Articoli con tag: Quotes

Dolore

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In un paesello vivevano due contadini, due fratelli: uno era povero, l’altro ricco. Il ricco si trasferì a vivere in città, si costruì una grande casa e si iscrisse alla corporazione dei mercanti; mentre il povero delle volte non ha nemmeno un tozzo di pane, e i bambini — uno più piccolo dell’altro — piangono e chiedono da mangiare. Dalla mattina alla sera si dibatte il contadino come un pesce sul ghiaccio, ma non c’è mai niente. Dice una volta alla moglie: «Fammi andare in città a chiedere a mio fratello se ci può dare una mano». Arrivò dal ricco: «Ah, fratellino caro! Allevia un po’ la mia pena; mia moglie e i miei figli non hanno da mangiare, restano digiuni interi giorni». «Lavora da me questa settimana e allora ti aiuterò!» Che fare? Si mise il povero al lavoro: e pulisce il cortile, e striglia i cavalli, e porta l’acqua, e taglia la legna. Dopo una settimana gli dà il fratello una pagnotta di pane: «Ecco qua per il tuo lavoro!». «Grazie lo stesso!», disse il povero, si inchinò e voleva andare a casa. «Fermo! Torna in visita da me domani e porta tua moglie: domani è il mio onomastico». «Eh, fratellino; ma come faccio? Lo sai tu stesso: da te vengono mercanti con stivali e pellicce, mentre io vado con le ciocie di tiglio e un misero caffettano grigio». «Non importa, vieni! Ci sarà posto anche per te». «Bene, fratellino, verrò».
Tornò il povero a casa, diede alla moglie la pagnotta e dice: «Ascolta, cara! Per domani ci hanno invitato». «Come invitato? Chi ci ha invitato?» «Mio fratello; domani è il suo onomastico». «D’accordo, andremo». Il mattino dopo si alzarono e andarono in città, arrivarono dal ricco, lo salutarono e si sedettero su una panca. A tavola c’erano già molti illustri ospiti; il padrone li intrattiene tutti a meraviglia, e al fratello povero e a sua moglie si dimenticò persino di pensare — non dà loro nulla; quelli stanno seduti e guardano gli altri bere e mangiare. Finì il pranzo; iniziarono gli ospiti ad alzarsi da tavola e a ringraziare il padrone e la padrona, e il povero anche: si alzò dalla panca e si inchina al fratello fino alla cintura. Gli ospiti anarono a casa ubriachi, allegri, fanno chiasso, cantano canzoni.
E il povero torna indietro a stomaco vuoto. «Su» dice alla moglie «cantiamo anche noi una canzone!» «Ehi, non sarai mica scemo! La gente canta perché ha mangiato bene e bevuto molto; e tu invece perché vuoi cantare?» «Be’, in ogni caso sono stato all’onomastico di mio fratello; mi vergogno ad andarmene senza cantare. Se io canto, ognuno penserà che si sono occupati anche di me…» «Be’, canta se vuoi, ma io non lo farò!» Il contadino si mise a cantare, e gli sembrò di sentire due voci; smise e chiede alla moglie: «Sei tu che mi fai da controcanto con una vocetta sottile?». «Che ti prende? Non ci penso nemmeno». «Allora chi è?» «Non lo so!» disse la donna. «Canta un po’, ci farò caso». Lui si rimise a cantare; canta da solo, ma si sentono due voci; si fermò e chiede: «Sei tu, Dolore, che mi fai da controcanto?». Dolore si fece sentire: «Sì, padrone! Sono io». «Allora, Dolore, vieni con noi». «Andiamo, padrone! Ora non ti lascerò più».
Arrivò il contadino a casa, e Dolore lo invita in un’osteria. Quello dice: «Non ho soldi!». «Oh, caro contadino! E a che ti servono i soldi? To’, hai addosso un pellicciotto, ma a che ti serve? Presto sarà estate, non lo porterai in ogni caso! Andiamo all’osteria, e il pellicciotto al diavolo…» Il contadino e Dolore andarono all’osteria e si bevvero il pellicciotto. Il giorno seguente Dolore gemeva, gli fa male la testa dalla sbronza, e nuovamente invita il padrone a bere un goccio di vino. «Niente soldi», dice il contadino. «E a che ti servono i soldi? Prendi la slitta e il carretto — ce n’è abbastanza!» Non c’è niente da fare, non riesce a liberarsi di Dolore il contadino: prese la slitta e il carretto, si trascinò fino all’osteria e bevve insieme a Dolore. Al mattino Dolore gemeva ancora di più, invita il padrone a bere per disintossicarsi; il contadino si bevve e l’erpice e l’aratro. Non era passato un mese che aveva dato via tutto; persino la sua izbà aveva ipotecato con un vicino, e i soldi li aveva portati all’osteria. Dolore di nuovo gli sta addosso: «Andiamo all’osteria, andiamo». «No, Dolore! Fa’ come ti pare, ma non ho più niente». «Come niente? Tua moglie ha due vestiti: uno lascialo, ma l’altro bisogna bercelo». Il contadino prese un vestito, se lo bevve e pensa: “Ecco quando si dice che uno è ripulito! Siamo senza tetto, né letto sia io che mia moglie!”.
Al mattino si svegliò Dolore, vede che non ha più nulla da prendere al contadino, e dice: «Padrone!». «Che c’è, Dolore?» «Ecco che c’è: vai dal tuo vicino e chiedigli una coppia di buoi con un carretto». Andò il contadino dal vicino: «Dammi» chiede «per un po’ di tempo una coppia di buoi con un carretto; io in cambio lavorerò da te almeno una settimana». «A che ti servono?» «Ad andare nel bosco per la legna». «Va bene, prendili; ma non caricare troppo il carro». «Ma che dici, mio benefattore!» Portò la coppia di buoi, salì sul carretto con Dolore e andò in aperta campagna. «Padrone!» chiede Dolore. «Lo sai che in questo campo c’è una grossa pietra?» «E come non saperlo!» «Allora se lo sai, vacci diretto» Arrivarono al punto, si fermarono e scesero dal carretto. Dolore ordina al contadino di sollevare la pietra; il contadino la solleva, Dolore lo aiuta; la sollevarono, e sotto la pietra c’è una buca piena stracolma d’oro. «Be’, che guardi?» dice Dolore al contadino. «Portalo in fretta sul carretto».
Il contadino si mise al lavoro e riempì il carretto di oro, lo tirò fuori dalla fossa fino all’ultimo rublo; vede che non ne è rimasto più, e dice: «Guarda un po’ Dolore se ci sono rimasti per caso ancora soldi?». Dolore si piegò: «Dove? Io non vedo niente !». «Ma lì nell’angolo brillano!» «No, non vedo». «Scendi nella fossa e lo vedrai». Dolore scese nella fossa; non appena ci fu arrivato, il contadino lo chiuse con la pietra. «Così sarà meglio!» disse il contadino. «Altrimenti, se ti prendo con me, tu, Dolore addolorato, presto o tardi ti berrai anche tutti questi soldi!» Arrivò il contadino a casa, scaricò i soldi nella cantina, riportò i buoi al vicino e si mise a pensare a come sistemarsi; comprò della legna, si costruì una gran casa e iniziò a vivere due volte più riccamente di suo fratello.
Passarono ore o mesi: andò in città a invitare il fratello con la moglie per il suo onomastico. «Ma come ti salta in mente!» gli disse il fratello ricco. «Non hai niente da mangiare e festeggi anche l’onomastico!» «Be’, una volta non avevo niente da mangiare, ma adesso, grazie a Dio, ho non meno di te; vieni e vedrai». «Bene, verrò!» Il giorno seguente il fratello ricco si preparò con la moglie, e andarono all’onomastico; guardano, ma quel povero straccione ha una casa nuova, grande, come non tutti i mercanti ne hanno! Il contadino li ricevette, li rifocillò con cibi di ogni genere, li dissetò con idromele e vini di ogni genere. Chiede il ricco al fratello: «Dimmi, per favore, per quale destino ti sei arricchito?». Il contadino gli raccontò senza reticenze come gli si fosse appiccicato addosso Dolore addolorato, come si fosse bevuto all’osteria con Dolore tutto ciò che possedeva fino all’ultimo spillo: non gli era rimasta che l’anima nel corpo; come Dolore gli avesse mostrato un tesoro in aperta campagna, come lui avesse raccolto questo tesoro e si fosse liberato di Dolore.
Il ricco provò invidia: “Fammi andare” pensa “in aperta campagna: solleverò la pietra e libererò Dolore; che rovini completamente mio fratello, affinché non osi vantarsi davanti a me della sua ricchezza&”. Lasciò la moglie a casa, e lui si precipitò nel campo; si avvicinò alla grossa pietra, la voltò da un lato e si chinò a guardare cosa ci fosse sotto la pietra. Non fece in tempo a piegare la testa abbastanza, e già Dolore saltò fuori e gli si gettò al collo. «Ah» grida «volevi farmi morire qui! No, ora a nessun costo ti lascerò». «Ascolta, Dolore!» disse il mercante. «Non sono stato certo io a metterti sotto la pietra…» «E chi se non tu?» «Ti ci ha messo mio fratello, io sono venuto apposta per liberarti». «No, menti! Mi hai ingannato una volta, ma la seconda non ci riuscirai!» Si attaccò fortemente Dolore al collo del ricco mercante; quello lo portò a casa, e tutta la sua impresa andò a capofitto. Dolore già dal mattino si mette all’opera; ogni giorno invita il mercante a bere per disintossicarsi; molti beni se ne andarono all’osteria. “Così non è possibile vivere!”, pensa tra sé il mercante. “Mi sembra di aver sollazzato abbastanza Dolore; è tempo che me ne separi, ma come?” Pensa che ti ripensa, trovò la soluzione: andò nel suo vasto cortile, digrossò due cunei di quercia, prese una nuova ruota e incastrò fortemente un cuneo da un lato del mozzo. Arriva da Dolore : «Che fai, Dolore, sempre steso su un fianco?». «E cos’altro ho da fare?» «Che fare? Andiamo in cortile a giocare a nscondino». Dolore si rallegrò; uscirono in cortile. Dapprima si nascose il mercante — Dolore lo trovò subito, dopodiché fu il turno di Dolore di nascondersi. «Be’» dice «non mi troverai facilmente! Io posso entrare in qualunque fessura!» «Ma che dici?» risponde il mercante. «In questa ruota non riusciresti a entrare, figuriamoci in una fessura!» «Non entro in una ruota? Guarda un po’ come mi ci nascondo!» Penetrò Dolore nella ruota; il mercante prese e incastrò dall’altro lato del mozzo il cuneo di quercia, sollevò la ruota e la buttò con tutto Dolore nel fiume. Dolore afforò, e il mercante riprese a vivere come al solito, come prima.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il messo veloce

