Dolore, sempre steso su un fianco?». «E cos’altro ho da fare?» «Che fare? Andiamo in cortile a giocare a nscondino». Dolore si rallegrò; uscirono in cortile. Dapprima si nascose il mercante — Dolore lo trovò subito, dopodiché fu il turno di Dolore di nascondersi. «Be’» dice «non mi troverai facilmente! Io posso entrare in qualunque fessura!» «Ma che dici?» risponde il mercante. «In questa ruota non riusciresti a entrare, figuriamoci in una fessura!» «Non entro in una ruota? Guarda un po’ come mi ci nascondo!» Penetrò Dolore nella ruota; il mercante prese e incastrò dall’altro lato del mozzo il cuneo di quercia, sollevò la ruota e la buttò con tutto Dolore nel fiume. Dolore afforò, e il mercante riprese a vivere come al solito, come prima.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il messo veloce

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In un certo reame, in terre lontane, c’erano delle paludi invalicabili; attorno a esse passava una strada di circonvallazione: a cavalcare velocemente per quella strada — ci sarebbero voluti tre anni, a cavalcare piano — anche cinque sarebbero stati pochi! Proprio accanto alla strada viveva un povero vecchio che aveva tre figli: il primo si chiamava Ivan, il secondo — Vasilij, e il terzo — Semën giovanetto. Pensò il povero di bonificare quelle paludi, di farci passare una strada diretta e di costruire dei ponti di viburno, perché i passanti potessero passare in tre settimane, e quelli a cavallo in tre giorni. Si mise al lavoror insieme ai suoi figli, e dopo non poco tempo tutto fu a posto: sistemati i ponti di viburno e spianata una strada diretta.
Tornò il povero alla sua casetta e dice a figlio maggiore Ivan: «Vatti un po’ a sedere, figlio mio amato, sotto il ponte e senti cosa dirà di noi la brava gente: bene o male?». Seguendo l’ordine paterno andò Ivan e si sedette in un punto nascosto sotto il ponte.
Passano per quel ponte di viburno due monaci e dicono tra loro: «Chi ha costruito questo ponte e spianato la strada — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela regali!». Ivan, non appena ebbe sentito questa parole, subito uscì da sotto il ponte di vibutno. «Questo ponte» dice «lo abbiamo costruito io, mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque al Signore?», domandano i monac. «Che il Signore mi dia soldi per tutto il resto della vita!» «Bene, vai in aperta campagna: in aperta campagna c’è una quercia verde, sotto quella quercia una cantina profonda, in quella cantina c’è una gran quantità d’oro, e d’argento, e di pietre preziose. Prendi una pala e scava — il Signore ti darà soldi per il resto della tua vita!» Ivan andò in aperta campagna, scavò da sotto la quercia molto oro, e argento, e pietre preziose e portò il tutto a casa. «Be’, figliolo» chiede il povero «hai visto qualcuno che sia passato a piedi o a cavallo per il ponte? E cosa dice di noi la gente?» Ivan raccontò al padre che aveva visto due monaci e come quelli lo avevano ripagato per il resto della vita.
Il giorno seguente manda il povero il figlio mediano Vasilij. Andò Vasilij, si sedette sotto il ponte di viburno e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; giunti all’altezza del punto in cui lui era nascosto dicono: «Chia ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Non appena ebbe sentito Vasilij queste parole, uscì incontro ai monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Che Dio mi conceda grano per il resto della mia vita!» «Bene, vai a casa, ara la terra e semina: il Signore ti darà grano per il resto della vita!» Vasilij arrivò a casa, raccontò tutto al padre, arò la terra e seminò il grano.
Il terzo giorno manda il povero il figlio minore. Semën giovanetto si sedette sotto il ponte e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; appena giungono alla sua altezza dicono: «Chi ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Semën giovanetto sentì queste parole, uscì verso i monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Chiedo a Dio una grazia: servire un gran sovrano come soldato». «Chiedi qualcos’altro! Il servizio militare è pesante; se farai il soldato, cadrai prigioniero dello zar del mare, e molte tue lacrime saranno versate!» «Eh, siete vecchi, lo sapete: chi a questo mondo non piange, piangerà nell’altro». «Be’, se vuoi davvero andare al servizio dello zar, noi ti benediciamo!», dissero i monaci a Semën, gli misero le mani sulla testa e lo trasformarono in un cervo zampasvelta.
Corse il cervo a casa sua; lo videro dalla finestra il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e volevano acchiapparlo. Il cervo si girò — e via indietro; corse dai due moanci, i monaci lo trasformarono in leprotto. Il leprotto si diresse verso casa sua; lo videro il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e avrebbero voluto catturarlo, ma quello tornò indietro. Corse il leprotto dai due monaci, i monaci lo trasformarono in un uccellino dalla testina d’oro. L’uccellino volò verso casa sua, si posò sulla finestrella aperta; lo videro il padre e i fratelli, si lanciarono alla caccia: l’uccellino spiccò il volo, e via indietro. Volò dai due monaci, i monaci lo fecero tornare come prima un uomo e dicono: «Ora, Semën giovanetto, vai al servizio dello zar. Se avrai bisogno di correre da qualche parte in fretta, puoi trasformarti in cervo, leprotto e uccellino dalla testina d’oro: noi ti abbiamo insegnato».
Semën giovanetto arrivò a casa e iniziò a chiedere il permesso al padre di andare a servire lo zar. «Ma dove vuoi andare?» rispose il povero. «Sei ancora giovane e sciocco!» «No, padre, lasciami andare; per questo esiste una volontà divina». Il povero lo lasciò andare, Semën giovanetto si preparò, il padre e i fratelli salutò e si mise in strada.
Passarono ore o mes, arrivò al palazzo dello zar, diretto dallo zar, e disse: «Vostra Altezza Reale! Non mi fate morire, le mie parole state a sentire». «Parla, Semën giovanetto!» «Vostra Altezza! Prendetemi al vostro servizio come soldato». «Che dici? Sei ancora giovane e sciocco, altro che servizio militare!» «Anche se sono giovane e sciocco, non servirò peggio di altri; per questo spero in Dio». Lo zar acconsentì, lo prese come soldato e ordinò che stesse accanto a lui. Passò del tempo, all’improvviso un certo re dichiarò una crudele guerra allo zar. Lo zar si preparò a una campagna militare; al momento stabilito tutto l’esercito fu pronto. Semën giovanetto si mise a chiedere di andare in guerra; lo zar non poté rifiutarglielo, lo prese con sé e andò in battaglia.
A lungo a lungo marciò lo zar con l’esercito, molte molte terre lasciò dietro di sé, ecco che il nemico è già vicino — tra circa tre giorni bisogna iniziare il combattimento. In quel momento lo zar va per afferrare la sua mazza da combattimento e la sua spada affilata: non c’è né l’una, né l’altra, le ha dimenticate a palazzo; non ha di che difendersi, di che vincere le forze nemiche. Fece un bando per tutto l’esercito per trovare qualcuno che tornasse a palazzo al più presto a prendergli la mazza da combattimento e la spada affilata; chi avesse compiuto questo servizio, a quello prometteva di dare in sposa sua figlia, la principessa Mar’ja, e aggiungeva come dote metà del regno, e dopo la sua morte gli avrebbe lasciato tutto il regno. Iniziarono a presentarsi i volontari; chi dice: io posso andare in tre anni; chi dice: in due anni, e chi — in un anno; ma Semën giovanetto riferì al sovrano: «Io, Vostra Altezza, posso andare a palazzo e portarvi la mazza da combattimento e la spada affilata in tre giorni». Lo zar si rallegrò, lo prese per la mano, lo baciò sulle labbra e subito scrisse alla principessa Mar’ja una carta, perché credesse a quel messo e gli desse la mazza e a spada. Semën giovanetto prese la carta dallo zar e si mise in viaggio.
Allontanatosi di una versta, si trasformò in cervo zampasvelta e si lanciò proprio come una freccia scagliata da un arco; correva, correva, si stancò e si trasformò da cervo in leprotto; partì in quarta con tutta la rapidità di una lepre. Correva, correva, si ferì tutte le zampe e si trasformò da leprotto in uccellino dalla testina d’oro; volò ancora più in fretta, volava, volava e in un giorno e mezzo arrivò nel regno dove stava la principessa Mar’ja. Ritornò uomo, entrò a palazzo e diede alla principessa la carta. La principessa Mar’ja la prese, l’aprì, la lesse e dice: «Come sei stato in grado di attraversare di corsa tante terre e tanto velocemente?». «Ecco come», rispose il messo, si trasformò in cervo zampasvelta, fece uno o due giri di corsa per la stanza della principessa, si avvicinò alla principessa Mar’ja e le poggiò la testa sulle ginocchia; quella prese le forbici e tagliò dalla testa del cervo un ciuffo di pelo. Il cervo si trasformò in leprotto, il leprotto saltò un po’ per la stanza e saltò sulle ginocchia della principessa; quella gli tagliò un ciuffo di pelo. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro, l’uccellino svolazzò un po’ per la stanza e si posò sulla mano della principessa; la principessa Mar’ja gli tagliò dalla testa qualche piuma d’oro, e tutto questo — e il pelo di cervo, e il pelo di lepre, e le pennucce d’oro — lo legò in un fazzoletto e lo nascose. L’uccellino dalla testina d’oro si ritrasformò in messo.
La principessa lo rifocillò, lo rifornì per il viaggio, gli diede la mazza da guerra e la spada affilata; dopodiché si salutarono, nel farlo si baciarono forte, e tornò Semën giovanetto dallo zar. Corse di nuovo come cervo zampasvelta, saltò come leprotto orecchione, volò come uccellino e alla fine del terzo giorno vide l’accampamento dello zar nelle vicinanze. Arrivato a circa trecento passi dall’armata, si stese sulla riva del mare, accanto a un cespuglio di salce, per riprendersi dal viaggio; la mazza da guerra e la spada affilata se la mise a fianco. Per la grande stanchezza presto si addormentò di un sonno profondo; nel frattempo accadde che un generale passasse accanto al cespuglio di salce: vide il messo, subito lo gettò a mare, prese la mazza da guerra e la spada affilata, li portò al sovrano e disse: «Vostra Altezza! Eccovi la mazza da guerra e la spada affilata, io stesso sono andato a penderle, perché quel fanfarone, Semën giovanetto, ci avrebbe messo almeno tre anni!». Lo zar ringraziò il generale, iniziò a guerreggiare col nemico e in breve tempo ottenne su di lui una gloriosa vittoria.
Semën giovanetto, intanto, com detto, era caduto in mare. All’istante lo afferrò lo zar del mare e lo portò nelle più segrete profondità. Visse da quello zar un anno intero, si annoiò, si intristì e si mise a piangere amaramente. Arrivò da lui lo zar del mare: «Allora, Semën giovanetto, ti annoi qui?». «S’, Vostra Altezza!» «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, se la vostra grazia regale lo concede». Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte spaccata, lo lasciò sulla riva e se ne ritornò in mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!» Ma proprio prima che uscisse il rosso sole apparvelo zar del mare, lo afferrò e lo riportò negli abissi marini.
Visse lì Semën giovanetto un altro anno intero; si sentì annoiato, e iniziò a piangere fitto-fitto. Chiede lo zar del mare: «Allora, ti annoi forse?». «Sì!», disse Semën giovanetto. «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». Era appena cominciato ad albeggiare che arrivò lo zar del mare, lo afferrò e lo portò negli abissi marini. Visse Semën giovanetto un terzo anno nel mare, si annoiò, e si mise a piangere amaramente, sconsolato. «Allora, Semën, ti annoi?» chiede lo zar del mare. «Vuoi tornare in Russia?» laquo;Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». All’improvviso il sole brillò coi suoi raggi, e ormai lo zar del mare non poté più prenderlo prigioniero.
Semën giovanetto si diresse nel suo regno; si trasformò dapprima in cervo, poi in leprotto, e poi in uccellino dalla testina d’oro; in breve tempo si ritrovò al palazzo dello zar. E nel frattempo lo zar aveva fatto in tempo a tornare dalla guerra e aveva fidanzato la figlia, la principessa Mar’ja, con il generale-imbroglione. Semën giovanetto entra proprio nella stanza dove erano seduti a tavola i due promessi sposi. Lo vide la principessa Mar’ja e dice allo zar: «Sovrano, padre! Non mi far morire, le mie parole stai a sentire». «Parla, figlia mia cara! Di cosa hai bisogno?» «Sovrano, oadre! Il mio fidanzato non è questo che siede a tavola, ma eccolo — è arrivato adesso! Fai un po’ vedere, Semën giovanetto, come allora corresti a prendere la mazza da guerra, la spada affilata». Semën giovanetto si trasformò in cervo zampasvelta, fece un paio di giri di corsa per la stanza e si fermò accanto alla principessa. La principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzolettino il pelo del cervo che aveva tagliato, mostra allo zar il punto in cui l’aveva tagliato, e dice: «Guarda, padre! Ecco i miei piccoli segni». Il cervo si trasformò in leprotto; il leprotto saltò-saltò per la stanza e arrivò dalla principessa; la principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzoletto il pelo di lepre. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro; l’uccellino volò-volò per la stanza e si posò sulle ginocchia della principessa; la principessa Mar’ja sciolse il terzo nodino del fazzoletto e mostrò le pennucce d’oro. Qui lo zar seppe tutta la verità vera, ordinò di giustiziare il generale, fece sposare la pricnipessa Mar’ja con Semën giovanetto e lo designò suo successore.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La favola dell’anatra dalle uova d’oro

