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Il lupo imbecille

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C’era una volta in un villaggio un contadino, che aveva un cane; fin da quando era cucciolo, aveva fatto la guardia all’intera casa, ma, quando divenne molto vecchio, smise anche di abbaiare. Il padrone si stancò di lui; così si decise, prese una corda, la legò al collo del cane e lo portò nel bosco; lo portò fino a un salice e voleva impiccarlo, ma quando vide che sul muso del vecchio cane scorrevano lacrime amare, ne abbe pietà: si commosse, legò il cane al salice e se ne tornò a casa.
Rimase il povero cane nel bosco e cominciò a piangere e a maledire il suo destino. All’improvviso, da dietro i cespugli, salta fuori un enorme lupo, lo vede e dice: «Salve, cane pezzato! Era un bel po’ che ti aspettavo in visita. Una volta mi hai cacciato da casa tua; ma ora sei finito da solo tra le mie grinfie: farò di te ciò che più mi piacerà. Te la farò pagare per tutto!». «E cosa mi vuoi fare, lupacchiotto grigio?» «Non molto: ti mangerò con tutta la pelle e le ossa». «Ah, tu, sciocco di un lupo grigio che non sei altro! Sei tanto grasso che non sai nemmeno quello che fai; così, dopo un gustoso bue, ti metterai a mangiare la carne vecchia e rinsecchita di un cane? Perché vuoi rompere invano su di me i tuoi vecchi denti? La mia carne ora è proprio un ammasso putrefatto. Ti darò io, invece, un buon consiglio: va’ e portami una cinquantina di chili di buona carne di giumenta, rimettimi un po’ in sesto e poi fa’ di me ciò che vuoi».
Il lupo diede ascolto al cane, andò e gli portò mezza giumenta: «Eccoti della buona carne di manzo! Vedi di rimetterti in sesto». Così disse e se ne andò. Il cane si gettò sulla carne e la finì tutta. Dopo due giorni torna il vecchio imbecille e dice al cane: «Allora, fratello, ti sei rimesso o no?». «Un pochino; certo che, se tu mi portassi ancora per esempio una pecora, la mia carne diventerebbe molto, ma molto più dolce!» Il lupo acconsentì anche a questo, corse in aperta campagna, si stese in un valloncello e rimase di guardia, nell’attesa che il pastore portasse al pascolo il suo gregge. Ecco che il pastore porta al pascolo il gregge; il lupo avvistò da dietro un cespuglio una pecora, che era più grassa e più grande delle altre, saltò fuori e le si avventò contro: la afferrò per il collo e la trascinò dal cane. «Eccori la tua pecora, rimettiti in sesto!»
Iniziò il cane a rifocillarsi, finì la pecora e sentì di avere di nuovo le sue forze. Arrivò il lupo e chiede: «Allora, fratello, come stai ora?». «Ancora un po’ deboluccio. Certo che, se tu mi portassi ancora per esempio un montone, allora diventerei bello grasso come un porcello!» Il lupo rimediò anche il montone, glielo portò e dice: «Questa è la mia ultima fatica! Tra due giorni tornerò a farti visita!». “Ma bene” pensa il cane “ti aggiusterò io.” Dopo due giorni va il lupo dal cane ben nutrito, ma il cane lo vide da lontano e iniziò ad abbaiargli contro. «Ah, tu, cagnaccio dannato» disse il lupo grigio «osi ringhiare a me?», e qui si gettò sul cane e voleva divorarlo. Ma il cane, che ormai era in forze, si ribellò al lupo e iniziò a dargliene tante che volavano solo i peli del grigio. Il lupo si liberò e via, il più veloce possibile: corse per un bel pezzo, poi volle fermarsi, ma quando sentì il latrato del cane, di nuovo partì in quarta. Corse fin nel bosco, si stese sotto un cespuglio e prese a leccarsi le ferite che aveva rimediato dal cane. «Dio, come mi ha ingannato quel maledetto cagnaccio!» dice il lupo tra sé e sé. «Basta, ora chiunque incontrerò, quello non si salverà dai miei denti!»