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In un certo reame, in terre lontane, c’erano delle paludi invalicabili; attorno a esse passava una strada di circonvallazione: a cavalcare velocemente per quella strada — ci sarebbero voluti tre anni, a cavalcare piano — anche cinque sarebbero stati pochi! Proprio accanto alla strada viveva un povero vecchio che aveva tre figli: il primo si chiamava Ivan, il secondo — Vasilij, e il terzo — Semën giovanetto. Pensò il povero di bonificare quelle paludi, di farci passare una strada diretta e di costruire dei ponti di viburno, perché i passanti potessero passare in tre settimane, e quelli a cavallo in tre giorni. Si mise al lavoror insieme ai suoi figli, e dopo non poco tempo tutto fu a posto: sistemati i ponti di viburno e spianata una strada diretta.
Tornò il povero alla sua casetta e dice a figlio maggiore Ivan: «Vatti un po’ a sedere, figlio mio amato, sotto il ponte e senti cosa dirà di noi la brava gente: bene o male?». Seguendo l’ordine paterno andò Ivan e si sedette in un punto nascosto sotto il ponte.
Passano per quel ponte di viburno due monaci e dicono tra loro: «Chi ha costruito questo ponte e spianato la strada — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela regali!». Ivan, non appena ebbe sentito questa parole, subito uscì da sotto il ponte di vibutno. «Questo ponte» dice «lo abbiamo costruito io, mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque al Signore?», domandano i monac. «Che il Signore mi dia soldi per tutto il resto della vita!» «Bene, vai in aperta campagna: in aperta campagna c’è una quercia verde, sotto quella quercia una cantina profonda, in quella cantina c’è una gran quantità d’oro, e d’argento, e di pietre preziose. Prendi una pala e scava — il Signore ti darà soldi per il resto della tua vita!» Ivan andò in aperta campagna, scavò da sotto la quercia molto oro, e argento, e pietre preziose e portò il tutto a casa. «Be’, figliolo» chiede il povero «hai visto qualcuno che sia passato a piedi o a cavallo per il ponte? E cosa dice di noi la gente?» Ivan raccontò al padre che aveva visto due monaci e come quelli lo avevano ripagato per il resto della vita.
Il giorno seguente manda il povero il figlio mediano Vasilij. Andò Vasilij, si sedette sotto il ponte di viburno e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; giunti all’altezza del punto in cui lui era nascosto dicono: «Chia ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Non appena ebbe sentito Vasilij queste parole, uscì incontro ai monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Che Dio mi conceda grano per il resto della mia vita!» «Bene, vai a casa, ara la terra e semina: il Signore ti darà grano per il resto della vita!» Vasilij arrivò a casa, raccontò tutto al padre, arò la terra e seminò il grano.
Il terzo giorno manda il povero il figlio minore. Semën giovanetto si sedette sotto il ponte e sta in ascolto. Passano per il ponte due monaci; appena giungono alla sua altezza dicono: «Chi ha costruito questo ponte — qualunque cosa chieda al Signore, che il Signore gliela dia!». Semën giovanetto sentì queste parole, uscì verso i monaci e disse: «Questo ponte l’ho costruito io, con mio padre e i miei fratelli». «Cosa chiedi dunque a Dio?» «Chiedo a Dio una grazia: servire un gran sovrano come soldato». «Chiedi qualcos’altro! Il servizio militare è pesante; se farai il soldato, cadrai prigioniero dello zar del mare, e molte tue lacrime saranno versate!» «Eh, siete vecchi, lo sapete: chi a questo mondo non piange, piangerà nell’altro». «Be’, se vuoi davvero andare al servizio dello zar, noi ti benediciamo!», dissero i monaci a Semën, gli misero le mani sulla testa e lo trasformarono in un cervo zampasvelta.
Corse il cervo a casa sua; lo videro dalla finestra il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e volevano acchiapparlo. Il cervo si girò — e via indietro; corse dai due moanci, i monaci lo trasformarono in leprotto. Il leprotto si diresse verso casa sua; lo videro il padre e i fratelli, saltarono fuori dalla casetta e avrebbero voluto catturarlo, ma quello tornò indietro. Corse il leprotto dai due monaci, i monaci lo trasformarono in un uccellino dalla testina d’oro. L’uccellino volò verso casa sua, si posò sulla finestrella aperta; lo videro il padre e i fratelli, si lanciarono alla caccia: l’uccellino spiccò il volo, e via indietro. Volò dai due monaci, i monaci lo fecero tornare come prima un uomo e dicono: «Ora, Semën giovanetto, vai al servizio dello zar. Se avrai bisogno di correre da qualche parte in fretta, puoi trasformarti in cervo, leprotto e uccellino dalla testina d’oro: noi ti abbiamo insegnato».
Semën giovanetto arrivò a casa e iniziò a chiedere il permesso al padre di andare a servire lo zar. «Ma dove vuoi andare?» rispose il povero. «Sei ancora giovane e sciocco!» «No, padre, lasciami andare; per questo esiste una volontà divina». Il povero lo lasciò andare, Semën giovanetto si preparò, il padre e i fratelli salutò e si mise in strada.
Passarono ore o mes, arrivò al palazzo dello zar, diretto dallo zar, e disse: «Vostra Altezza Reale! Non mi fate morire, le mie parole state a sentire». «Parla, Semën giovanetto!» «Vostra Altezza! Prendetemi al vostro servizio come soldato». «Che dici? Sei ancora giovane e sciocco, altro che servizio militare!» «Anche se sono giovane e sciocco, non servirò peggio di altri; per questo spero in Dio». Lo zar acconsentì, lo prese come soldato e ordinò che stesse accanto a lui. Passò del tempo, all’improvviso un certo re dichiarò una crudele guerra allo zar. Lo zar si preparò a una campagna militare; al momento stabilito tutto l’esercito fu pronto. Semën giovanetto si mise a chiedere di andare in guerra; lo zar non poté rifiutarglielo, lo prese con sé e andò in battaglia.
A lungo a lungo marciò lo zar con l’esercito, molte molte terre lasciò dietro di sé, ecco che il nemico è già vicino — tra circa tre giorni bisogna iniziare il combattimento. In quel momento lo zar va per afferrare la sua mazza da combattimento e la sua spada affilata: non c’è né l’una, né l’altra, le ha dimenticate a palazzo; non ha di che difendersi, di che vincere le forze nemiche. Fece un bando per tutto l’esercito per trovare qualcuno che tornasse a palazzo al più presto a prendergli la mazza da combattimento e la spada affilata; chi avesse compiuto questo servizio, a quello prometteva di dare in sposa sua figlia, la principessa Mar’ja, e aggiungeva come dote metà del regno, e dopo la sua morte gli avrebbe lasciato tutto il regno. Iniziarono a presentarsi i volontari; chi dice: io posso andare in tre anni; chi dice: in due anni, e chi — in un anno; ma Semën giovanetto riferì al sovrano: «Io, Vostra Altezza, posso andare a palazzo e portarvi la mazza da combattimento e la spada affilata in tre giorni». Lo zar si rallegrò, lo prese per la mano, lo baciò sulle labbra e subito scrisse alla principessa Mar’ja una carta, perché credesse a quel messo e gli desse la mazza e a spada. Semën giovanetto prese la carta dallo zar e si mise in viaggio.