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C’erano una volta due fratelli: uno ricco, l’altro povero; il povero aveva moglie e figli, mentre il ricco era solo soletto. Andò il povero dal ricco e si mise a chiedergli: «Dai da mangiare, fratello, ai miei figli nel momento del bisogno; oggi non abbiamo nemmeno di che sfamarci!». «Oggi non ho tempo per te» dice il ricco «oggi ci sono da me principi e boiari, non è il caso che ci sia anche un povero!» Pianse il fratello povero amaramente e andò a pesca: «Che Dio mi conceda qualcosa! Che i bambini possano mangiare della zuppa di pesce». Appena ebbe terminato di fare la pescaia, gli cadde la brocca. «Tirami fuori e rompimi sulla riva» si sentì dalla brocca «così ti mostrerò la fortuna». Tirò fuori la brocca, la ruppe sulla riva, e ne uscì un prode sconosciuto e disse: «C’è un prato verde, su quel prato c’è una betulla, sotto le radici di quella betulla c’è un’anatra; taglia le radici della betulla e portati l’anatra a casa; inizierà a portarti degli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento». Il fratello povero andò alla betulla, trovò l’anatra e la portò a casa; cominciò l’anatra a portare gli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento; quello iniziò a venderli ai mercanti e ai boiari e quanto si arricchì in fretta! «Figli miei» dice «pregate Dio; il Signore ci ha trovati».
Il fratello ricco era invidioso, irritato: «Come ha fatto ad arricchirsi mio fratello? Ora io sono diventato più povero e lui più ricco! Deve avere qualche peccato sulla coscienza!», e andò in tribunale con una supplica. La cosa arrivò allo zar in persona. Chiamano il fratello che era povero ed è arricchito in fretta dallo zar. Dove cacciare l’anatra? I bambini erano piccoli, bisognò darla in custodia alla moglie; quella iniziò ad andare al mercato e a vendere le uova a caro prezzo, ed era una bella donna e si innamorò di un signore. «Come avete fatto, dimmi, ad arricchirvi?», la interroga con insistenza il signore. «Ma è stato Dio a darcelo!» Ma lui insiste: «No, dimmi la verità; se non me la dici, smetterò di amarti, smettrò di vederti». E dunque non andò da lei per un giorno o due; lei lo chiamò e gli raccontò: «Abbiamo un’anatra: un giono porta un ovetto d’oro, un giorno uno d’argento». «Porta un po’ quest’anatra e fammi vedere che razza di uccello è». Esaminò l’anatra e vede — sul pancino a lettere d’oro è scritto: chi mangerà la sua testa, quello sarà zar, chi invece il cuore, quello inizierà a sputare oro.
Una tale fortuna fece gola al signore, i appiccicò alla donna: «Devi sgozzare assolutamente l’anatra!». Lei trovava mille scuse, ma andò a finire che sgozzò l’anatra e la mise a cuocere nel forno. Era un giorno di festa; andò alla messa, e nel frattempo arrivarono di corsa nell’izbà i suoi due figli. Ebbero voglia di mettere qualcosa sotto i denti, diedero un’occhiata nel forno e tirarono fuori l’anatra; il maggiore mangiò la testa, il minore il cuore. Tornò la madre dalla chiesa, arrivò il signore, sedettero a tavola; lui guarda: non ci sono né il cuore, né la testa dell’anatra. «Chi l’ha mangiati?», chiede il signore e in questo modo viene a sapere che l’hanno mangiati i due ragazzini. Allora si appiccica alla madre: «Sgozza» dice «i tuoi figli, da uno tira fuori il cervello, dall’altro il cuore; e se non lo farai, la nostra amicizia è finita!». Così disse e se ne andò; lei per un’intera settimana languì, ma poi non resse, manda dal signore: «Vieni! E sia, per te sacrifico perfino i miei figli!». Siede e affila il coltello; il figlio maggiore lo vide, pianse lacrime amare e chiede: «Lasciaci andare, madre, in giardino a passeggiare». «Andate, su, ma non vi allontanate». Ma i ragazzini altro che passeggiare, se la diedero a gambe.
Corsero-corsero, si stancarono e venne loro fame. In aperta campagna un pastore pascola delle vacche. «Pastorello, pastorello! Dacci del pane». «Eccovene un pezzetto» dice il pastore «mi è rimasto solo questo! Mangiate e che buon pro vi faccia». Il fratello maggiore lo dà al minore: «Mangia tu, fratellino, tu sei più deboluccio, io invece sono robusto, posso resistere anche così». «No, fratellino, tu mi hai sempre trascinato per la manina, ti sei affaticato più di me: facciamo a metà!» Divisero in due e si saziarono entrambi.
Eccoli andare oltre; vanno sempre avanti e avanti per un’ampia strada — e si divideva quella strada in due; al bivio c’è un palo, sul palo c’è scritto: chi andrà a destra — diventerà zar, chi a sinistra — sarà ricco. Il fratello minore dice al maggiore: «Fratellino! Vai tu a destra, tu sai più di me, puoi sopportare più di me». Il fratello maggiore andò a destra, il minore a sinistra.
Cammina cammina, ecco che il primo arrivò in un altro regno; chiese a una vecchietta di pernottare, passò lì la notte; al mattino si alzò, si lavò, si vestì, pregò Dio. E in quel regno era appena morto lo zar, e tutti si raccolgono in chiesa con le candele: qullo al quale la candela si accenderà da sola prima, quello sarà zar. «Vai anche tu in chiesa, caro!» gli dice la vecchietta. «Forse sarà la tua candela ad accendersi prima delle altre». Gli diede una candelina; quello andò in chiesa; appena fu entrato, la sua candela si accese; gli altri principi e boiari, invidiosi, cercarono di spegnere la fiamma, di buttare fuori il ragazzino. Ma la principessa siede in alto sul trono e dice: «Non lo toccate! Se sia buono o cattivo — è evidentemente affar mio!». Presero il ragazzino sotto le braccia e lo portarono da lei; lei gli fece un segno sulla fronte col suo anello d’oro, lo prese con sé a palazzo, lo crebbe, lo dichiarò zar e lo sposò.
Vissero molto o poco insieme, dice il nuovo zar alla moglie: «Permettimi di andare a cercare il mio fratello più giovane!». &laquoVai con Dio!» A lungo cavalcò per terre diverse e trovò il fratello più giovane; vive in grande ricchezza, interi mucchi d’oro sono ammucchiati nei depositi; qualunque cosa sputi — è tutto oro! Non si sa dove ficcarlo! «Fratellino!» dice il minore al maggiore. «Andiamo da nostro padre e vediamo come se la passa». «Mettiamoci subito in cammino!» Eccoli dal padre, dalla madre; chiesero di fare una sosta nella loro izbà, ma senza dirgli chi fossero! Sedettero a tavola; il fratello maggiore iniziò a parlare dell’anatra dalle uova d’oro e della madre scellerata. E la madre non fa che interrompere e cambiare discorso. Il padre indovinò: «Non siete forse i miei bambini?». «Sì, padre!» Cominciarono ad abbracciarsi, a baciarsi; quante chiacchiere! Il fratello maggiore prese il padre a vivere con sé nel proprio regno, il minore andò a cercarsi una fidanzata, e la madre la abbandonarono da sola.

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il principe Danila-Govorila

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C’era una volta una vecchietta, una principessa, che aveva un figlio e una figlia — così ben pasciuti, così bravi. Non andavano a genio a una strega cattiva: “Come tormentarli e in rovina mandarli?”, pensava ed escogitò di tramutarsi in volpe. Arrivò dalla loro madre e dice: «Comare-colombella! Eccoti un anellino, mettilo al dito del tuo figliolo, grazie a esso sarà ricco e generoso, a patto di non toglierlo e di sposare la ragazza alla quale il mio anellino andrà bene!». La vecchia ci credette, si rallegrò e, morendo, ordinò al figlio di scegliersi una moglie alla quale l’anello si confacesse.
Il tempo passa, il figliolo cresce. Crebbe e cominciò a cercarsi una fidanzata; gliene piace una, gli va a genio una seconda, ma provano l’anellino — o è piccolo, o è grande; non sta né all’una né all’altra. Cavalcò cavalcò e per campagne e per città, tutte le belle ragazze esaminò, ma quella a lui destinata non trovò; arrivò a casa e divenne pensieroso. «Perché ti affliggi, fratellino?», chiede la sorella. Lui le confidò la sua amarezza, le raccontò la sua pena. «Ma che razza di strano anellino è?» dice la sorella. «Fallo provare a me». Se lo mise al dito — l’anellino si avvinghiò, prese a brillare, stava al dito come se fosse stato fatto apposta. «Ah, sorellina, tu mi sei destinata, tu sarai mia moglie!» «Che dici, fratello! Pensa a Dio, pensa al peccato, si sposano forse le sorelle?» Ma il fratello non ascoltava, ballava per la gioia e ordinò di prepararsi alle nozze. Versò lei lacrime amare, uscì dalla stanza, si sedette sulla soglia e dagli occhi sgorgano fiumi!
Passano di lì delle vecchie viandanti; le chiamò pr rifocillarle. Le chiedono quale sia la sua pena, il suo dolore. Non c’era niente da nascondere; raccontò loro tutto. «Su, non pinagere, non ti affliggere, ma dacci ascolto: fai quattro bambole, mettile ai quattro angoli; tuo fratello ti chiamerà al momento delle nozze — vai; ti chiamerà in camera — non affrettarti. Spera in Dio, addio». Le vecchiette se ne andarono. Il fratello e la sorella si sposarono, lui andò in camera e dice: «Sorella Caterina, vieni a letto!». Lei risponde: «Ora, fratellino, mi tolgo gli orecchini». E le bambole nei quattro angoli iniziarono a cuculiare:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