Si leccò il lupo le ferite e andò a caccia. To’: sulla collina c’è un enorme caprone; gli si avvicina e dice: «Caprone, ehi, caprone! Sono venuto a mangiarti!». «Ah, tu, lupo grigio! Perché vuoi rompere invano i tuoi vecchi denti su di me? È meglio che tu resti ai piedi della collina e spalanchi le tue larghe fauci; io prenderò la rincorsa e mi butterò dritto nella tua bocca, così dovrai solo inghiottirmi!» Il lupo si mise ai piedi della collina e spalancò le sue larghe fauci, mentre il caprone, un furbone, volò dalla collina come una freccia, colpì il lupo in fronte tanto forte che quello crollò. E del caprone neppure più l’ombra! Dopo circa tre ore, il lupo riprese i sensi, gli sembrava che la testa gli scoppiasse dal dolore. Iniziò a pensare se aveva inghiottito il caprone oppure no. Pensa che ti ripensa, vallo a sapere! «Se avessi mangiato il caprone, avrei la pancia un po’ più piena; evidentemente quel perdigiorno mi ha ingannato! Be’, la prossima volta saprò come comportarmi!»
Così disse il lupo e andò al villaggio, vide una scrofa con i piccoli e si gettò su un porcellino per afferrarlo; ma la scrofa glielo impedisce. «Ah, tu, faccia porcina!» le dice il lupo. «Come osi fare l’insolente? Allora sbranerò anche te, e dei tuoi piccoli farò un sol boccone». Ma la scrofa rispose: «Be’, fino a ora non ti ho insultato; ma ora ti dico che sei un emerito imbecille!». «Come?» «Certo! Giudica tu stesso, grigio: come puoi mangiare i miei piccoli? Eppure sono nati da poco. Bisogna ancora bagnarli con l’acqua benedetta. Fammi da compare, io ti farò da comare, e li battezzeremo, poveri piccini miei». Il lupo acconsentì.
Bene, arrivarono a un grande mulino. La scrofa dice al lupo: «Tu, caro compare, resta da questo lato, dove non c’è acqua, mentre io andrò i miei piccoli nell’acqua pulita a bagnare per poterli a te solo servire». Il lupo si rallegrò, pensa: “Ecco che mi capita in bocca una bella preda!”. Andò il vecchio imbecille sotto il ponte, la scrofa subito afferrò il fermo coi denti, lo sollevò e lasciò scorrere l’acqua. L’acqua fece un gran gorgo e trascinò con sé il lupo, facendolo volteggiare. La scrofa, invece, coi piccoli se ne tornò a casa: arrivò, mangiò a volontà insieme ai figli e si stesero su morbidi giacigli.
Il lupo grigio riconobbe l’astuzia della scrofa, a fatica in qualche modo riuscì a trascinarsi a riva e a stomaco vuoto andò a vagabondare per il bosco. A lungo soffrì per la fame, non ce la fece più, andò di nuovo al villaggio e vide che davanti a un’aia c’era una carogna. “Bene” pensa “quando verrà la notte, mi sazierò almeno con questa carogna.” Il lupo, che era in un brutto periodo, si rallegrò di poter mangiare almeno una carogna! Sempre meglio che i denti per la fame schioccare e canzoni da lupo cantare. Arrivò la notte; il lupo entrò nell’aia e prese a divorare la carogna. Ma un cacciatore già da tempo lo stava aspettando al varco e aveva preparato per l’amico un paio di belle noci; gli sparò, e il lupo grigio cadde con la testa rotta. Così finì i suoi giorni il lupo grigio!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ivanuška, lo scioccone

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C’erano una volta un vecchio e una vecchia che avevano tre figli: due intelligenti, il terzo — Ivanuška lo scioccone. Quelli intelligenti pascolavano il gregge nei campi, mentre lo stupido non faceva niente, stava sempre seduto sulla stufa e acchiappava le mosche. Una volta la vecchia preparò degli gnocchi di segale, e dice allo sciocco: «Su, porta gli gnocchi ai tuoi fratelli; che mangino». Riempì una pentola e gliela mise in mano; quello si avviò piano piano dai fratelli. Era una giornata di sole; appena uscì Ivanuška dal villaggio, vide la sua ombra accanto e pensa: “Chi è quest’uomo che mi segue e non mi si stacca di un passo? Vuole forse gli gnocchi?”. E prese a gettare sulla sua ombra gli gnocchi, uno dopo l’altro, fino all’ultimo; guarda, ma l’ombra c’è ancora. «Che pozzo senza fondo!», disse lo scioccone in collera, e lanciò su di essa la pentola, i cui pezzi volaronoda ogni parte.