Allontanatosi di una versta, si trasformò in cervo zampasvelta e si lanciò proprio come una freccia scagliata da un arco; correva, correva, si stancò e si trasformò da cervo in leprotto; partì in quarta con tutta la rapidità di una lepre. Correva, correva, si ferì tutte le zampe e si trasformò da leprotto in uccellino dalla testina d’oro; volò ancora più in fretta, volava, volava e in un giorno e mezzo arrivò nel regno dove stava la principessa Mar’ja. Ritornò uomo, entrò a palazzo e diede alla principessa la carta. La principessa Mar’ja la prese, l’aprì, la lesse e dice: «Come sei stato in grado di attraversare di corsa tante terre e tanto velocemente?». «Ecco come», rispose il messo, si trasformò in cervo zampasvelta, fece uno o due giri di corsa per la stanza della principessa, si avvicinò alla principessa Mar’ja e le poggiò la testa sulle ginocchia; quella prese le forbici e tagliò dalla testa del cervo un ciuffo di pelo. Il cervo si trasformò in leprotto, il leprotto saltò un po’ per la stanza e saltò sulle ginocchia della principessa; quella gli tagliò un ciuffo di pelo. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro, l’uccellino svolazzò un po’ per la stanza e si posò sulla mano della principessa; la principessa Mar’ja gli tagliò dalla testa qualche piuma d’oro, e tutto questo — e il pelo di cervo, e il pelo di lepre, e le pennucce d’oro — lo legò in un fazzoletto e lo nascose. L’uccellino dalla testina d’oro si ritrasformò in messo.
La principessa lo rifocillò, lo rifornì per il viaggio, gli diede la mazza da guerra e la spada affilata; dopodiché si salutarono, nel farlo si baciarono forte, e tornò Semën giovanetto dallo zar. Corse di nuovo come cervo zampasvelta, saltò come leprotto orecchione, volò come uccellino e alla fine del terzo giorno vide l’accampamento dello zar nelle vicinanze. Arrivato a circa trecento passi dall’armata, si stese sulla riva del mare, accanto a un cespuglio di salce, per riprendersi dal viaggio; la mazza da guerra e la spada affilata se la mise a fianco. Per la grande stanchezza presto si addormentò di un sonno profondo; nel frattempo accadde che un generale passasse accanto al cespuglio di salce: vide il messo, subito lo gettò a mare, prese la mazza da guerra e la spada affilata, li portò al sovrano e disse: «Vostra Altezza! Eccovi la mazza da guerra e la spada affilata, io stesso sono andato a penderle, perché quel fanfarone, Semën giovanetto, ci avrebbe messo almeno tre anni!». Lo zar ringraziò il generale, iniziò a guerreggiare col nemico e in breve tempo ottenne su di lui una gloriosa vittoria.
Semën giovanetto, intanto, com detto, era caduto in mare. All’istante lo afferrò lo zar del mare e lo portò nelle più segrete profondità. Visse da quello zar un anno intero, si annoiò, si intristì e si mise a piangere amaramente. Arrivò da lui lo zar del mare: «Allora, Semën giovanetto, ti annoi qui?». «S’, Vostra Altezza!» «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, se la vostra grazia regale lo concede». Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte spaccata, lo lasciò sulla riva e se ne ritornò in mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!» Ma proprio prima che uscisse il rosso sole apparvelo zar del mare, lo afferrò e lo riportò negli abissi marini.
Visse lì Semën giovanetto un altro anno intero; si sentì annoiato, e iniziò a piangere fitto-fitto. Chiede lo zar del mare: «Allora, ti annoi forse?». «Sì!», disse Semën giovanetto. «Vuoi tornare in Russia?» «Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire a mezzanotte sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». Era appena cominciato ad albeggiare che arrivò lo zar del mare, lo afferrò e lo portò negli abissi marini. Visse Semën giovanetto un terzo anno nel mare, si annoiò, e si mise a piangere amaramente, sconsolato. «Allora, Semën, ti annoi?» chiede lo zar del mare. «Vuoi tornare in Russia?» laquo;Sì, Vostra Altezza!» Lo zar del mare lo fece uscire sulla riva e se ne tornò nel mare. Semën giovanetto iniziò a pregare Dio con le lacrime agli occhi: «Dammi, Signore, un po’ di solicello!». All’improvviso il sole brillò coi suoi raggi, e ormai lo zar del mare non poté più prenderlo prigioniero.
Semën giovanetto si diresse nel suo regno; si trasformò dapprima in cervo, poi in leprotto, e poi in uccellino dalla testina d’oro; in breve tempo si ritrovò al palazzo dello zar. E nel frattempo lo zar aveva fatto in tempo a tornare dalla guerra e aveva fidanzato la figlia, la principessa Mar’ja, con il generale-imbroglione. Semën giovanetto entra proprio nella stanza dove erano seduti a tavola i due promessi sposi. Lo vide la principessa Mar’ja e dice allo zar: «Sovrano, padre! Non mi far morire, le mie parole stai a sentire». «Parla, figlia mia cara! Di cosa hai bisogno?» «Sovrano, oadre! Il mio fidanzato non è questo che siede a tavola, ma eccolo — è arrivato adesso! Fai un po’ vedere, Semën giovanetto, come allora corresti a prendere la mazza da guerra, la spada affilata». Semën giovanetto si trasformò in cervo zampasvelta, fece un paio di giri di corsa per la stanza e si fermò accanto alla principessa. La principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzolettino il pelo del cervo che aveva tagliato, mostra allo zar il punto in cui l’aveva tagliato, e dice: «Guarda, padre! Ecco i miei piccoli segni». Il cervo si trasformò in leprotto; il leprotto saltò-saltò per la stanza e arrivò dalla principessa; la principessa Mar’ja tirò fuori dal fazzoletto il pelo di lepre. Il leprotto si trasformò in uccellino dalla testina d’oro; l’uccellino volò-volò per la stanza e si posò sulle ginocchia della principessa; la principessa Mar’ja sciolse il terzo nodino del fazzoletto e mostrò le pennucce d’oro. Qui lo zar seppe tutta la verità vera, ordinò di giustiziare il generale, fece sposare la pricnipessa Mar’ja con Semën giovanetto e lo designò suo successore.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La favola dell’anatra dalle uova d’oro