La terra prese a sprofondare, la sorella a precipitare. Il fratello grida: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi slaccio la cintura». Le bambole cuculiano:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

È già visibile ormai solo la testa. Il fratello di nuovo chiama: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi tolgo le scarpette». Le bambole cuculiano, e quella scompare sottoterra.
Il fratello chiama ancora, chiama più forte — niente! Si arrabbiò, accorse, bussò alla porta — la porta volò giù, guardò da ogni lato — della sorella neanche l’ombra; e negli angoli siedono solo le bambole e dai a cuculiare: «Sprofonda terra bella, precipita sorella!». Afferrò un’ascia, tagliò loro le teste e le gettò nel forno.
La sorella intanto, cammina cammina sottoterra, vede: c’è una casetta su zampe di gallina, ora sta ferma e ora si volta. «Casetta, casetta! Fermati com’è d’uso, al bosco il culetto, a me il visetto». La casetta si fermò, la porta si aprì. Nella casetta c’è una bella ragazza, ricama una tovaglia in oro e argento. Accolse l’ospite gentilmente, sospirò e dice: «Animuccia, sorellina cara! Sono contenta di poterti accogliere cordialmente e vezzeggiarti finché non c’è la mamma; ma tornerà, e saranno guai per te e per me, perché è una strega!». Si spaventò l’ospite a quelle parole, ma non c’era dove cacciarsi, sedette con la padrona alla tovaglia; cucioni e chiacchierano. Passò molto, passò poco, la padrona sapeva il momento, sapeva quando la madre sarebbe arrivata, trasformò l’ospite in ago, lo pianto in una scopetta, la mise in un angoletto. Non aveva fatto in tempo a nasconderla che la strega apparve sulla porta: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Signora madre! Ci sono stati dei passanti che si sono fermati a bere un po’ d’acqua». «Perché non li hai fermati?» «Erano vecchi, cara, roba non per i tuoi denti». «Bada d’ora in poi — in cortile tutti fai fermare, dal cortile nessuno possa uscire; e io, fatto fagotto, vado in cerca di una bella preda». Se ne andò; le ragazze sedettero alla tovaglia, cucivano, parlavano e ridevano.
Tornò la strega; annusa in giro per l’izbà: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Sono appena passati dei vecchi a rsicaldarsi le mani; volevo fermarli, non sono rimasti». La strega era affamata, fece una paternale alla figlia e se ne rivolò via. L’ospite stava nella scopetta. Più in fretta si misero a finire il ricamo della tovaglia; e cucioni, e si affrettano, e parlano su come scampare alla disgrazia, come sfuggire alla strega malvagia. Non fecero in tempo a scambiarsi un’occhiata, a mormorarsi qualcosa che quella era sulla porta, lupus in fabula, capitata all’improvviso: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Ecco, mamma, questa bella ragazza ti aspetta». La bella ragazza guardò la vecchia e si sentì gelare! Davanti a lei c’era una baba-jaga gamba ossuta, col naso fino al soffitto. «Figlia mia cara, figlia mia bella! Riscalda il forno al massimo!» Portarono legna e di quercia e d’acero, accesero il fuoco: la fiamma esce dal forno.
La strega prese un’enorme pala, si mise a invitare l’ospite: «Siediti un po’ sulla pala, bellezza». La bella sedette. La strega la mosse verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sul forno. «Che c’è, ragazza, non sai star seduta? Siediti per bene» Si aggiustò, sedette per bene; la strega la manda verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sotto il forno. Si adirò la strega, la tirò indietro. «Non sta bene, non sta bene, ragazzina! Siedi buona, così; guarda me!» Paffete! ci si mise lei stessa sulla pala, stese le gambe; allora le ragazze la misero in fretta nel forno, chiusero lo sportello, lo ostruirono con dei ceppi, lo cementarono e lo incatramarono, e loro si misero a correre, presero con sé la tovaglia ricamata, una spazzola e un pettine.
Correvano-correvano, guardano indietro, ma la scellerata è riuscita a uscire, le ha viste e fischia: «Fii, fii, fii, ecco dove siete!». Che fare? Gettarono la spazzola — crebbe un canneto fitto-fitto: non lo supererà. La strega cacciò le unghie, raspò un viottolo, insegue da vicino… Dove ficcarsi? Gettarono il pettine — crebbe un querceto scuro-scuro: una mosca non ci passerà. La strega affilò i denti, si mise al lavoro; ovunque si mette, giù un albero dalle radici! Si lancia da tutti i lati, si allarga un viottolo e insegue di nuovo… com’è vicina! Correvano-correvano, e non c’era dove correre, non ce la facevano più! Gettarono la tovaglia ricamata in oro — si allargò un mare enorme, profondo, infuocato; la strega si alzò in alto, voleva sorvolarlo, cadde nel fuoco e bruciò.
Rimasero le due ragazze, colombelle senza nido; bisogna andare, ma dove? — non lo sanno. Si sedettero a riposare. Ecco che si avvicinò loro un uomo, chiede chi sono; e riportò al padrone che nei suoi possedimenti ci sono non due uccellini di passaggio, ma due bellezze come nei quadri — identiche per altezza e fattezze, ciglio a ciglio, occhio a occhio; una di lor dev’essere vostra sorella, ma quale — non è possibile indovinarlo. Andò il signore a vedere, le invitò. Vede: sua sorella è lì, il servo non ha mentito, ma quale — non può riconoscerla; lei è arrabbiata, non si paleserà; che fare? «Ecco cosa, signore! Verserò in una vescica di montone del sangue, mettetevela sotto l’ascella, conversate con le ospiti, e io mi avvicinerò e vi pianterò un coltello nel fianco; il sangue si verserà, la sorella si mostrerà!» «Bene!» Misero in atto il piano: il servo prese il padrone al fianco, il sangue schizzò, il fratello cadde, la sorella si gettò ad abbracciarlo, e piange, e si lamenta: «Mio caro, mio adorato!». Allora il fratello saltò su sano e salvo, abbracciò la sorella e la fece sposare a un’ottima persona, mentre lui sposò l’amica, alla quale l’anellino andava bene, e vissero felici e contenti.

 

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Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il ladro

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano un figlio di nome Ivan. Lo mantennero finché non fu diventato grande, e poi dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto fino a ora, adesso, invece, sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». Rispose loro Ivan: «Visto che mi avete mantenuto fino all’adolescenza, allora mantenetemi fin quando non mi cresceranno i baffi». Lo mantennero finché non iniziarono a crescergli i baffi e dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti sono cresciuti i baffi, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Cari papà e mamma» risponde il figlio «visto che mi avete mantenuto finché non mi sono cresciuti i baffi, ora mantenetemi finché non mi crescerà la barba». Non ci fu niente da fare, lo mantennero, lo nutrirono i vecchi finché non gli fu cresciuta la barba, dopodiché dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti è cresciuta la barba, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Visto che mi avete mantenuto finché non mi è cresciuta la barba, mantenetemi fino alla mia vecchiaia!» Allora il vecchio non ce la fece più, andò dal padrone a lamentarsi del figlio.
Il padrone convoca Ivan: «Perché, mangiaufo, rifiuti di mantenere tuo padre e tua madre?». «E con cosa dovrei mantenerli? Vorresti forse che andassi a rubare? Non ho imparato a fare niente e per studiare è troppo tardi». «Fai come ti pare» gli disse il padrone «ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre, che non si vengano più a lamentare di te!» In quel momento vennero a riferire al padrone che il bagno era pronto, e quello andò a fare la sauna; il fatto avveniva verso sera. Il padrone fece il bagno, tornò indietro e si mise a chiedere: «Ehi, c’è qualcuno? Portatemi le pantofole!». Ed ecco qua Ivan, che gli tolse gli stivali, gli diede le pantofole; gli stivali se li mise sottobraccio e se li portò a casa. «Ecco, babbo» dice al padre «togliti le ciocie di tiglio e mettiti gli stivali del padrone».
Il mattino dopo, il padrone si accorse che gli stivalo non c’erano più; mandò a chiamare Ivan: «Hai preso tu i miei stivali?». «Non ne ho la più pallida idea, ma la cosa mi riguarda!» «Ah, furfante, imbroglione! Come hai osato rubare?» «Ma non sei stato tu, padrone, a dirmelo: ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre? Io non volevo disobbedire ai tuoi ordini». «Se è così» dice il padrone «ecco quel che ti ordino: rubami il bue nero che è attaccato all’aratro; se ci riuscirai — ti darò cento rubli, altrimenti ti darò cento frustate». «Agli ordini, signore!», risponde Ivan.
Subito filò al villaggio, sgraffignò da qualche parte un gallo, gli strappò le penne, e via, verso il campo; si avvicinò di soppiatto all’ultimo solco, sollevò una zolla di terra, ci mise sotto il gallo e lui si nascose dietro i cespugli. Iniziarono a tracciare con l’aratro un nuovo solco, urtarono quella zolla di terra e deviarono; il gallo spennato saltò fuori e corse a più non posso per le gobbe e le buche del terreno. «Che cosa strana è venuta fuori dalla terra!», gridarono i contadini e si misero a inseguire il gallo. Ivan vide che quelli correvano come matti, si lanciò allora verso l’aratro, tagliò a un bue la coda, la ficcò nella bocca dell’altro, e il terzo lo staccò e se lo portò a casa.
I contadini corsero, corsero dietro al gallo, e non lo acchiapparono nemmeno; tornarono indietro: il bue nero non c’è più e al pezzato manca la coda. «Questa poi, fratelli! Mentre inseguivamo quella cosa strana, un bue ha mangiato l’altro; ha inghiottito tutto il nero e ha strappato la coda al pezzato!». Andarono dal padrone a testa bassa: «Grazia, padre, un bue ha mangiato l’altro». «Ah, razza di idioti scervellati» gridò contro di loro il padrone «ma dove si è mai visto, dove si è mai sentito che un bue ne mangi un altro? Fate venire da me Ivan!» Lo fecero venire. «Hai rubato tu il bue?» «Sissignore». «E dove lo hai cacciato?» «L’ho macellato; ho portato la pelle al mercato, mentre con la carne mantengo mio padre e mia madre». «Bravo» dice il padrone «eccoti cento rubli. Ma ora, rubami il mio stallone preferito, che sta dietro tre porte e sei serrature; se ci riuscirai — ti darò duecento rubli, altrimenti — ti darò duecento frustate!» «Bene, padrone, lo farò».
A sera tardi, Ivan si intrufolò nella casa padronale; entra nell’anticamera: non c’è un’anima, guarda: sull’attaccapanni c’è l’abito del signore; prese il cappotto e il berretto del padrone, li indossò, uscì sulle scale e gridò forte ai cocchieri e agli stallieri: «Ehi, ragazzi! Sellate in fretta il mio cavallo preferito e portatemelo qui». I cocchieri e gli stallieri lo presero per il padrone, corsero nella stalla, aprirono i sei lucchetti, spalancarono le tre porte, in un attimo fecero quel che era stato loro ordinato e portarono fino alle scale il cavallo sellato. Il ladro lo montò, gli diede un colpo di frusta — e chi s’è visto s’è visto!
Il giorno dopo, il padone chiede: «Allora, che ne è del mio cavallo preferito?». Quello era stato sottratto già dalla sera prima. Si dovette far chiamare Ivan. «Hai rbato tu il cavallo?» «Sissignore». «E dov’è?» «L’ho venduto a dei mercanti». «Sei fortunato che te l’avevo detto io di rubarlo! Prenditi i tuoi duecento rubli. Allora, ora rubami il superiore del monastero». «E quanto mi dai, padrone, per questo lavoretto?» «Ti vanno bene trecento rubli?» «Va bene, lo ruberò!» «E se non ci riuscirai?» «Mi rimetto al tuo volere; fai quello che vuoi».
Il padrone convocò il superiore. «Stai attento» dice «resta in preghiera tutta la notte, non dormire! Van’ka il ladro pretende di poterti rapire». Il vecchio, spaventato, non può chiudere occhio, resta a pregare nella sua cella. A mzzanotte precisa arrivò Ivan il ladro con un sacco di tela e bussò alla finestra. «Chi sei, uomo?» «Sono un angelo dal cielo, sono stato mandato a prenderti per portarti da vivo in paradiso; entra nel sacco». Il superiore fu tanto sciocco da entrare nel sacco; il ladro lo legò, se lo caricò in spalla e lo portò sul campanile. Tirava, tirava. «Quanto manca?», chiede il superiore. «Ora vedrai! All’inizio la strada è lunga, ma liscia, alla fine sarà breve, ma dolorosa&raquo.
Lo trascinò fin su e lo buttò giù dalle scale; il superiore sentiva dolore ovunque a farsi tutte le scale a rotoli! «Oh» dice «l’angelo diceva la verità: la prima parte di strada è stata lunga, ma liscia, mentre l’ultima corta, ma dolorosa! Non immaginavo che ci fosse una tale disgrazia all’altro mondo!» «Resisti, sarai salvato!», rispose Ivan, sollevò il sacco e lo appese alla palizzata vicino al portone, mise accanto due rami di betulla spessi un dito e scrisse sul portone: «Chi passerà di qui e non batterà il sacco tre volte, che sia colpito da anatema!». Così chiunque passa di là lo frusta immancabilmente tre volte. Passa il padrone: «Cos’è questo sacco appeso qui?». Ordinò di tirarlo giù e di aprirlo. Lo aprirono e ne venne fuori il superiore del monastero. «Come ci sei finito? Te l’avevo detto: stai attento, ma tu no! Non mi dispiace che tu sia stato frustato, quel che mi dispiace è che per colpa tua ho buttato via trecento rubli!»