Arriva quindi a mani vuote dai fratelli; quelli gli chiedono: «Perché sei venuto, sciocco?». «Per portarvi il pranzo». «E dove sta? Daccelo alla svelta». «Vedete, fratellini, per la strada mi si è attaccato uno sconosciuto e ha mangiato tutto!» «Quale sconosciuto?» «Eccolo! C’è ancora!» I fratelli giù a insultarlo, batterlo, picchiarlo; lo picchiarono per bene e lo lasciarono a pascolare il gregge, mentre loro tornarono al villaggio per mangiare.
Lo scioccone si mise a pascolare: vide che le pecore si disperdevano per il campo, e allora giù ad acchiapparle e a strappar loro gli occhi; quando le ebbe acchiappate tutte e a tutte ebbe cavato gli occhi, raggruppò il gregge e si sedette, molto contento di aver fatto un bel lavoro. I fratelli pranzarono, tornarono al campo. «Che hai fatto, sciocco? Perché il gregge è accecato?» «E a che gli servivano gli occhi? Appena ve ne siete andati, fratellini, le pecore si sono sparpagliate; così ho pensato: è meglio acchiapparle, raggrupparle e accecarle; e quanto mi sono stancato!» «Fermo, ancora non sei poi tanto stanco!», dicono i fratelli e giù a dargli un sacco di pugni; lo sciocco ebbe proprio ciò che si meritava!
Passò del tempo, né molto, né poco; i vecchi mandarono Ivanuška lo scioccone al mercato in città a fare compere. Ivanuška comprò un po’ di tutto: comprò un tavolo, dei cucchiaini, delle tazze e del sale; caricò il carro di tutte queste cose. Sulla strada di casa il cavallo era talmente stanco che tirava a malapena! “To’” pensa tra sé Ivanuška “il cavallo ha quattro zampe, ma anche il tavolo ne ha quattro; quindi il tavolo può tornare da solo». Prese il tavolo e lo mise in mezzo alla strada. Cammina cammina, poco o molto, ecco delle cornacchie volargli sopra la testa e gracchiare. «Devono avere voglia di mangiare, le sorelline, senti come gridano!», pensò lo scioccone; mise dei piatti con del cibo per terra e iniziò a offrire: «Sorelline-piccioncine, assaggiate e che buon pro vi faccia!». E lui si rimise in marcia.
Passa Ivanuška per un boschetto; sulla strada tutti i ceppi erano bruciacchiati. “Eh” pensa “i ragazzi sono senza cappello; si raffredderanno, poverini!” Prese a infilarci sopra pentole e terrine. Arrivò quindi Ivanuška a un fiume, fece abbeverare il cavallo, ma quello non beve. «Forse non gli piace senza sale!», e salò l’acqua. Versò un intero sacco di sale, ma il cavallo ancora non beve. «Perché allora non bevi, carne da macello! Ho forse sprecato un sacco di sale?» Lo colpì con un bastone, e proprio sulla testa, e lo freddò. Rimase a Ivanuška solo una borsa con i cucchiaini, che si caricò in spalla. Si mette in cammino; i cucchiaini gli tintinnano sulla schiena: tin, tin, tin! Quello pensa che i cucchiaini dicano: «Ivanuška-cretin!», li buttò per terra, li calpestò e intanto diceva: «Eccovi Ivanuška-cretin! Eccovi Ivanuška-cretin! Così la finirete di sfottermi, monellacci!».
Tornò a casa e dice ai fratelli: «Ho comprato tutto, fratellini!». «Grazie, sciocco, ma dove hai messo le compere?» «Il tavolo viene da solo, ma credo che sia in ritardo, dai piatti mangiano le sorelline, le pentole e le terrine le ho messe in testa ai ragazzi nel bosco, col sale ho salato il beveraggio al cavallo, i cucchiaini invece mi sfottevano e allora li ho piantati per la strada». «Corri, sciocco, raccogli alla svelta tutto quello che hai seminato per la strada». Ivanuška andò nel bosco, tolse dai ceppi bruciacchiati le terrine, le bucò nel fondo e le infilò tutte su di un bastone: le piccole e le grandi. Porta il tutto a casa. I fratelli lo bastonarono; andarono loro in città a far compere, e lasciarono lo sciocco a badare alla casa. Lo sciocco sente la birra nel tino che fermenta, fermenta. «Birra, non fermentare, lo sciocco non insultare!», dice Ivanuška. No, la birra non gli dà ascolto; prese e la rovesciò tutta fuori dal tino, lui si sedette in un mastello, per l’izbà navigò, tante canzoni cantò.