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C’erano una volta due fratelli: uno ricco, l’altro povero; il povero aveva moglie e figli, mentre il ricco era solo soletto. Andò il povero dal ricco e si mise a chiedergli: «Dai da mangiare, fratello, ai miei figli nel momento del bisogno; oggi non abbiamo nemmeno di che sfamarci!». «Oggi non ho tempo per te» dice il ricco «oggi ci sono da me principi e boiari, non è il caso che ci sia anche un povero!» Pianse il fratello povero amaramente e andò a pesca: «Che Dio mi conceda qualcosa! Che i bambini possano mangiare della zuppa di pesce». Appena ebbe terminato di fare la pescaia, gli cadde la brocca. «Tirami fuori e rompimi sulla riva» si sentì dalla brocca «così ti mostrerò la fortuna». Tirò fuori la brocca, la ruppe sulla riva, e ne uscì un prode sconosciuto e disse: «C’è un prato verde, su quel prato c’è una betulla, sotto le radici di quella betulla c’è un’anatra; taglia le radici della betulla e portati l’anatra a casa; inizierà a portarti degli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento». Il fratello povero andò alla betulla, trovò l’anatra e la portò a casa; cominciò l’anatra a portare gli ovetti — un giorno d’oro, l’altro d’argento; quello iniziò a venderli ai mercanti e ai boiari e quanto si arricchì in fretta! «Figli miei» dice «pregate Dio; il Signore ci ha trovati».
Il fratello ricco era invidioso, irritato: «Come ha fatto ad arricchirsi mio fratello? Ora io sono diventato più povero e lui più ricco! Deve avere qualche peccato sulla coscienza!», e andò in tribunale con una supplica. La cosa arrivò allo zar in persona. Chiamano il fratello che era povero ed è arricchito in fretta dallo zar. Dove cacciare l’anatra? I bambini erano piccoli, bisognò darla in custodia alla moglie; quella iniziò ad andare al mercato e a vendere le uova a caro prezzo, ed era una bella donna e si innamorò di un signore. «Come avete fatto, dimmi, ad arricchirvi?», la interroga con insistenza il signore. «Ma è stato Dio a darcelo!» Ma lui insiste: «No, dimmi la verità; se non me la dici, smetterò di amarti, smettrò di vederti». E dunque non andò da lei per un giorno o due; lei lo chiamò e gli raccontò: «Abbiamo un’anatra: un giono porta un ovetto d’oro, un giorno uno d’argento». «Porta un po’ quest’anatra e fammi vedere che razza di uccello è». Esaminò l’anatra e vede — sul pancino a lettere d’oro è scritto: chi mangerà la sua testa, quello sarà zar, chi invece il cuore, quello inizierà a sputare oro.
Una tale fortuna fece gola al signore, i appiccicò alla donna: «Devi sgozzare assolutamente l’anatra!». Lei trovava mille scuse, ma andò a finire che sgozzò l’anatra e la mise a cuocere nel forno. Era un giorno di festa; andò alla messa, e nel frattempo arrivarono di corsa nell’izbà i suoi due figli. Ebbero voglia di mettere qualcosa sotto i denti, diedero un’occhiata nel forno e tirarono fuori l’anatra; il maggiore mangiò la testa, il minore il cuore. Tornò la madre dalla chiesa, arrivò il signore, sedettero a tavola; lui guarda: non ci sono né il cuore, né la testa dell’anatra. «Chi l’ha mangiati?», chiede il signore e in questo modo viene a sapere che l’hanno mangiati i due ragazzini. Allora si appiccica alla madre: «Sgozza» dice «i tuoi figli, da uno tira fuori il cervello, dall’altro il cuore; e se non lo farai, la nostra amicizia è finita!». Così disse e se ne andò; lei per un’intera settimana languì, ma poi non resse, manda dal signore: «Vieni! E sia, per te sacrifico perfino i miei figli!». Siede e affila il coltello; il figlio maggiore lo vide, pianse lacrime amare e chiede: «Lasciaci andare, madre, in giardino a passeggiare». «Andate, su, ma non vi allontanate». Ma i ragazzini altro che passeggiare, se la diedero a gambe.
Corsero-corsero, si stancarono e venne loro fame. In aperta campagna un pastore pascola delle vacche. «Pastorello, pastorello! Dacci del pane». «Eccovene un pezzetto» dice il pastore «mi è rimasto solo questo! Mangiate e che buon pro vi faccia». Il fratello maggiore lo dà al minore: «Mangia tu, fratellino, tu sei più deboluccio, io invece sono robusto, posso resistere anche così». «No, fratellino, tu mi hai sempre trascinato per la manina, ti sei affaticato più di me: facciamo a metà!» Divisero in due e si saziarono entrambi.
Eccoli andare oltre; vanno sempre avanti e avanti per un’ampia strada — e si divideva quella strada in due; al bivio c’è un palo, sul palo c’è scritto: chi andrà a destra — diventerà zar, chi a sinistra — sarà ricco. Il fratello minore dice al maggiore: «Fratellino! Vai tu a destra, tu sai più di me, puoi sopportare più di me». Il fratello maggiore andò a destra, il minore a sinistra.
Cammina cammina, ecco che il primo arrivò in un altro regno; chiese a una vecchietta di pernottare, passò lì la notte; al mattino si alzò, si lavò, si vestì, pregò Dio. E in quel regno era appena morto lo zar, e tutti si raccolgono in chiesa con le candele: qullo al quale la candela si accenderà da sola prima, quello sarà zar. «Vai anche tu in chiesa, caro!» gli dice la vecchietta. «Forse sarà la tua candela ad accendersi prima delle altre». Gli diede una candelina; quello andò in chiesa; appena fu entrato, la sua candela si accese; gli altri principi e boiari, invidiosi, cercarono di spegnere la fiamma, di buttare fuori il ragazzino. Ma la principessa siede in alto sul trono e dice: «Non lo toccate! Se sia buono o cattivo — è evidentemente affar mio!». Presero il ragazzino sotto le braccia e lo portarono da lei; lei gli fece un segno sulla fronte col suo anello d’oro, lo prese con sé a palazzo, lo crebbe, lo dichiarò zar e lo sposò.
Vissero molto o poco insieme, dice il nuovo zar alla moglie: «Permettimi di andare a cercare il mio fratello più giovane!». &laquoVai con Dio!» A lungo cavalcò per terre diverse e trovò il fratello più giovane; vive in grande ricchezza, interi mucchi d’oro sono ammucchiati nei depositi; qualunque cosa sputi — è tutto oro! Non si sa dove ficcarlo! «Fratellino!» dice il minore al maggiore. «Andiamo da nostro padre e vediamo come se la passa». «Mettiamoci subito in cammino!» Eccoli dal padre, dalla madre; chiesero di fare una sosta nella loro izbà, ma senza dirgli chi fossero! Sedettero a tavola; il fratello maggiore iniziò a parlare dell’anatra dalle uova d’oro e della madre scellerata. E la madre non fa che interrompere e cambiare discorso. Il padre indovinò: «Non siete forse i miei bambini?». «Sì, padre!» Cominciarono ad abbracciarsi, a baciarsi; quante chiacchiere! Il fratello maggiore prese il padre a vivere con sé nel proprio regno, il minore andò a cercarsi una fidanzata, e la madre la abbandonarono da sola.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il principe Danila-Govorila