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Sorellina Alënuška, fratellino Ivanuška

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C’erano una volta uno zar e una zarina; avevano un figlio e una figlia, il bambino si chiamava Ivanuška, la bambina Alënuška. Ecco che lo zar e la zarina morirono; rimasero soli i bambini e si misero a viaggiare per il mondo. Cammina cammina, vedono uno stagno, e vicino allo stagno pascola una mandria di mucche. «Voglio bere» dice Ivanuška. «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un vitellino», dice Alënuška. lui le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un fiume, e accanto c’è una mandria di cavalli. «Ah, sorellina, se tu sapessi che voglia di bere che ho». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un puledrino». Ivanuška le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un lago, e accanto a esso un gregge di pecore. «Ah, sorellina, ho una voglia terribile di bere». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un agnellino!» Ivanuška le diede ascolto e proseguirono; cammina cammina, vedono un ruscello, e accanto sorvegliano dei porci… «ah, sorellina, io beco; ho una tremenda voglia di bere» «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un porcellino!» Ivanuška le diede ascolto ancora una volta, e proseguirono; cammina cammina, vedono un gregge di capre che pascola accanto all’acqua. «Ah, sorellina, io bevo». «Non bere, fratellino, altrimenti diventerai un caprettino». Ma quello non poté trattenersi e non diede ascolto alla sorella, bevve e diventò un capretto; salta attorno alla sorella e grida: Bè-è-è! Bè-è-è!».
Alënuška gli mise al collo una cintura di seta e lo portò con sé, piangendo, piangendo amaramente… Il capretto correva, correva e capitò un giorno nel giardino di uno zar. I servi lo videro e subito riferiscono allo zar: «Abbiamo in giardino, Vostra Altezza Reale, un capretto, e lo tiene con una cintura una ragazza che è una vera bellezza». Lo zar ordinò di chiederle chi fosse. I servi allora le chiedono di dove venga e di che stirpe sia. «Così e così» dice Alënuška «c’erano uno zar e una zarina, ma sono morti; siamo rimasti soli noi figli: io — la principessa, e questo è il mio fratellino, il principe; non si è trattenuto, ha bevuto dell’acqua ed è diventato un capretto». I servi riferirono tutto allo zar. Lo zar fece chiamare Alënuška, le fece un sacco di domande; gli piacque e lo zar decise di sposarla. Celebrarono presto le nozze e iniziarono a vivere insieme, e con loro il capretto: passeggia per il giardino, mangia e beve insiem allo zar e alla zarina.
Ecco che lo zar andò a caccia. Nel frattempo arrivò una strega e fece un incantesimo alla zarina: Alënuška cadde malata, divenne magra e pallida. La corte dello zar era desolata; i fiori del giardino presero ad appassire, gli alberi a seccare, l’erba a scolorire. Lo zar tornò e chiede alla zarina: «Sei forse ammalata?»». «Sì, sto male», dice la zarina. Il giorno dopo di nuovo lo zar andò a caccia. Alënuška è a letto malata; arriva da lei la strega e dice: «Se vuoi, posso curarti. Vai in riva al tale mare per il tal numero di crepuscoli e bevi della sua acqua», La zarina le diede ascolto, e sull’imbrunire andò al mare, ma la strega la stava già aspettando, la afferrò, le legò al collo una pietra e la gettò in mare. Alënuška andò a fondo; il capretto accorse e iniziò a piangere amaramente. La strega, intanto, si trasformò in zarina e rientrò a palazzo.
Lo zar arrivò e si rallegrò nel vedere la zarina ristabilita. Si misero a tavola a mangiare. «E dov’è il capretto», chiede lo zar. «Non c’è bisogno di lui» dice la strega «ho ordinato di non farlo venire; e poi manda un tale odore caprino!» Il giorno dopo, appena lo zar fu andato a caccia, la strega diede un sacco di botte al capretto, lo bastonò a più non posso e lo minaccia: «Quando lo zar sarà tornato, gli chiederò che ti sgozzino». Rientrò lo zar, la strega non gli si stacca di dosso: «Ordina, ordina in fretta di sgozzare il capretto; mi ha stufata, mi disgusta proprio!». Lo zar provava pietà per il capretto, ma non c’è niente da fare: quella gli sta talmente addosso, è talmente insistente, che lo zar alla fine acconsentì a che lo sgozzassero. Vide il capretto che stavano iniziando ad affilare i coltelli damaschini, si mise a piangere, corse dallo zar e chiede: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso. Allora il capretto corse al mare, e dalla riva gemette:

Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:

Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto si mise a piangere e tornò indietro. Verso mezzogiorno di nuovo chiede allo zar: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso. Allora il capretto corse al mare e gemette:

Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:

Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto si mise a piangere e tornò indietro. lo zar allora pensa: perché il capretto corre sempre al mare? Ecco che il capretto gli chiese per la terza volta: «Zar! Fammi andare in riva al mare, la sua acqua a bere, le viscere a sciacquare». Lo zar gli diede il permesso e lo seguì; arriva al mare e sente il capretto che invoca la sorellina:

Alënuška, mia sorellina!
Nuota, nuota a me vicina.
Ardono i fuochi ardenti,
Bollono le acque bollenti,
Affilano un coltello damaschino,
Vogliono sgozzare il tuo fratellino!

Quella gli risponde:

Ivanuška, caro fratello!
Mi lega al fondo la pietra che ho al collo.
Una serpe crudele mi succhia il midollo!

Il capretto ricominciò a invocare la sorellina. Alënuška venne in superficie e apparve sull’acqua. Lo zar la afferrò, le strappò dal collo la pietra e trascinò Alënuška a riva, dove chiede: cosa è avvenuto? Quella gli raccontò tutto. Lo zar si rallegrò, il capretto anche e iniziò a saltellare; nel giardino tutto rinverdì e rifiorì. La strega, su ordine dello zar, fu giustiziata: alzarono un rogo nella corte e la bruciarono. Dopodiché lo zar, la zarina e il capretto vissero felici e contenti, diventando sempre più abbienti, come in precedenza mangiarono e bevvero alla stessa tavola.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La favola del principe Ivan, dell’uccello di fuoco e del lupo grigio