Tornarono i fratelli, si arrabbiarono davvero molto, presero Ivanuška, lo chiusero in un sacco e lo trascinarono fino al fiume. Poggiarono il sacco sulla riva e andarono a ispezionare un buco nel ghiaccio. Nel frattempo, stava passando lì vicino un signore su di una trojka tirata da tre cavalli bruni; Ivanuška giù a gridare: «Mi hanno incaricato di giudicare e comandare una provincia, ma io non so né giudicare, né comandare!». «Un attimo, sciocco» disse il signore «io so e giudicare e comandare; esci dal sacco!» Ivanuška uscì dal sacco, ci chiuse il signore e sedette nel suo veicolo, che scomparve.Tornarono i fratelli, buttarono il sacco sotto il ghiaccio e lo sentono gorgogliare nell’acqua. «Starà facendo dei gargarismi!», dissero i fratelli e si incamminarono verso casa. Da non si sa dove, viene loro incontro Ivanuška in trojka, va sul carro e dice, facendo il gradasso: «Visto che bei cavallucci ho rimediato! E ce n’è rimasto ancora uno grigio che è una meraviglia!». I fratelli, invidiosi, dicono allo sciocco: «Adesso metti noi nel sacco, e calaci in fretta nel buco! Non ci sfuggirà il grigio…». Li calò Ivanuška lo scioccone nel buco e tornò a casa una birra a tracannare, i fratelli a ricordare. Ivanuška aveva un pozzo, in quel pozzo nuotava un ghiozzo, la mia favola è finita da un pezzo.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il sogno profetico

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C’era una volta un mercante che aveva due figli: Dmitrij e Ivan. Una sera, benedicendoli per la notte, il padre disse loro: «Domani, cari figli, mi racconterete i vostri sogni; chi di voi mi nasconderà il suo sogno, sarà messo a morte». Il mattino dopo arriva il figlio maggiore e racconta al padre: «Ho sognato, padre, che mio fratello Ivan volava alto nel cielo, sorretto da dodici aquile; e ancora, che tu avevi perso la tua pecora preferita». «E tu, Vanja cosa hai sognato?» «Non te lo dico», rispose Ivan. Il padre aveva un bell’insistere, quello si era incaponito e rispondeva a tutte le esortazioni: «non te lo dico!» e «non te lo dico!». Il mercante si arrabbiò, chiamò i suoi commessi e ordinò loro di afferrare il figlio ribelle, di denudarlo e di legarlo a un palo sulla strada maestra.
I commessi afferrarono Ivan e, come era stato detto, lo legarono, nudo, stretto stretto al palo. Il povero ragazzo se la passava molto male: il sole lo cuoce, le zanzare lo pizzicano, la fame e la sete lo tormentano. Passò per quella strada un giovane principe; vide il figlio del mercante, ne ebbe pietà e lo fece liberare, gli diede i suoi abiti, lo portò con sé a palazzo e gli domandò: «Chi ti ha legato al palo?». «Mio padre in collera». «Per quale manchevolezza?» «Non ho voluto raccontargli quel che avevo sognato». «Ah, come è stupido tuo padre, che punisce in modo tanto crudele per delle sciocchezze simili… E cosa avevi sognato?» «Non te lo dico, principe!» «Come? Osi parlarmi a questo modo dopo che ti ho salvato la vita? Parla ora, o guai a te!» «Non l’ho detto a mio padre e non lo dirò mai neanche a te!» Il principe lo condannò alla prigione; accorsero subito dei soldati e chiusero lo sventurato in una segreta.
Passò un anno, il principe decise di prendere moglie, si equipaggiò e partì per un lontano reame, per chiedere la mano di Elena la Bella. Il principe aveva una sorella; poco tempo dopo la sua partenza, le capitò di passeggiare vicino alla prigione. La vide dalla feritoia Ivan figlio di mercante e gridò molto forte: «Di grazia, principessa, liberami; forse un giorno ti sarò utile! So, infatti, che il principe è andato a chiedere la mano di Elena la Bella; ma senza di me non si sposerà, e forse con la testa pagherà. Probabilmente sai quanto è scaltra Elena la Bella e quanti pretendenti ha spedito all’altro mondo». «E aiuterai il principe?» «Lo aiuterei, ma le ali del falco sono legate». La principessa subito ordinò di farlo uscire dalla prigione. Ivan figlio di mercante si scelse dei compagni: erano in tutto dodici, compreso Ivan, e si somigliavano come fratelli gemelli, sia per corporatura, che per voce e capelli. Si vestirono con abiti assolutamente identici, della stessa misura, montaronosu dei bei destrieri e si misero in cammino.