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C’era una volta una vecchietta, una principessa, che aveva un figlio e una figlia — così ben pasciuti, così bravi. Non andavano a genio a una strega cattiva: “Come tormentarli e in rovina mandarli?”, pensava ed escogitò di tramutarsi in volpe. Arrivò dalla loro madre e dice: «Comare-colombella! Eccoti un anellino, mettilo al dito del tuo figliolo, grazie a esso sarà ricco e generoso, a patto di non toglierlo e di sposare la ragazza alla quale il mio anellino andrà bene!». La vecchia ci credette, si rallegrò e, morendo, ordinò al figlio di scegliersi una moglie alla quale l’anello si confacesse.
Il tempo passa, il figliolo cresce. Crebbe e cominciò a cercarsi una fidanzata; gliene piace una, gli va a genio una seconda, ma provano l’anellino — o è piccolo, o è grande; non sta né all’una né all’altra. Cavalcò cavalcò e per campagne e per città, tutte le belle ragazze esaminò, ma quella a lui destinata non trovò; arrivò a casa e divenne pensieroso. «Perché ti affliggi, fratellino?», chiede la sorella. Lui le confidò la sua amarezza, le raccontò la sua pena. «Ma che razza di strano anellino è?» dice la sorella. «Fallo provare a me». Se lo mise al dito — l’anellino si avvinghiò, prese a brillare, stava al dito come se fosse stato fatto apposta. «Ah, sorellina, tu mi sei destinata, tu sarai mia moglie!» «Che dici, fratello! Pensa a Dio, pensa al peccato, si sposano forse le sorelle?» Ma il fratello non ascoltava, ballava per la gioia e ordinò di prepararsi alle nozze. Versò lei lacrime amare, uscì dalla stanza, si sedette sulla soglia e dagli occhi sgorgano fiumi!
Passano di lì delle vecchie viandanti; le chiamò pr rifocillarle. Le chiedono quale sia la sua pena, il suo dolore. Non c’era niente da nascondere; raccontò loro tutto. «Su, non pinagere, non ti affliggere, ma dacci ascolto: fai quattro bambole, mettile ai quattro angoli; tuo fratello ti chiamerà al momento delle nozze — vai; ti chiamerà in camera — non affrettarti. Spera in Dio, addio». Le vecchiette se ne andarono. Il fratello e la sorella si sposarono, lui andò in camera e dice: «Sorella Caterina, vieni a letto!». Lei risponde: «Ora, fratellino, mi tolgo gli orecchini». E le bambole nei quattro angoli iniziarono a cuculiare:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