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In un certo reame, in terre lontane, viveva uno zar di nome Vyslav Andronovič. Aveva tre figli, tre principi: il primo — il principe Dimitrij, il secondo — il principe Vasilij, il terzo — il principe Ivan. Questo zar Vyslav Andronovič aveva un giardino talmente ricco, che non ce n’era uno più bello in tutto il reame; in quel giardino crescevano diversi alberi pregiati, di frutta e no, ma lo zar prediligeva soprattutto un melo, e su quel melo crescevano delle melucce tutte d’oro. Prese l’abitudine di volare nel giardino dello zar Vyslav l’uccello di fuoco; aveva le penne d’oro, e gli occhi sembravano di cristallo orientale. Volava in quel giardino ogni notte e si metteva sul melo prediletto dello zar Vyslav, coglieva le melucce d’oro e poi volava via. Lo zar Vyslav Andronovič si tormentava molto per quel melo, per il fatto che l’uccello di fuoco avesse strappato molte delle sue mele; perciò chiamò a sé i tre figli e disse loro: «Figli miei cari! Chi di voi riuscirà ad acchiappare nel mio giardino l’uccello di fuoco? Chi lo catturerà vivo, a quello darò la metà del mio regno finché sono ancora in vita, e dopo la mia morte avrà tutto». Allora i principi suoi figligridarono come un sol uomo: «Amato sovrano, padre, Vostra Altezza Reale! Con grande gioia noi cercheremo di catturare l’uccello di fuoco vivo».
La prima notte andò a fare la guardia in girdino il principe Dimitrij e, sedutosiai piedi di quel melo dal quale l’uccello di fuoco coglieva le melucce, si addormentò e non sentì quando l’uccello di fuoco arrivò e molte mele beccò. Al mattino, lo zar Vyslav Andronovič chiamò a sé suo figlio, il principe Dimitrij, e chiese: «Allora, figlio mio caro, hai visto l’uccello di fuoco o no?». Quello rispose al padre: «No, amato sovrano, padre! Questa notte non è venuto». La seconda notte andò nel giardino a fare la posta all’uccello di fuoco il principe Vasilij. Sedette ai piedi del melo: passò un’ora, ne passò un’altra, e si addormentò tanto profondamente che non sentì quando l’uccello di fuoco arrivò e le mele beccò. Al mattino, lo zar Vyslav lo chiamò a sé e chiese: «Allora, figlio mio caro, hai visto l’uccello di fuoco o no?». «Amato sovrano, padre! Questa notte non è venuto».
La terza notte andò in giardino a fare la guardia il principe Ivan e sedette ai piedi del solito melo; passa un’ora, ne passa un’altra, ne passa una terza — all’improvviso tutto il giardino si illuminò come se fossero state accese molte luci: arrivò l’uccello di fuoco, si mise sul melo e iniziò a beccare le melucce. Il principe Ivan gli si avvicinò silenziosamente e con tale abilità che riuscì ad afferrarlo per la coda; tuttavia non poté trattenerlo: l’uccello di fuoco si liberò e volò via, e rimase in mano al principe Ivan solo una penna della sua coda, alla quale si era afferrato tanto decisamente. Al mattino, appena lo zar Vyslav si fu svegliato, il principe Ivanandò da lui e gli diede la pennuccia dell’uccello di fuoco. lo zar Vyslav si rallegrò molto che il figlio minore fosse riuscito a prendere almeno una penna dell’uccello di fuoco. Questa penna era tanto stupenda e luminosa che, se la si portava in una sala buia, riluceva talmente da sembrare che in quella stanza fossero state accese molte candele. lo zar Vyslav mise la pennuccia nel suo studio, come una cosa che si deveconservare in eterno. Da quel momento, l’uccello di fuoco non volò più nel giardino.
lo zar Vyslav nuovamente chiamò a sé i suoi figli e disse loro: «Figli miei cari! Mettetevi in viaggio, io vi darò la mia benedizione, trovate l’uccello di fuoco e portatemelo vivo; quello che promisi una volta lo otterrà, naturalmente, chi mi porterà l’uccello di fuoco». I principi Dimitrij e Vasilij cominciarono a provare astio verso il fratello minore Ivan, perché era riuscito a prendere una penna della coda dell’uccello di fuoco; si fecero benedire dal padre e partirono insieme alla ricerca dell’uccello di fuoco. Anche il principe Ivan, intanto, cominciò a chiedere al padre la benedizione. Lo zar Vyslav gli disse: «Figlio mio caro, mio beneamato! Sei ancora troppo giovane e non sei abituato a un viaggio tanto lungo e rischioso;perché vuoi allontanarti da me? Sono già andati i tuoi fratelli. E se te ne vai anche tu e rimaneste lontani tutti e tre per tanto tempo? Io sono ormai vecchio e i miei giorni sono contati; se durante la vostra assenza il Signore Iddio dovesse chiamarmi a sé, chi governerà il regno al mio posto? Allora potrebbe nascere una sommossa o un disaccordo tra il popolo, ma non ci sarebbe nessuno per porvi fine; oppure il nemico potrebbe marciare contro il nostro reame, ma non ci sarebbe nessuno a guidare le nostre truppe». Tuttavia, per quanto lo zar Vyslav cercasse di trattenere il principe Ivan, in nessun modo riuscì a impedirgli di andare, le sue preghiere erano troppo insistenti. Il principe Ivan si fece benedire dal padre, si scelse un cavallo e si mise in marcia, lui stesso senza sapere dove andare.
A furia di cavalcare, vicino o lontano, per monti e per valli, si fa prima in una favola a raccontarlo che nella realtà a farlo, giunse alla fine in aperta campagna tra verdi prati. E in mezzo alla campagna c’è un palo, e sul palo sono scritte queste parole: «Chi, partendo da questo palo, andrà dritto, avrà fame e freddo; chi andrà a destra sarà sano e salve, ma gli morirà il cavallo; chi invece andrà a sinistra sarà ucciso, ma il suo cavallo sarà sano e salvo». Il principe Ivan lesse la scritta e andò a destra, pensando che, se anche il suo cavallo fosse stato ucciso, lui sarebbe rimasto sano e salvo e col tempo avrebbe potuto trovarsene un altro. Cavalcò un giorno, un secondo e un terzo — all’improvviso gli si fece incontro un enorme lupo grigio e disse: «Salute a te, ragazzo, principe Ivan! Hai letto quel che era scritto sul palo, che il tuo cavallo sarebbe morto; allora perché sei venuto da questa parte?». A queste parole, il lupo squarciò il cavallo del principe Ivan in due e sparì.
Il principe Ivan fu molto addolorato della fine del suo cavallo, pianse lacrime amare e poi si incamminò a piedi. Camminò l’intero giorno, stancandosi in modo indicibile, e si era appena seduto per riposarsi che all’improvviso lo raggiunse il lupo grigio e gli disse: «Mi dispiace, principe Ivan, che tu sia sfinito per la camminata; mi dispiace anche di aver sbranato il tuo buon cavallo. Bene! siediti su di me, sul lupo grigio, e dimmi dove vuoi andare e perché». Il principe Ivan disse al lupo grigio dove doveva andare; e il lupo grigio lo portava più veloce del cavallo e dopo un po’, per l’appunto di notte, condusse il principe Ivan ai piedi di un muro di pietra non molto alto, si fermò e disse: «Allora, principe Ivan, scendi dalla mia schiena di lupo grigio e arrampicati oltre questo muro di pietra; là, oltre il muro, c’è un girdino, e in quel giardino c’è l’uccello di fuoco in una gabbia d’oro. Tu prendi l’uccello di fuoco, ma non toccare la gabbia d’oro; se prenderai la gabbia, allora non potrai mai più andartene di qui: ti prenderanno subito!». Il principe Ivan entrò nel giardino, dopo aver superato il muro, vide l’uccello di fuoco nella gabbia d’oro, che gli piacque enormemente. Tirò fuori l’uccello dalla gabbia e tornò indietro, ma poi cambiò idea e si disse: «Se prendo l’uccello di fuoco senza la gabbia, dove lo metterò?». Tornò sui suoi passi e appena ebbe staccato la gabbia d’oro, allora improvvisamente si sentì un colpo e un tuono in tutto il girdino, poiché a quella gabbia d’oro erano collegate delle corde. Le guardie subito si svegliarono, corsero nel giardino, presero il principe Ivan con l’uccello di fuoco e lo portarono al loro zar, che si chiamava Dolmat. Lo zar Dolmat si adirò molto col principe Ivan e gli gridò irato con voce tonante: «Non ti vergogni, ragazzo, di rubare? Chi sei, di che paese, chi è tuo padre e come ti chiami?». Il principe Ivan gli rispose: «Vengo dal reame di Vyslav, sono il figlio dello zar Vyslav Andronovič e mi chiamo principe Ivan. Il tuo uccello di fuoco aveva preso l’abitudine di volare nel nostro giardino ogni notte, e coglieva dal melo preferito di mio padre delle melucce d’oro, e ha rovinato quasi tutto l’albero; per questo mio padre mi ha mandato a cercare l’uccello di fuoco, che gli devo portare». «Senti un po’ ragazzo, principe Ivan» riprese lo zar Dolmat «è forse bello fare quello che hai fatto? Se tu fossi venuto da me, io ti avrei dato l’uccello di fuoco con le buone; e ora ti farebbe piacere che io facessi sapere dele tue malefatte in tutto il paese, di come sei entrato con la forza nel mio regno? Senti, principe Ivan! Se tu mi rendi un servizio, andando in una terra ai confini del mondo, in un paese ai confini del mondo, e riesci a portarmi il cavallo con la criniera d’oro dello zar Afron, allora io mi dimenticherò della tua colpa e ti darò con piacere l’uccello di fuoco; ma se non riuscirai a portare a termine questo servizio, allora farò sapere in tutto il regno che tu sei un miserabile ladro». Il principe Ivan si ritirò dallo zar Dolmat molto afflitto, dopo avergli promesso di portargli il cavallo dalla criniera d’oro.
Arrivò dal lupo grigio e gli raccontò tutto quello che lo zar Dolmat gli aveva detto: «Salute a te, ragazzo, principe Ivan!» gli rispose il lupo grigio. «Perché non hai dato ascolto alle mie parole e hai preso la gabbia d’oro?». «Sono colpevole di fronte a te», disse al lupo il principe Ivan. «Bene, sia!» rispose il lupo grigio. «Siediti su di me, sul lupo grigio; io ti porterò dove devi andare». Il principe Ivan sedette sulla schiena del lupo grigio; e il lupo si mise a correre tanto velocemente quanto una freccia, e, dopo aver corso un mese o un anno, alla fine arrivò nel regno dello zar Afron di notte. E, avvicinatosi alle scuderie reali di pietra bianca, il lupo grigio disse al principe Ivan: «Vai, principe Ivan, in quelle scuderie di pietra bianca (in questo momento i palafrenieri di guardia dormono della grossa!) e prenditi il cavallo con la criniera d’oro. Là su una parete è appesa una briglia d’oro, tu non prenderla o mal te ne incoglierà». Il principe Ivan entrò nelle scuderie di pietra bianca, prese il cavallo e stava per tornare indietro; ma vide sulla parete la briglia d’oro e gli piacque a tal punto che la tirò giù dal chiodo, e appena l’ebbe tirata giù, improvvisamente si sentì un colpo e un tuono in tutte le scuderie, perché a quella briglia erano collegate delle corde. Subito i palafrenieri di guardia si svegliarono, accorsero, presero il principe Ivan e lo portarono dallo zar Afron. lo zar Afron cominciò a chiedergli: «Salute a te, ragazzo! Dimmi, di che paese sei, chi è tuo padre e come ti chiami?». Allora gli rispose il principe Ivan: «Vengo dal reame di Vyslav, sono il figlio dello zar Vyslav Andronovič e mi chiamo principe Ivan». «Oh, ragazzo, principe Ivan!» gli disse lo zar Afron. «L’azione che hai commesso è forse degna di un cavaliere d’onore. Se tu fossi venuto da me, io ti avrei dato il cavallo dalla criniera d’oro con le buone. E ora ti farebbe piacere che io facessi sapere delle tue malefatte in tutto il paese, di come sei entrato con la forza nel mio regno? Senti, principe Ivan! Se tu mi rendi un servizio, andando in una terra ai confini del mondo, in un regno ai confini del mondo, e riesci a portarmi la principessa elena la Bella, che amo da tempo e con tutta l’anima, ma che non sono riuscito ad avere, allora io mi dimenticherò della tua colpa e ti darò con piacere il cavallo dalla criniera d’oro con la briglia d’oro. Ma se non riuscirai a portare a termine questo servizio, allora farò sapere in tutto il regno che sei un miserabile ladro, e farò stampare tutti i particolari sul modo in cui ti sei indegnamente comportato nel mio reame». Allora il principe Ivan promise allo zar Afron di portargli la principessa Elena la Bella, e poi uscì dal palazzo piangendo amaramente.