Cavalcarono un giorno, due, tre; il quarto giorno giunsero ai margini di una fitta foresta da dove provenivano grida terribili. «Fermi, fratellini!» dice Ivan. «Aspettate un attimo, vado a vedere che succede». Scese da cavallo e corse nella foresta; guarda: al centro di una radura tre vecchi discutono. «Buongiorno, nonni! Perché questa baruffa?» «Ah, giovanotto! Nostro padre ci ha lasciato in eredità tre cose portentose: un berretto-non ti vedo, un tappeto volante e degli stivali-sette leghe; ma sono già settant’anni che discutiamo e non siamo ancora riusciti a decidere come dividerceli». «Volete vi faccia da arbitro?» «Ci faresti un favore!» Ivan figlio di mercante tese il suo arco potente, ci mise tre frecce e le tirò in tre direzioni diverse; ordina a uno dei vecchietti di correre a destra, al secondo di correre a sinistra e il terzo lo manda dritto davanti a sé: &laquoIl primo di voi che mi riporterà una freccia avrà il berretto-non ti vedo; chi arriverà per secondo avrà il tappeto volante; e che l’ultimo prenda gli stivali-sette leghe». Mentre i tre vecchietti correvano dietro alle frecce, Ivan figlio di mercante si appropriò dei tre portenti e tornò dai suoi compagni. «Fratellini» dice «lasciate liberi i vostri cavalli e salite con me sul tappeto volante».
Tutti sedettero di corsa sul tappeto volante e volarono verso il reame di Elena la Bella; giunti alle porte della capitale, si posarono e partirono alla ricerca del principe. Arrivarono nella sua corte. Il principe chiese loro: «Che volete?». «Prendici al tuo servizio; siamo bravi giovani, ci occuperemo di te e non avremo a cuore che il tuo bene». Il principe li al suo servizio e destinò chi alla cucina, chi alle stalle, ecc. Il giorno stesso, indossò il principe i suoi abiti della festa e andò a presentarsi a Elena la Bella. lei lo accolse gentilmente, gli offrì cibi e vini preziosi e poi gli domandò: «Di’ francamente, principe, perché sei venuto da noi?». «Vorrei, Elena la Bella, chiedere la tua mano; vuoi sposarmi?» «Non dico di no, ma prima devi portare a termine tre prove. Se ci riesci, sarò tua, altrimenti, la tua testa cadrà sotto un’ascia affilata». «Qual è la prima prova?» «L’avrò domani, ma non ti dico cosa; ingegnati, principe, e portami ciò con cui potrà fare il paio».
Il principe rientrò a casa affranto, desolato. Gli chiede Ivan figlio di mercante: «Perché sei triste, principe? Elena la Bella ti ha per caso contrariato? Dividi la tua pena con me, ti sentirai sollevato». «Ecco» risponde il principe «mi ha proposto Elena la Bella un indovinello che nessun saggio al mondo saprebbe risolvere». «Bah, non è ancora il peggiore dei mali! Dì’ le tue preghiere e mettiti a letto; la notte porta consiglio, domani prenderemo una decisione». Il principe si mise a dormire e Ivan figlio di mercante si mise il berretto-non ti vedo e gli stivali-sette leghe e via! a palazzo da Elena la Bella; entrò dritto nella sua camera da letto e si mette in ascolto. Intanto, Elena la Bella stava dando questi ordini alla sua cameriera preferita: «Prendi questa stoffa preziosa e portala al ciabattino; che mi faccia una scarpetta per il mio piede, e al più presto».