La terra prese a sprofondare, la sorella a precipitare. Il fratello grida: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi slaccio la cintura». Le bambole cuculiano:

Cucù, principe Danila!
Cucù, Govorila!
Cucù, la sua sorellina,
Cucù, gli fa da mogliettina.
Cucù, sprofonda terra bella,
Cucù, precipita sorella!

È già visibile ormai solo la testa. Il fratello di nuovo chiama: «Sorella Caterina, vieni a letto!». «Ora, fratellino, mi tolgo le scarpette». Le bambole cuculiano, e quella scompare sottoterra.
Il fratello chiama ancora, chiama più forte — niente! Si arrabbiò, accorse, bussò alla porta — la porta volò giù, guardò da ogni lato — della sorella neanche l’ombra; e negli angoli siedono solo le bambole e dai a cuculiare: «Sprofonda terra bella, precipita sorella!». Afferrò un’ascia, tagliò loro le teste e le gettò nel forno.
La sorella intanto, cammina cammina sottoterra, vede: c’è una casetta su zampe di gallina, ora sta ferma e ora si volta. «Casetta, casetta! Fermati com’è d’uso, al bosco il culetto, a me il visetto». La casetta si fermò, la porta si aprì. Nella casetta c’è una bella ragazza, ricama una tovaglia in oro e argento. Accolse l’ospite gentilmente, sospirò e dice: «Animuccia, sorellina cara! Sono contenta di poterti accogliere cordialmente e vezzeggiarti finché non c’è la mamma; ma tornerà, e saranno guai per te e per me, perché è una strega!». Si spaventò l’ospite a quelle parole, ma non c’era dove cacciarsi, sedette con la padrona alla tovaglia; cucioni e chiacchierano. Passò molto, passò poco, la padrona sapeva il momento, sapeva quando la madre sarebbe arrivata, trasformò l’ospite in ago, lo pianto in una scopetta, la mise in un angoletto. Non aveva fatto in tempo a nasconderla che la strega apparve sulla porta: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Signora madre! Ci sono stati dei passanti che si sono fermati a bere un po’ d’acqua». «Perché non li hai fermati?» «Erano vecchi, cara, roba non per i tuoi denti». «Bada d’ora in poi — in cortile tutti fai fermare, dal cortile nessuno possa uscire; e io, fatto fagotto, vado in cerca di una bella preda». Se ne andò; le ragazze sedettero alla tovaglia, cucivano, parlavano e ridevano.
Tornò la strega; annusa in giro per l’izbà: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Sono appena passati dei vecchi a rsicaldarsi le mani; volevo fermarli, non sono rimasti». La strega era affamata, fece una paternale alla figlia e se ne rivolò via. L’ospite stava nella scopetta. Più in fretta si misero a finire il ricamo della tovaglia; e cucioni, e si affrettano, e parlano su come scampare alla disgrazia, come sfuggire alla strega malvagia. Non fecero in tempo a scambiarsi un’occhiata, a mormorarsi qualcosa che quella era sulla porta, lupus in fabula, capitata all’improvviso: «Figlia mia cara, figlia mia bella! C’è odore di ossa russe!». «Ecco, mamma, questa bella ragazza ti aspetta». La bella ragazza guardò la vecchia e si sentì gelare! Davanti a lei c’era una baba-jaga gamba ossuta, col naso fino al soffitto. «Figlia mia cara, figlia mia bella! Riscalda il forno al massimo!» Portarono legna e di quercia e d’acero, accesero il fuoco: la fiamma esce dal forno.
La strega prese un’enorme pala, si mise a invitare l’ospite: «Siediti un po’ sulla pala, bellezza». La bella sedette. La strega la mosse verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sul forno. «Che c’è, ragazza, non sai star seduta? Siediti per bene» Si aggiustò, sedette per bene; la strega la manda verso la bocca del forno, ma quella mette una gamba nel forno e l’altra sotto il forno. Si adirò la strega, la tirò indietro. «Non sta bene, non sta bene, ragazzina! Siedi buona, così; guarda me!» Paffete! ci si mise lei stessa sulla pala, stese le gambe; allora le ragazze la misero in fretta nel forno, chiusero lo sportello, lo ostruirono con dei ceppi, lo cementarono e lo incatramarono, e loro si misero a correre, presero con sé la tovaglia ricamata, una spazzola e un pettine.
Correvano-correvano, guardano indietro, ma la scellerata è riuscita a uscire, le ha viste e fischia: «Fii, fii, fii, ecco dove siete!». Che fare? Gettarono la spazzola — crebbe un canneto fitto-fitto: non lo supererà. La strega cacciò le unghie, raspò un viottolo, insegue da vicino… Dove ficcarsi? Gettarono il pettine — crebbe un querceto scuro-scuro: una mosca non ci passerà. La strega affilò i denti, si mise al lavoro; ovunque si mette, giù un albero dalle radici! Si lancia da tutti i lati, si allarga un viottolo e insegue di nuovo… com’è vicina! Correvano-correvano, e non c’era dove correre, non ce la facevano più! Gettarono la tovaglia ricamata in oro — si allargò un mare enorme, profondo, infuocato; la strega si alzò in alto, voleva sorvolarlo, cadde nel fuoco e bruciò.
Rimasero le due ragazze, colombelle senza nido; bisogna andare, ma dove? — non lo sanno. Si sedettero a riposare. Ecco che si avvicinò loro un uomo, chiede chi sono; e riportò al padrone che nei suoi possedimenti ci sono non due uccellini di passaggio, ma due bellezze come nei quadri — identiche per altezza e fattezze, ciglio a ciglio, occhio a occhio; una di lor dev’essere vostra sorella, ma quale — non è possibile indovinarlo. Andò il signore a vedere, le invitò. Vede: sua sorella è lì, il servo non ha mentito, ma quale — non può riconoscerla; lei è arrabbiata, non si paleserà; che fare? «Ecco cosa, signore! Verserò in una vescica di montone del sangue, mettetevela sotto l’ascella, conversate con le ospiti, e io mi avvicinerò e vi pianterò un coltello nel fianco; il sangue si verserà, la sorella si mostrerà!» «Bene!» Misero in atto il piano: il servo prese il padrone al fianco, il sangue schizzò, il fratello cadde, la sorella si gettò ad abbracciarlo, e piange, e si lamenta: «Mio caro, mio adorato!». Allora il fratello saltò su sano e salvo, abbracciò la sorella e la fece sposare a un’ottima persona, mentre lui sposò l’amica, alla quale l’anellino andava bene, e vissero felici e contenti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il ladro