Arrivò dal lupo grigio e gli raccontò tutto quello che gli era successo. «Salute a te, ragazzo, principe Ivan!» gli rispose il lupo grigio. «Perché non hai dato ascolto alle mie parole e hai preso la briglia d’oro?» «Sono colpevole di fronte a te», disse al lupo il principe Ivan. «Bene, sia!» continuò il lupo grigio. «Siediti su di me, sul lupo grigio; io ti porterò dove devi andare». Il principe Ivan sedette sulla schiena del lupo grigio; e il lupo si mise a correre tanto velocemente quanto una freccia, e corse, come si può raccontare in una favola, per un po’ di tempo e, finalmente, arrivò nel regno della principessa Elena la Bella. E, avvicinatosi al cancello d’oro che circondava un meraviglioso giardino, il lupo disse al principe Ivan: «Allora, principe Ivan, ora scendi dalla mia schiena di lupo grigio, e torna indietro per quella strada per la quale siamo venuti fin qui, e aspettami in aperta campagna sotto una quercia verde». Il principe Ivan si avviò dove gli era stato detto. Il lupo grigio, invece, sedette accanto al cancello d’oro e si mise ad aspettare il momento in cui la principessa Elena la Bella sarebbe andata a passeggiare nel giardino. Verso sera, quando il solicello cominciò ad abbassarsi verso occidente e per questo l’aria non era più molto calda, la principessa Elena la Bella andò nel giardino a passeggiare con le sue governanti e le sue dame di compagnia. quando uscì in giardino e si avvicinò al luogo in cui c’era il lupo grigio, oltre il cancello, improvvisamente il lupo grigio scavalcò con un salto il cancello nel giardino e afferrò la principessa Elena la Bella, con un salto tornò indietro e si mise a correre con lei a perdifiato. Arrivò in aperta campagna, sotto la quercia verde, dove lo stava aspettando il principe Ivan, e gli disse: «Principe Ivan, siediti in fretta su di me, sul lupo grigio!». Il principe Ivan sedette su di lui, e il lupo grigio portò di corsa tutti e due verso il regno dello zar Afron. le governanti, le balie e tutte le dame di compagnia che stavano passeggiando nel giardino con la bella principessa Elena rientrarono subito a palazzo e mandarono all’inseguimento dei cavalieri per raggiungere il lupo grigio; ma per quanto gli inseguitori corressero, non poterono raggiungerlo e tornarono indietro.
Il principe Ivan, sedendo in groppa al lupo grigio con la bella principessa Elena, si innamorò follemente di lei, e lei del principe Ivan; e quando il lupo grigio arrivò nel regno dello zar Afron e il principe Ivan avrebbe dovuto portare la bella principessa Elena a palazzo e darla allo zar, allora il principe si addolorò molto e iniziò a piangere come una fontana. Il lupo grigio gli chiese: «Perché piangi, principe Ivan?». Al che il pricnipe Ivan gli rispose: «Amico mio, lupo grigio! E come posso io, bravo giovane, non piangere e non affliggermi? Amo con tutto il cuore la bella principessa Elena, e ora la devo consegnare allo zar Afron per avere il cavallo dalla criniera d’oro, e se non gliela consegnerò, allora lo zar Afron mi disonorerà in tutti i paesi». «Ti ho reso moli servizi, pricnipe Ivan» disse il lupo grigio «ti aiuterò anche stavolta. Senti, principe Ivan: io mi trasformerò nella bella principessa Elena, tu portami allo zar Afron e prendi il cavallo dalla criniera d’oro; lui crederà che io sia la vera principessa. E quando salirai in groppa al cavallo dalla crniera d’oro e galopperai lontano, allora chiederò allo zar Afron di fare una passeggiata in campagna, e appena mi avrà lasciato con le balie e le governanti e tutte le dame di compagnia e sarò con loro in aperta campagna, allora ricordati di e e io sarò di nuovo accanto a te». Il lupo grigio parlò così, si gettò sull’umida terra e divenne la bella principessa Elena: nessuno avrebbe potuto sospettare che non era lei. Il principe Ivan prese il lupo grigio, andò al palazzo dello zar Afron e disse alla bella principessa Elena di aspettarlo poco fuori della città. Quando il principe Ivan arrivò dallo zar Afron con la falsa Elena la Bella, lo zar in cuor suo si rallegrò assai di aver ottenuto il tesoro che da tempo desiderava. Ricevette la falsa principessa e in cambio consegnò al principe Ivan il cavallo dalla criniera d’oro. Il principe Ivan salì in groppa al cavallo e uscì dalla città; fece salire con lui anche Elena la Bella e si mise in marcia verso il regno dello zar Dolmat. Il lupo grigio resta dallo zar Afron un giorno, un secondo e un terzo al posto della bella principessa Elena; ma il quarto giorno andò dallo zar Afron a chiedergli di fare una passeggiata in aperta campagna, per attenuare la propria struggente nostalgia. Gli risposa lo zar Afron: «Ah, mia bella principessa Elena! Farò qualsiasi cosa per te, ti lascerò passeggiare in aperta campagna». E subito ordinò a balie e governanti e a tutte le dame di compagnia di andare con la bella principessa a passeggiare in campagna.
intanto il principe Ivan cavalcava con Elena la Bella, chiacchierava con lei e si dimenticò completamente del lupo grigio; ma poi gli venne in mente: «Ah, dov’è il mio lupo grigio?». Improvvisamente, da non si sa dove, apparve davanti al principe Ivan e gli disse: «Siediti, principe Ivan, su di me, sul lupo grigio, e che la bella principessa vada sul cavallo dalla criniera d’oro». Il principe Ivan sedette sul lupo grigio, e cavalcarono verso il regno dello zar Dolmat. Passarono ore o mesi, arrivarono in quel regno, ma si fermarono a tre verste dalla città. Il principe Ivan prese a chiedere al lupo grigio: «Senti, amico mio caro, lupo grigio! Mi hai reso molti servizi, aiutami per l’ultima volta, ecco quale sarà il tuo compito: non potresti trasformarti in cavallo dalla criniera d’oro al posto di questo? Perché non vorrei separarmi da questo cavallo dalla criniera d’oro». Improvvisamente il lupo grigio si gettò sull’umida terra e divenne un cavallo dalla criniera d’oro. Il principe Ivan, dopo aver lasciato la bella principessa Elena in un verde prato, sedette sul lupo grigio e andò a palazzo dallo zar Dolmat. Appena arrivò là, lo zar Dolmat vide che il principe Ivan montava il cavallo dalla criniera d’oro, si rallegrò assai, subito uscì dai suoi appartamenti, accolse il principe nel vasto cortile, lo baciò sulle labbra zuccherine, lo prese per la mano destra e lo condusse nel suo palazzo di pietra bianca. lo zar Dolmat era talmente felice che ordinò di organizzare un banchetto, così sedettero a dei tavoli di quercia, coperti di tovaglie arabescate; bevvero, mangiarono, fecero baldoria e si divertirono per due giorni, e il terzo giorno lo zar Dolmat consegnò al principe Ivan l’uccello di fuoco con la gabbia d’oro. Il principe prese l’uccello di fuoco, uscì dalla città, sedette sul cavallo dalla criniera d’oro insieme alla bella principessa Elena e si mise in cammino verso la sua patria, verso il regno dello zar Vyslav Andronovič. lo zar Dolmat, il giorno dopo, volle provare a fare un giro col suo cavallo dalla criniera d’oro in campagna; ordinò di sellarlo, poi lo montò e andò in aperta campagna; l’aveva appena mandato al galoppo, che quello si scosse di dosso lo zar Dolmat e, ritornato a essere un lupo grigio, si mise a correre e raggiunse il principe Ivan. «Principe Ivan!» disse. «Siediti su di me, sul lupo grigio, e la principessa Elena la Bella vada sul cavallo dalla criniera d’oro». Il principe Ivan si sedette sul lupo grigio e continuarono per la loro strada. Appena il lupo grigio ebbe riportato il principe Ivan in quei luoghi in cui aveva sbranato il suo cavallo, si fermò e disse: «Allora, principe Ivan, ti ho servito con fedeltà e lealtà. in questo punto ho squarciato il tuo cavallo in due, fino a questo punto ti ho riportato. Scendi dalla mia schiena di lupo grigio, ora hai un cavallo dalla criniera d’oro, quindi montagli in groppa e vai dove devi; io non ti sono più servo». Il lupo grigio disse queste parole e corse via; il principe Ivan pianse lacrime amare per il lupo grigio e poi si rimise in marcia con la bella principessa.
Cavalcò giorni o mesi con la bella principessa Elena sul cavallo dalla criniera d’oro e, arrivato a venti verste dal suo regno, si fermò, scese dal cavallo e, insieme alla bella principessa, si stese a riposare sotto un albero, al riparo dal caldo; attaccò il cavallo dalla criniera d’oro all’albero, e mise accanto a sé la gabbia con l’uccello di fuoco. Stesi sulla tenera erba e parlando d’amore, si addormentarono della grossa. nel frattempo i fratelli del principe Ivan, i principi Dimitrij e Vasilij, dopo aver cavalcato per diversi paesi senza aver trovato l’uccello di fuoco, stavano tornando a casa a mani vuote; per caso si imbatterono nel loro fratello che dormiva, il principe Ivan, e nella bella principessa Elena. Vedendo pascolare il cavallo dalla criniera d’or, ne restarono affascinati e decisero di ammazzare il fratello principe Ivan. Il principe Dimitrij sfoderò la sua spada, sgozzò il principe Ivan e lo fece a pezzettini; poi svegliò la bella principessa Elena e cominciò a chiederle: «Bella fanciulla! Di che paese sei, di chi sei figlia e come ti chiami?». La bella principessa Elena, vedendo il principe Ivan morto, si spaventò enormemente, cominciò a piangere a calde lacrime e tra le lacrime disse: «Sono la principessa Elena la Bella, e mi ha conquistata il principe Ivan, che avete ucciso barbaramente. Se foste stati dei cavalieri leali, sareste andati con lui in campo aperto e l’avreste vinto da vivo, invece l’avete ucciso mentre dormiva e quale merito vi siete acquistati? Un uomo che dorme è come un uomo morto!». Allora il principe Dimitrij mise la sua spada al cuore della bella principessa Elena e le disse: «Ascolta, Elena la Bella! Ora sei nelle nostre mani; ti porteremo da nostro padre, lo zar Vyslav Andronovič, e tu devi dirgli che ti abbiamo conquistato noi, insieme all’uccello di fuoco e al cavallo dalla criniera d’oro. Se non dirai così, ti ammazzeremo subito!». La bella principessa Elena, spaventata a morte, promise loro e giurò su tutti i santi che avrebbe detto quel che volevano. Allora il principe Dimitrij e il principe Vasilij si giocarono la bella principessa Elena e il cavallo dalla criniera d’oro. E il cso volle che la bella principessa Elena toccasse al principe Vasilij, mentre il principe Dimitrij salì sul cavallo dalla criniera d’oro e prese l’uccello di fuoco, per consegnarlo al padre, lo zar Vyslav Andronovič, e si misero in marcia.
Il principe Ivan giaceva morto in quel luogo da esattamente trenta giorni, quando passò di lì il lupo grigio e riconobbe dall’odore il principe Ivan. Voleva aiutarlo, resuscitarlo, ma non sapeva come fare. In quel momento vide il lupo grigio un corvo e i suoi due piccoli, che volavano sul cadavere e volevano scendere a terra e mangiarsi la carne del principe Ivan. Il lupo grigio si nascose dietro un cespuglio, e non appena i corvetti furono scesi a terra e ebbero cominciato a beccare il corpo del principe Ivan, quello saltò fuori da dietro il cespuglio, afferrò un corvetto e fece finta di volerlo squarciare in due. Allora il corvo scese a terra, si posò non lontano dal lupo grigio e gli disse: «Salute a te, lupo grigio! Non far del male al mio figlio più piccolo, lui non ti ha fatto niente». «Ascolta, Corvo Corvonič!» rispose il lupo grigio. «Io non toccherò il tuo figlioletto e lo lascerò andare sano e salvo, se tu mi farai un piacere: vola oltre i confini del mondo, in un paese lontanissimo e portami l’acqua della vita e l’acqua della morte». Al che Corvo Corvonič disse al lupo grigio: «Io ti farò questo servizio, a patto che tu non tocchi il mio piccolo». Dette queste parole, il corvo volò via e presto sparì alla vista. Il terzo giorno tornò il corvo e portò con sé due ampolline: in una c’era l’acqua della vita, nell’altra quella della morte, e diede le ampolline al lupo grigio. Il lupo grigio prese le ampolline, squarciò il corvetto in due, lo bagno con l’acqua della morte e subito il corvetto tornò intero, lo bagnò con l’acqua della vita — il corvetto sussultò e volò via. Poi il lupo grigio bagnò il principe Ivan con l’acqua della morte — il suo corpo si saldò, lo bagnò con l’acqua della vita — il principe Ivan si alzò in piedi e disse: «Ah, quanto ho dormito a lungo!». Al che gli disse il lupo grigio: «Sì, principe Ivan, avresti dormito in eterno se non ci fossi stato io; infatti i tuoi fratelli ti hanno ucciso e si sono portati via e la bella principessa Elena, e il cavallo dalla criniera d’oro, e l’uccello di fuoco. Ora affrettati il più possibile verso la tua patria; tuo fratello, il principe Vasilij, sposa oggi la tua promessa, la bella principessa Elena. E per arrivare là più in fretta, è meglio se ti siedi su di me, sul lupo grigio; il lupo si mise a correre con lui sulle spalle verso il regno dello zar Vyslav Andronovič, e, quanto corse non si sa, giunse in città. Il principe Ivan scese dal lupo grigio, entrò in città e, arrivato a palazzo, trovò che suo fratello, il principe Vasilij, aveva sposato la bella Elena: era tornato con lei dalle nozze e sedeva a tavola. Il principe Ivan entrò nel palazzo e non appena Elena la Bella lo vide, subito si alzò di scatto dal tavolo, prese a baciarlo sulle labbra zuccherine e gridò: «Ecco il mio amato fidanzato, il principe Ivan, e non quello scellerato che siede a tavola!». Allora lo zar Vyslav Andronovič si alzò dal posto e iniziò a chiedere alla bella principessa Elena cosa significava, di cosa stava parlando? Elena la Bella gli raccontò tutta la santa verità, come erano andate le cose: come il principe Ivan aveva conquistato lei, il cavallo dalla criniera d’oro e l’uccello di fuoco, come i fratelli maggiori lo avevano ucciso mentre dormiva e come avevano spaventato lei perché dicesse che erano stati loro a trovare tutte quelle meraviglie. Lo zar Vyslav si adirò terribilmente con i principi Dimitrij e Vasilij e li fece mettere in prigione; il principe Ivan, invece, sposò la bella principessa Elena e visse con lei felice e contento, tanto che non potevano stare nemmeno un minuto l’uno senza l’altra.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Vasilisa la Bella