La cameriera corse dove doveva, seguita da Ivan. L’artigiano si mise subito all’opera, fece svelto la scarpetta e l poggiò sul davanzale della finestra; Ivan figlio di mercante prese la scarpetta e zitto zitto se la nascose in tasca. Il povero ciabattino si affannò, ma il lavoro gli era scomparso da sotto il naso; cercava, cercava, frugò in ogni angolo, ma invano! “Questa poi!” pensa. “Scommetto che è uno scherzo del diavolo”. Niente da fare: fu costretto a riprendere la lesina e a fabbricare un’altra scarpetta, che portò a Elena la Bella. «Che lumaca!» disse Elena la Bella. «Ce ne hai messo di tempo per fare una sola scarpetta!» Si sedette al suo tavolo da lavoro, ricamò in oro la sua scarpetta, applicò delle grosse perle e delle pietre preziose. Intanto Ivan, sempre invisibile, tirò fuori l’altra scarpetta e fece la stessa cosa: per ogni pietruzza che lei sceglie, lui ne prende una uguale; dove lei attacca le perline, là le mette anche lui. Terminato il suo lavoro, Elena la Bella dice con un sorriso: «Che mi porterà domani il principe?». “Aspetta e vedrai”, pensa Ivan “non si sa ancora chi avrà ingannato l’altro!”
Rientrò a casa e si mise a dormire; alzatosi all’alba, si vestì e andò a svegliare il principe; lo svegliò e gli consegna la scarpetta: «Vai» dice «da Elena la Bella e mostrale questa scarpetta: così avrai risolto la sua prima prova!». il principe si lavò, mise i suoi abiti più belli e si affrettò verso la sua promessa; gli appartamenti di lei erano pieni di ospiti: boiari e alti dignitari, cortigiani. Appena arrivò il principe, la musica prese a suonare, gli invitati si alzarono, i soldati presentarono le armi. Elena la Bella tirò fuori la sua scarpetta ornata di perle e decorata di pietre preziose; guarda il principe, con un sorriso beffardo. Le dice il principe: «È molto carina quella scarpa, ma non vale niente se è spaiata! Lascia che ti offra la compagna!» A queste parole, prese dalla tasca l’altra scarpetta e la posò sul tavolo. Tutti gli invitati applaudirono, gridando come un sol uomo: «Bravo, principe! Siete degno di sposare la nostra sovrana, Elena la Bella». «È quel che vedremo!» replicò Elena la Bella. «Che porti a termine la prova successiva».
Il principe rientrò a casa la sera tardi con il viso più cupo che mai. «Basta affliggersi, principe!» gli disse Ivan figlio di mercante. «Di’ le tue preghiere e mettiti a letto; la notte porta consiglio». Lo mise a letto, poi si infilò gli stivali-sette leghe e il berretto-non ti vedo e corse a palazzo da Elena la Bella. Quella, intanto, stava dando ordini alla sua cameriera preferita: «Va’ in fretta nel pollaio e portami una papera». La cameriera corse al pollaio, seguita da Ivan; la cameriera prese una papaera, Ivan invece un papero, e tornarono indietro da dove erano venuti. Elena la Bella si sedette al tavolo da lavoro, prese la papera, le adornò le ali con dei nastri e il ciuffo con dei brillanti; Ivan figlio di mercante guarda e fa altrettanto con il papero. Il giorno dopo, la principessa aveva di nuovo ospiti, di nuovo un’orchestra; tirò fuori la sua papera e domanda al principe: «Hai risolto il mio problema?». «Ma certo, Elena la Bella! Ecco un maschio per la tua papera», e lascia subito libero il papero… Allora i boiari gridarono tutti come un sol uomo: «Bravo, principe! Siete degno di sposare Elena la Bella». «Un po’ di pazienza, che porti a termine, prima, la terza prova».
La sera, il principe rientrò a casa talmente afflitto che non vuole neanche parlare. «Non ti abbattere, principe, è meglio se vai a dormire; la notte porta consiglio», disse Ivan figlio di mercante; si affrettò poi a infilare il berretto-non ti vedo e gli stivali-sette leghe, e corse da Elena la Bella. Quella si stava preparando per andare in riva al mare blu, montò in carrozza e partì a spron battuto; ma Ivan figlio di mercante non la molla di un passo. Giunse Elena la Bella in riva al mare e prese a chiamare il nonno. Le onde si ingrossarono e emerse dall’acqua un vecchio, con la barba d’oro e i capelli d’argento. Venne a riva: «Salve, nipotina! È da tanto tempo che non ci vediamo; cercami un po’ in testa». Si stese, mise la testa sulle ginocchia di lei e si addormentò di un sonno profondo; Elena la Bella cerca in testa al vecchio, mentre Ivan figlio di mercante sta in piedi dietro si lei.