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano un figlio di nome Ivan. Lo mantennero finché non fu diventato grande, e poi dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto fino a ora, adesso, invece, sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». Rispose loro Ivan: «Visto che mi avete mantenuto fino all’adolescenza, allora mantenetemi fin quando non mi cresceranno i baffi». Lo mantennero finché non iniziarono a crescergli i baffi e dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti sono cresciuti i baffi, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Cari papà e mamma» risponde il figlio «visto che mi avete mantenuto finché non mi sono cresciuti i baffi, ora mantenetemi finché non mi crescerà la barba». Non ci fu niente da fare, lo mantennero, lo nutrirono i vecchi finché non gli fu cresciuta la barba, dopodiché dicono: «Allora, figliolo, ti abbiamo mantenuto finché non ti è cresciuta la barba, ora sarai tu a mantenerci fino alla nostra morte». «Visto che mi avete mantenuto finché non mi è cresciuta la barba, mantenetemi fino alla mia vecchiaia!» Allora il vecchio non ce la fece più, andò dal padrone a lamentarsi del figlio.
Il padrone convoca Ivan: «Perché, mangiaufo, rifiuti di mantenere tuo padre e tua madre?». «E con cosa dovrei mantenerli? Vorresti forse che andassi a rubare? Non ho imparato a fare niente e per studiare è troppo tardi». «Fai come ti pare» gli disse il padrone «ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre, che non si vengano più a lamentare di te!» In quel momento vennero a riferire al padrone che il bagno era pronto, e quello andò a fare la sauna; il fatto avveniva verso sera. Il padrone fece il bagno, tornò indietro e si mise a chiedere: «Ehi, c’è qualcuno? Portatemi le pantofole!». Ed ecco qua Ivan, che gli tolse gli stivali, gli diede le pantofole; gli stivali se li mise sottobraccio e se li portò a casa. «Ecco, babbo» dice al padre «togliti le ciocie di tiglio e mettiti gli stivali del padrone».
Il mattino dopo, il padrone si accorse che gli stivalo non c’erano più; mandò a chiamare Ivan: «Hai preso tu i miei stivali?». «Non ne ho la più pallida idea, ma la cosa mi riguarda!» «Ah, furfante, imbroglione! Come hai osato rubare?» «Ma non sei stato tu, padrone, a dirmelo: ruba, se vuoi, ma mantieni tuo padre e tua madre? Io non volevo disobbedire ai tuoi ordini». «Se è così» dice il padrone «ecco quel che ti ordino: rubami il bue nero che è attaccato all’aratro; se ci riuscirai — ti darò cento rubli, altrimenti ti darò cento frustate». «Agli ordini, signore!», risponde Ivan.
Subito filò al villaggio, sgraffignò da qualche parte un gallo, gli strappò le penne, e via, verso il campo; si avvicinò di soppiatto all’ultimo solco, sollevò una zolla di terra, ci mise sotto il gallo e lui si nascose dietro i cespugli. Iniziarono a tracciare con l’aratro un nuovo solco, urtarono quella zolla di terra e deviarono; il gallo spennato saltò fuori e corse a più non posso per le gobbe e le buche del terreno. «Che cosa strana è venuta fuori dalla terra!», gridarono i contadini e si misero a inseguire il gallo. Ivan vide che quelli correvano come matti, si lanciò allora verso l’aratro, tagliò a un bue la coda, la ficcò nella bocca dell’altro, e il terzo lo staccò e se lo portò a casa.
I contadini corsero, corsero dietro al gallo, e non lo acchiapparono nemmeno; tornarono indietro: il bue nero non c’è più e al pezzato manca la coda. «Questa poi, fratelli! Mentre inseguivamo quella cosa strana, un bue ha mangiato l’altro; ha inghiottito tutto il nero e ha strappato la coda al pezzato!». Andarono dal padrone a testa bassa: «Grazia, padre, un bue ha mangiato l’altro». «Ah, razza di idioti scervellati» gridò contro di loro il padrone «ma dove si è mai visto, dove si è mai sentito che un bue ne mangi un altro? Fate venire da me Ivan!» Lo fecero venire. «Hai rubato tu il bue?» «Sissignore». «E dove lo hai cacciato?» «L’ho macellato; ho portato la pelle al mercato, mentre con la carne mantengo mio padre e mia madre». «Bravo» dice il padrone «eccoti cento rubli. Ma ora, rubami il mio stallone preferito, che sta dietro tre porte e sei serrature; se ci riuscirai — ti darò duecento rubli, altrimenti — ti darò duecento frustate!» «Bene, padrone, lo farò».
A sera tardi, Ivan si intrufolò nella casa padronale; entra nell’anticamera: non c’è un’anima, guarda: sull’attaccapanni c’è l’abito del signore; prese il cappotto e il berretto del padrone, li indossò, uscì sulle scale e gridò forte ai cocchieri e agli stallieri: «Ehi, ragazzi! Sellate in fretta il mio cavallo preferito e portatemelo qui». I cocchieri e gli stallieri lo presero per il padrone, corsero nella stalla, aprirono i sei lucchetti, spalancarono le tre porte, in un attimo fecero quel che era stato loro ordinato e portarono fino alle scale il cavallo sellato. Il ladro lo montò, gli diede un colpo di frusta — e chi s’è visto s’è visto!
Il giorno dopo, il padone chiede: «Allora, che ne è del mio cavallo preferito?». Quello era stato sottratto già dalla sera prima. Si dovette far chiamare Ivan. «Hai rbato tu il cavallo?» «Sissignore». «E dov’è?» «L’ho venduto a dei mercanti». «Sei fortunato che te l’avevo detto io di rubarlo! Prenditi i tuoi duecento rubli. Allora, ora rubami il superiore del monastero». «E quanto mi dai, padrone, per questo lavoretto?» «Ti vanno bene trecento rubli?» «Va bene, lo ruberò!» «E se non ci riuscirai?» «Mi rimetto al tuo volere; fai quello che vuoi».
Il padrone convocò il superiore. «Stai attento» dice «resta in preghiera tutta la notte, non dormire! Van’ka il ladro pretende di poterti rapire». Il vecchio, spaventato, non può chiudere occhio, resta a pregare nella sua cella. A mzzanotte precisa arrivò Ivan il ladro con un sacco di tela e bussò alla finestra. «Chi sei, uomo?» «Sono un angelo dal cielo, sono stato mandato a prenderti per portarti da vivo in paradiso; entra nel sacco». Il superiore fu tanto sciocco da entrare nel sacco; il ladro lo legò, se lo caricò in spalla e lo portò sul campanile. Tirava, tirava. «Quanto manca?», chiede il superiore. «Ora vedrai! All’inizio la strada è lunga, ma liscia, alla fine sarà breve, ma dolorosa&raquo.
Lo trascinò fin su e lo buttò giù dalle scale; il superiore sentiva dolore ovunque a farsi tutte le scale a rotoli! «Oh» dice «l’angelo diceva la verità: la prima parte di strada è stata lunga, ma liscia, mentre l’ultima corta, ma dolorosa! Non immaginavo che ci fosse una tale disgrazia all’altro mondo!» «Resisti, sarai salvato!», rispose Ivan, sollevò il sacco e lo appese alla palizzata vicino al portone, mise accanto due rami di betulla spessi un dito e scrisse sul portone: «Chi passerà di qui e non batterà il sacco tre volte, che sia colpito da anatema!». Così chiunque passa di là lo frusta immancabilmente tre volte. Passa il padrone: «Cos’è questo sacco appeso qui?». Ordinò di tirarlo giù e di aprirlo. Lo aprirono e ne venne fuori il superiore del monastero. «Come ci sei finito? Te l’avevo detto: stai attento, ma tu no! Non mi dispiace che tu sia stato frustato, quel che mi dispiace è che per colpa tua ho buttato via trecento rubli!»

 

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Rompiamo il Silenzio!

 
 

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The Space In Between.

space-between-Marina-Abramović

 

Lo scorso martedì sera mi sono imbarcata in una delle mie serate cinematrografiche da solista.
Ho appoggiato il mio sederone nella PandaMobile e sono partita alla volta DEL Multisala (con la M maiuscola), a 20 km da casa, che a differenza dei consimili della mia zona, è abbastanza chic da potersi permettere la proiezione dei “film-evento”.

Attenzione puntata su “The Space In Between”, docu-film che testimonia il viaggio che Marina Abramović ha intrapreso nel 2013 in Brasile, alla ricerca di una spiritualità più profonda e trascendente.

Bello, ma un tantino al di sotto delle aspettative.
L’artista, sessantasettenne all’epoca del viaggio, sembra aver perso smalto e originalità. Condizione accettabile se la si pensa come naturale evoluzione di un essere umano che, col passare degli anni, va incontro a un possibile calo fisiologico d’energia, ma difficile da concepire in relazione a Marina Abramović.

Nonostante questo, si coglie ancora almeno l’ombra di quel che Marina Abramović è stata e, per quanto mi riguarda, è stata comunque una visione interessante.

Ho letto e sentito critiche feroci riguardo questo documentario e mi rendo conto che, forse, il mio giudizio è “ammorbidito” dall’effetto catartico che le performance della Abramović hanno avuto su di me negli anni.

Non posso negare l’oggettività di alcune delle osservazioni mosse contro “The Space In Between”, ma, personalmente, non ho trovato il passaggio dallo scioccare il pubblico al suggestionarlo così disturbante e deludente.

Un percorso che, compiuto da chiunque altro, risulterebbe emozionante, mentre trattandosi di Marina Abramović dà l’idea di essere di essere quasi banale.
Durante il suo viaggio l’artista ha incontrato guaritori e guaritrici rappresentanti di diverse correnti sciamaniche del Brasile e si è sottoposta ad alcuni dei loro rituali purificatori.
A farmi percepire ancora lo spirito di sperimentazione della Abramović è stata la consapevolezza che ben poche persone provenienti da paesi “civilizzati” si sottoporrebbero a pratiche simili, perfino se fossero la loro ultima speranza. Interventi chirurgici eseguiti con strumenti di fortuna e senza anestesia, intrugli potenzialmente letali e permanenze in contesti naturali sconfinati e ostili.

Quel che più mi è rimasto è un insegnamento, tanto semplice da risultare scontato, ma difficile da vivere nella quotidianità:

Ho capito che la felicità non viene dall’esterno, viene da me. Da dentro.