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In un reame, c’era una volta un mercante. In dodici anni di matrimonio, aveva avuto solamente una figlia, Vasilisa la Bella. Quando la madre morì, la bambina aveva otto anni. In punto di morte, la donna chiamò a sé la figlia, tirò fuori da sotto la coperta una bambola, gliela diede e disse: «Ascolta, mia piccola Vasilisa! Ricorda e segui le mie ultime parole. Io sto per morire e insieme alla benedizione materna ti lascio questa bambola; tienila sempre con te e non la mostrare a nessuno; se ti dovesse succedere qualche disgrazia, dalle da mangiare e chiedile consiglio. Una volta rifocillata, ti dirà come rimediare alla sventura». Dopodiché la madre baciò la figlioletta e morì.
Dopo la morte della moglie, il mercante portò il lutto quanto si conveniva, ma poi iniziò a pensare di risposarsi. Era una brava persona; i partiti non mancavano, ma una vedovella gli piacque più delle altre. Non era più giovanissima, aveva anche due figlie, più o meno della stessa età di Vasilisa: doveva dunque essere una donna di casa e una madre esperta. Il mercante sposò la vedovella, ma aveva fatto un errore: non aveva trovato in lei una buona madre per la sua Vasilisa. Vasilisa era la più bella ragazzina del villaggio; la matrigna e le sorellastre erano gelose della sua bellezza, la tormentavano con tutti i lavori possibili e immaginabili, perché si sciupasse a forza di faticare e le diventasse la pelle scura per il sole e per il vento; non era certo vita la sua!
Vasilisa sopportava tutto senza protestare e di giorno in giorno diventava più bella e più fiorente, mentre la matrigna e le sue figlie si rinsecchivano e si imbruttivano per la cattiveria, nonostante stesserosempre sedute e con le mani in mano, come delle signore. Com’era possibile tutto questo? Vasilisa era aiutata dalla sua bambola. Altrimenti, come se la sarebbe cavata la bambina con tutto quel lavoro? Per questo, Vasilisa, a volte, non finiva di mangiare e lasciava il boccone più prelibato alla bambolina, e di sera, quando tutti si mettevano a letto, si chiudeva nello sgabuzzino dove viveva e le dava da mangiare, dicendo: «Tieni, bambolina, mangia, mio bene, ascolta il racconto delle mie pene! Abito in casa di papà, ma non vedo per me felicità; la matrigna cattiva mi perseguita fin dall’alba. Insegnami come agire, come a vivere riuscire». La bambolina si rifocillava, e poi le dava dei consigli, la riconfortava, e il mattino dopo sbrigava tutte le faccende al posto di Vasilisa; lei, intanto, si riposava al freschetto, raccoglieva un bel mazzetto, mentre l’orto era curato, e il cavolo innaffiato, e l’acqua portata, e la stufa accesa. La bambolina mostrò perfino a Vasilisa un’erba per proteggere la pelle dal sole. Bella la vita con la bambolina.
Passarono alcuni anni; Vasilisa crenne e divenne una ragazza da marito. Tutti i ragazzi in città chiedono la mano di Vasilisa; alle figlie della matrigna nessuno dà nemeno un’occhiata. La matrigna si incattivisce più di prima e risponde a tutti i pretendenti: «Non farò sposare la minore prima delle altre due!», e quando i ragazzi se ne vanno, sfoga la sua collera su Vasilisa picchiandola.
Un giorno, il mercante fu costretto a partire per un lungo viaggio d’affari. La matrigna si trasferì in un’altra casa, e accanto a questa casa c’era un fitto bosco, e nel bosco, in una radura, c’era una capanna, e nella capanna viveva una baba-jaga: non lasciava avvicinare nessuno e mangiava la gente, come fossero polli. Fatto il trasloco, la moglie del mercante trovava mille scuse per mandare l’odiata Vasilisa nel bosco, ma lei tornava sempre a casa sana e salva: la bambolina le indicava la strada e non la lasciava avvicinare alla capanna della baba-jaga.
Arrivò l’autunno. La matrigna distribuì alle tre ragazze il lavoro serale: una fu incaricata di tessere del pizzo, l’altra di fare la calza, Vasilisa, invece, di filare, a ognuna insomma un compito. Spense tutte le luci della casa, lasciò solo una candela là dove lavoravano le ragazze, e se ne andò a letto. Le ragazze lavoravano. Ecco che la fiamma della candela si abbassò; una delle figlie della matrigna prese una pinza per smoccolare lo stoppino, ma invece, su ordine della madre, spense la candela come per caso. «Che facciamo adesso?» dicevano le ragazze. «Non c’è più luce da nessuna parte in casa, e i nostri compiti non sono finiti. Bisogna correre a prendere del fuoco dalla baba-jaga». «A me fanno luce le spille!» disse quella che tesseva il pizzo. «Io non ci vado». «Nemmeno io ci vado» disse quella che faceva la calza. «A me fanno luce i ferri!» «Devi andarci tu» gridarono tutte e due. «Vai dalla baba-jaga!», e spingevano Vasilisa fuori dalla stanza.
Vasilisa andò nel suo ripostiglio, mise davanti alla bambolina la cena preparata e disse: «Tieni, bambolina, mangia, mio bene, ascolta il racconto delle mie pene: vogliono mandarmi a prendere il fuoco dalla baba-jaga; la baba-jaga mi mangerà!». La bambolina mangiò tutto,e gli occhi le brillavano come due stelle. «Non temere, mia piccola Vasilisa!» disse. «Vai dove ti mandano, ma tienimi sempre con te. Con me accanto non ti succederà niente dalla baba-jaga». Vasilisa si preparò, si mise la bambolina nella tasca e, dopo essersi fatta il segno della corce, andò nella foresta selvaggia.
Cammina e trema. All’improvviso la supera un cavaliere: bianco, vestito di bianco, su un cavallo bianco ornato da finimenti bianchi: iniziò ad albeggiare.Cammina ancora e la supera un altro cavaliere: rosso, vestito di rosso, su un cavallo rosso: iniziò a spuntare il sole.
Vasilisa camminò tutta la notte e tutto il giorno, solo la sera successiva sbucò nella radura dove stava l’izbà della baba-jaga; la palizzata intorno all’izbà era di ossa umane, sulla palizzata c’erano dei teschi con gli occhi; al posto dei battenti del portone — gambe umane, al posto dei chiavistelli — mani, al posto del lucchetto — una bocca con denti aguzzi. Vasilisa allibì per l’orrore e rimase di sasso. All’improvviso arriva un altro cavaliere: nero, vestito di nero, su un cavallo nero; galoppò fino al portone della baba-jaga e sparì, come se la terra l’avesse inghiottito: si fece notte. Ma l’oscurità non durò a lungo; a tutti i teschi della palizzata si illuminarono gli occhi, e la radura fu rischiarata a giorno. Vasilisa tremava dalla paura, ma, non sapendo dove correre, rimase là.
Presto si sentì nel bosco un terribile rumore: gli alberi crepitarono, le foglie secche scricchiolarono; uscì dal bosco la baba-jaga: in un mortaio sedeva, con il pestello frustava, con una scopa le tracce cancellava. Si avvicinò al portone, si fermò e, dopo aver annusato intorno a sé, gridò: «Puah, puah! Sento odore di russo! Chi c’è?». Vasilisa, impaurita, si avvicinò alla vecchia e, facendo un profondo inchino, disse: «Sono io, nonna! Le figlie della mia matrigna mi hanno mandata da te a chiederti del fuoco». «Bene» disse la baba-jaga «le conosco, resta qualche tempo qui da me a lavorare e allora ti darò del fuoco; altrimenti, ti mangerò!» Poi si rivolse al portone e gridò: «Ehi, chiavistelli miei solidi, tiratevi; battenti miei larghi, apritevi!». Il portone si aprì, la baba-jaga entrò fischiando; dietro di lei entrò Vasilisa, e poi di nuovo tutto si richiuse. Entrata in casa, la baba-jaga si stese e dice a Vasilisa: «Dammi un po’ qui quel che c’è nel forno: voglio mangiare».
Vasilisa accese un rametto avvicinandolo ai teschi che stavano sulla palizzata e cominciò a tirare fuori dal forno del cibo e a darlo alla baba-jaga, e il cibo sarebbe bastato per sfamare almeno dieci persone; dalla cantina portò del kvas, dell’idromele, della birra e del vino. Tutto pappò, tutto trincò la vecchia; a Vasilisa lasciò solamente un po’ di minestrina di cavoli, un tozzo di pane e un pezzettino di carne di maiale. Si mise la baba-jaga a letto a dormire e dice: «Quando domani me ne andrò, vedi il cortile di pulire, l’izbà di spazzare, il pranzo di preparare, la biancheria di stirare, poi vai al contenitore del grano, prendi un quarto di frumento e puliscilo. E che tutto sia fatto, altrimenti ti mangerò!». Dopo questo ordine la baba-jaga cominciò a russare; Vasilisa, invece, mise gli avanzi del pranzo della vecchia davanti alla bambolina, pianse amaramente e disse: «Tieni, bambolina, mangia, mio bene, ascolta il racconto delle mie pene! La baba-jaga mi ha dato un compito troppo difficile e minaccia di mangiarmi se non lo porto a termine; aiutami!». La bambola rispose: «Non temere, Vasilisa la Bella! Mangia, di’ le tue preghiere e mettiti a dormire; la notte porta consiglio!».