 

space-between-Marina-Abramović

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Perversi Parallelismi.

comandante-auschwitz

 

Trovo doveroso iniziare questo post con una premessa.
Le elucubrazioni mentali che seguono non si permettono in alcun modo di paragonare in modo serio la situazione descritta a quanto letto nell’autobiografia di Rudolf Höss.

Detto questo…

Innanzi tutto due parole sul libro.
Può sembrare bizzarro che Primo Levi abbia scritto la prefazione per l’autobiografia di uno dei personaggi più noti del genocidio nazista, ma non è così: leggendola appare subito chiaro che nessun altro avrebbe potuto scrivere una prefazione migliore a questa fondamentale testimonianza storica.

Di seguito ne cito giusto uno stralcio:

 

Di solito, chi accetta di scrivere la prefazione di un libro lo fa perché il libro gli sembra bello: gradevole da leggersi, di nobile livello letterario, tale da suscitare simpatia o almeno ammirazione per chi lo ha scritto. Questo libro sta all’estremo opposto. È pieno di nefandezze raccontate con una ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura opprime, il suo livello letterario è scadente, ed il suo autore, a dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual è, un furfante stupido, verboso, rozzo, pieno di boria, ed a tratti palesemente mendace. Eppure questa autobiografia del Comandante di Auschwitz è uno dei libri più istruttivi che mai siano stati pubblicati, perché descrive con precisione un itinerario umano che è, a suo modo, esemplare: in un clima diverso da quello in cui gli è toccato di crescere, secondo ogni previsione Rudolf Höss sarebbe diventato un grigio funzionario qualunque, ligio alla disciplina ed amante dell’ordine: tutt’al più un carrierista dalle ambizioni moderate. Invece, passo dopo passo, si è trasformato in uno dei maggiori criminali della storia umana.
A noi superstiti dei Lager nazionalsocialisti viene spesso rivolta, specialmente dai giovani, una domanda sintomatica: com’erano, chi erano «quelli dall’altra parte»? Possibile che fossero tutti dei malvagi, che nei loro occhi non si leggesse mai una luce umana? A questa domanda il libro risponde in modo esauriente: mostra con quale facilità il bene possa cedere al male, esserne assediato e infine sommerso, e sopravvivere in piccole isole grottesche: un’ordinata vita famigliare, l’amore per la natura, un moralismo vittoriano. Appunto perché il suo autore è un incolto, non lo si può sospettare di una colossale e sapiente falsificazione della storia: non ne sarebbe stato capace. Nelle sue pagine affiorano bensì ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, tentativi di abbellimento, ma sono talmente ingenui e trasparenti che anche il lettore più sprovveduto non ha difficoltà ad identificarli: spiccano sul tessuto del racconto come mosche nel latte.
Il libro è insomma un’autobiografia sostanzialmente veridica, ed è l’autobiografia di un uomo che non era un mostro né lo è diventato, neppure al culmine della sua carriera, quando per suo ordine si uccidevano ad Auschwitz migliaia di innocenti al giorno. Intendo dire che gli si può credere quando afferma di non aver mai goduto nell’infliggere dolore e nell’uccidere: non è stato un sadico, non ha nulla di satanico (qualche cosa di satanico si cglie invece nel ritratto che egli traccia di Eichmann, suo pari grado ed amico: ma Eichmann era molto più intelligente di Höss, e si ha l’impressione che Höss abbia prese per buone certe vanterie di Eichmann che non reggono ad un’analisi seria ). È stato uno dei massimi criminali mai esistiti, ma non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi altro borghese di qualsiasi altro paese; la sua colpa, non scritta nel suo patrimonio genetico né nel suo esser nato tedesco, sta tutto nel non aver saputo resistere alla pressione che un ambiente violento aveva esercitato su di lui, già prima della salita di Hitler al potere.

 

Dal libro emerge come Rudolf Höss altro non fosse che un inetto, incapace di pensare con la propria testa e per questo dedito al cieco adempimento di qualunque ordine ricevesse da un’autorità superiore.
Difficile, se non impossibile, comprendere come un essere umano possa essere tanto insignificante. Tremendo, ma invece comprensibilissimo, il fatto che proprio nelle mani di un individuo simile sia stato riposto il comando del più tristemente famoso campo di concentramento nazista: Auschwitz.
La sua ottusa obbedienza, perfino a fronte di incarichi di cui non condivideva obiettivi e mezzi, ne ha fatto il sottoposto perfetto, un ecellente burattino animato dalle abili quanto crudeli dita di Hitler e dei suoi fedelissimi.

Proprio di questi giorni è il “caso-scandalo” del quotidiano che ha proposto, come allegato gratuito, il Mein Kampf di Adolf Hitler.
Io, ad esempio, non ho problemi a dire di averlo acquistato.
Capisco lo sdegno dei più, ma non sono del tutto contraria alla posizione di chi, sostenendo la propria scelta, l’ha motivata dicendo che si debbano conoscere a fondo le origini di certi fenomeni per evitare che si ripetano, soprattutto alla luce dell’attuale clima di posizioni estreme e di terrore generale che si sta diffondendo a livello globale.

 

Dopo questa riflessione, ragionata e sentita, allenterei un attimo la tensione passando all’immagine cretina che si è formata nella mia mente dopo aver letto questo libro.
Ribadendo che il pragaone non si permette in alcun modo di ritenersi serio, sono giunta alla conclusione che, partendo dall’ottica perversa di Höss, il mio ufficio ha un che del campo di concentramento.

C’è un vecchio pazzo a capo di tutto.
Intorno al vecchio pazzo una cerchia di “eletti e fidatissimi” che, in buona parte, sono affetti dalla stessa follia in modo ormai irreversibile.
Seguono coloro che “eseguono gli ordini”, indipendentemente dal fatto che li condividano o meno, un po’ come Höss, per pura devozione al vecchio pazzo o, per come la vedo io, per il quieto vivere dato dall’evitare lo scontro con lui.
Chiudono la fila quelli a cui non resta altra alternativa che obbedire agli ordini dei superiori quieto-viventi, sempre sostenuti dalla speranza, un giorno, di trovare la via per la libertà al di fuori del “campo”.

Come già detto, sono consapevole che il paragone non abbia possibilità alcuna di “stare in piedi”, sarebbe una pretesa eccessiva che l’avesse.
La mia intenzione, però, è quella di focalizzare l’attenzione su quanto dannose siano, ancora oggi, persone come Höss. Persone “mediocri”, per usare il termine scelto da Moravia nell’articolo che si trova a commento del libro, persone anonime che si adagiano nelle scelte che altri, più carismatici, fanno per loro. Con questo non voglio dire che le gerarchie non esistano o non contino, e nemmeno che non vadano rispettate, ma un conto è non sconfinare dal proprio ruolo, ben altro è annichilirsi al punto di rinunciare a ciò che si è e a ciò che si pensa.

Gli inetti di Levi, gli ignavi di Dante, i mediocri di Moravia: queste sono le persone da cui germoglia la frustrazione dei disadattati, di coloro che, pur aperti al confronto in nome della crescita, a rinunciare a se stessi non ci pensano proprio, e cadono in una passività obbligata, dettata dall’istinto di soprevvivenza, unica alternativa all’omologazione quando l’insurrenzione non è attuabile.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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