Di buon mattino si svegliò Vasilisa, la baba-jaga si era già alzata, e guardò dalla finestra: gli occhi dei teschi si stanno spegnendo; ecco che balenò il cavaliere bianco e albeggiò. La baba-jaga uscì nel cortile, fischiò: davanti a lei apparve il mortaio con il pestello e la scopa. Balenò il cavaliere rosso: spuntò il sole. La baba-jaga sedette nel mortaio e uscì dal cortilem col pestello frustando, con la scopa le tracce cancellando. Vasilisa rimase sola, diede un’occhiata alla casa della baba-jaga, si meravigliò per l’abbondanza di ogni cosa e rimase pensosa: in quale lavoro impegnarsi prima di tutti? Guarda, ma tutto il lavoro era già stato fatto; la bambolina aveva diviso dalla pula gli ultimi chicchi di grano. «Ah tu, mia benefattrice!» disse Vasilisa alla bambolina. «Mi hai salvata dalla sventura». «Ti è rimasto solo da preparare il pranzo» rispose la bambolina, scivolando nella tasca di Vasilisa. «Cucina con l’aiuto di Dio, poi riposati e che buon pro ti faccia!»
Verso sera, Vasilisa apparecchiò la tavola e aspetta la baba-jaga. Cominciò a imbrunire, balenò dietro il portoneil cavaliere nero: discese la notte; c’erano solo gli occhi dei teschi che facevano luce. Gli alberi crepitarono, le foglie scricchiolarono: arriva la baba-jaga. Vasilisa le andò incontro. «Hai fatto tutto?» chiede la baba-jaga. «Guarda tu stessa, nonna!», disse Vasilisa. La baba-jaga controllò tutto, si dispiacque di non aver motivo per arrabbiarsi e disse: «Va bene!». Poi gridò: «Miei fedeli servitori, amici del mio cuore, macinate il mio grano!». Apparvero sei mani, afferrarono il grano e lo portarono via. La baba-jaga mangiò a sazietà, si mise a letto a dormire e diede un nuovo ordine a Vasilisa: «Domani fai tutto quello che hai fatto oggi, ma in più prendi dal granaio semi di papavero e pulisci ogni seme dalla terra: sai, qualcuno per farmi dispetto ci ha escolato della terra!». Così disse la vecchia, si girò verso la parete e si mise a russare, mentre Vasilisa dava da mangiare alla sua bamboline. La bambolina si rifocillò e le disse le stesse cose del giorno precedente: «Prega Dio e mettiti a dormire; la notte porta consiglio, tutto sarà fatto, mia piccola Vasilisa!».
Il mattino dopo di nuovo la baba-jaga se ne andò dal cortile nel mortaio, mentre Vasilisa e la bambolina fecero subito tutto il lavoro. La vecchia tornò, controllò tutto e gridò: «Miei fedeli servitori, amici del mio cuore, ricavate dai semi di papavro dell’olio!». Apparvero le sei mani, afferrarono il papavero e lo portarono via. La baba-jaga sedette a mangiare; quella mangia e Vasilisa, in piedi, tace. «Perché non mi dici qualcosa?» disse la baba-jaga. «Te ne stai lì come se fossi muta!» «Non osavo» rispose Vasilisa «ma se me lo permetti, allora vorrei proprio chiederti una cosa». «Chiedi pure; anche se non tutte le domande sono salutari: chi sa molto invecchia presto!» «Vorrei chiederti, nonna, solamente di una cosa che ho visto: mentre venivo da te, mi ha oltrepassata un cavaliere su un cavallo bianco, bianco anche lui e con un vestito bianco: chi era?» «Era il mio giorno chiaro», rispose la baba-jaga. «Poi mi ha oltrepassata un altro cavaliere, su un cavallo rosso, rosso anche lui e vestito tutto di rosso; e quello chi era?» «Era il mio sole ardente!», rispose la baba-jaga. «E chi era un cavaliere nero, che mi ha oltrepassata proprio sul tuo portone, nonna?» «Era la mia notte scura: tutti sono miei fedeli servitori!»
Vasilisa si ricordò delle sei mani e tacque. «Perché non mi chiedi qualche altra cosa?», disse la baba-jaga. «Mi basta così; tu stessa hai detto, nonna, che chi sa molto invecchia presto». «Hai fatto bene»disse la baba-jaga «a chiedere solo di quello che hai visto fuori del cortile e non nel cortile! Non i piace che la gente ficchi il naso nei miei affari, e quanti curiosi ho mangiato! Ora sono io a farti una domanda: come ce la fai a finire tutto il lavoro che ti do da fare?» «Mi aiuta la benedizione della mia mamma», rispose Vasilisa. «È dunque questo! Sparisci dalla mia vista, figlia benedetta! Non ho bisogno di gente benedetta». Trascinò Vasilisa fuori dalla casa e la spinse fuori dal portone, dopo aver preso dalla palizzata uno dei teschi con gli occhi fiammeggianti e averglielo dato, conficcato su un palo, dicendo: «Eccoti il fuoco per le figlie della tua matrigna, prendilo; è per questo, no, che ti hanno mandata qui».
Vasilisa si incamminò verso casa alla luce del teschio, che si spense solamente alle prime luci dell’alba, e, alla fine, la sera del secondo giorno, giunse a casa sua. Avvicinandosi al portone, voleva gettare il teschio: “Probabilmente a casa” pensa “non avranno più bisogno di fuoco”. Ma all’improvviso sentì una debole voce provenire dal teschio: «Non mi gettare, portami alla matrigna!«.
Lei guardò verso la casa della matrigna e, non vedendo luce a nessuna delle finestre, si decise ad andare là col teschio. Per la prima volta la accolsero affettuosamente e le raccontarono che, da quando se ne era andata, non avevano più avuto luce in casa: non erano riuscite in nessun modo ad avere della luce, perché anche il fuoco preso dai vicini si spegneva non appena lo portavano dentro. «Forse il tuo fuoco resisterà!», disse la matrigna. portarono il teschio nella stanza; gli occhi del teschio fissano in un modo la matrigna e le sue figlie, e fiammeggiano in un modo! Quelle si nascondevano, ma ovunque si mettevano, gli occhi le seguivano; verso mattino erano carbonizzate in un angolo; solo Vasilisa era stata risparmiata.
Al mattino, Vasilisa sotterrò il teschio, chiuse la casa a chiave, andò in città e chiese alloggio a una vecchietta senza famiglia; se ne sta là e aspetta il ritorno del padre. Un giorno dice alla vecchietta: «Mi sono annoiata di stare senza far niente, nonna! Esci, comprami il miglior lino che c’è; almeno filerò». La vecchietta comprò il miglior lino; Vasilisa si mise al lavoro, che procedeva a meraviglia, e ottenne un filo talmente uniforme e sottile da sembrare un capello. Quando ebbe filato a sufficienza per poter tessere della stoffa, non si trovò un telaio che fosse adatto al filo di Vasilisa; nessuno si sente in grado di farlo. Vasilisa chiese consiglio alla sua bambolina, che dice: «Portami un qualsiasi telaio vecchio, una vecchia spola e un crine di cavallo; io ti confezionerò ciò che vuoi».
Vasilisa si procuròtutto quel che serviva e si mise a dormire, mentre la bambola durante la notte preparò un macchinario perfetto. Alla fine dell’inverno fu pronta anche la tela, e così fine che la si sarebbe potuta far passare per la cruna di un ago al posto del filo. In primavera tinsero di bianco la tela, e Vasilisa dice alla vecchia: «Vendi, nonna, questa tela e tieniti i soldi». La vecchia diede un’occhiata alla stoffa e esclamò: «No, bambina! Una tela simile è degna solamente dello zar, la porterò a palazzo». Andò la vecchia a palazzo reale e si mette a fare vanti e indietro sotto le finestre. La vide lo zar e chiese: «Che vuoi, vecchietta?». «Vostra Altezza Reale» risponde la vecchia «ho portato una mercanzia meravigliosa; non voglio mostrarla ad altri se non a te». Lo zar ordinò di far entrare la vecchia e quando vide la tela trasecolò. «Quanto ne vuoi?», chiese lo zar. «Non ha prezzo, mio sovrano! Te l’ho portata in dono». Lo zar ringraziò e mandò via la vecchia carica di regali.
Volevano utilizzare quella tela per fare delle camicie allo zar, le tagliarono, ma non poterono trovare da nessuna parte una sarta in grado di cucirle. A lungo cercarono; alla fine lo zar fece chiamare la vecchia e disse: «Visto che sei stata capace di filare e di tessere una simile tela, saprai anche farne delle camicie». «Non sono stata io, sovrano, a filare e a tessere questa tela» disse la vecchia «è stata la mia figlia adottiva». «Allora che le cucia lei!» Tornò la vecchietta a casa e raccontò tutto a Vasilisa. «Sapevo» le dice Vasilisa «che questo era un lavoro per le mie mani». Si chiuse nella sua camera e si mise all’opera; cucì senza sosta e presto una dozzina di camicie fu pronta.
La vecchia portò le camicie allo zar, mentre Vasilisa si lavò, si pettinò, si vestì e sedette sotto la finestra. Se ne sta seduta e aspetta gli avvenimenti. Vede che arriva nel cortile della vecchia un servitore dello zar; entrò nella stanza e dice: «Il sovrano vuole vedere l’abile sarta che ha cucitole sue camicie e ricompensarla con le sue mani regali». Andò Vasilisa e si presentò agli occhi dello zar. Come lo zar vide Vasilisa la Bella, subito si innamorò perdutamente di lei. «No» dice «bellezza mia! Non mi separerò mai da te; tu sarai mia moglie». Allora prese lo zar Vasilisa per le bianche mani, la fece sedere accanto a sé e lì celebrarono le nozze. Presto tornò anche il padre di Vasilisa, si rallegrò del destino della figlia e rimase a vivere con lei. Vasilisa tenne con sé nche la vecchietta e portò sempre in tasca la bambolina fino alla fine dei suoi giorni.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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