Lei vede che il vecchio si è addormentato e gli strappa tre capelli d’argento; Ivan figlio di mercante, invece, non tre capelli, ma tutto un ciuffo afferrò. Il vecchio si svegliò e gridò: «Ma sei diventata matta? Mi fai male!». «Scusami, nonno! Da tanto tempo non ti ho pettinato, i capelli si sono impicciati». Il vecchio si calmò e poco dopo riprese a russare. Elena la Bellagli strappò tre peli d’oro; Ivan figlio di mercante, invece, afferrò la barba, a rischio di strapparla tutta intera. Il vecchio urlò in modo terribile, saltò in piedi e si gettò in mare. “Questa volta, principe, ti ho in pugno!” pensa Elena la Bella. “Non potrai di certo procurarti capelli simili”. Il giorno dopo si riunirono da lei gli ospiti; arrivò anche il principe. Elena la Bella gli mostra i tre capelli d’argento e i tre peli d’oro e chiede: «Hai mai visto una meraviglia simile?». «Hai trovato di che vantarti! Se vuoi, te ne posso dare una ciocca intera». Tirò fuori e le diede una ciocca di capelli d’argento e una di peli d’oro.
Furiosa, Elena la Bella corse in camera sua e guardò nel suo libro di magia, per sapere se il principe indovinava tutto da solo o si faceva aiutare. Vede dal libro che non è lui il furbacchione, ma il suo servo Ivan figlio di mercante. tornò dai suoi invitati e si appicciccò al principe: «Mandami il tuo servo preferito». «Ne ho dodici». «Voglio quello che si chiama Ivan». «Ma si chiamano tutti Ivan». «Bene», dice «che vengano tutti!», e intanto pensa: “Scoprirò il colpevole anche senza di te!”. Il principe diede l’ordine e, poco dopo, ecco apparire a palazzo dodici bei giovanotti, i suoi fedeli servitori; tutti uguali di viso, di corporatura, di voce e di capelli. «Chi tra voi è il più vecchio?», chiese Elena la Bella. «Io! Io!», gridarono in coro. “Ah ah”, pensa lei “la partita sarà dura!”, e fece portare undici coppe normali e la dodicesima d’oro, quella da cui lei stessa beveva abitualmente; riempì le coppe di vino pregiato e le offrì ai giovani. Nessuno di loro volle la coppa normale, tutti tesero la mano verso quella d’oro e se la disputarono tra loro; una gran cagnara combinarono e il vino per terra versarono!
Elena la Bella vede che la sua trappola non ha funzionato; ordinò di dar loro una buona cena, di dissetarli e di farli dormire a palazzo. La notte, mentre quelli dormivano della grossa, andò da loro con il suo libro di magia, consultò il libro e scoprì subito il colpevole; prese delle forbici e gli tagliò una ciocca di capelli dalla fronte. «Lo riconoscerò domani per questo segno e lo darò in mano al carnefice». Il mattino dopo, Ivan figlio di mercante, al suo risveglio, portò la mano alla tempia e sentì che gli avevano tagliato una ciocca; si alzò di corsa dal letto e scosse i suoi compagni: «Basta dormire, un pericolo ci minaccia! Prendete delle forbici e tagliatevi un ciuffo dalla tempia». Un’ora dopo, Elena la Bella li mandò a chiamare, e prese a cercare il colpevole; ma cosa era successo? Chiunque guardasse — tutti avevano una tempia senza ciuffo! Dalla rabbia, prese il suo libro di magia e lo gettò nella stufa. Dopodiché non poté più trovare nessuna scusa, fu costretta a sposare il principe. Il matrimonio fu dei più gioiosi; per tre giorni di fila il popolo si ubriacò, per tre giorni di fila osterie e taverne restarono aperte a chiunque: bevande e cibo gratis!
Terminati i festeggiamenti, il principe si preparò a tornare nel suo paese con la giovane moglie; inviò in avanscoperta i suoi dodici servi. All’uscita della città, stesero il tappeto volante, ci salirono e andaronopiù su delle nuvole vagabonde; volarono, volarono e si posarono proprio ai margini di quella fitta foresta dove avevano lasciato i loro destrieri. Fecero appena in tempo a scendere dal tappeto, che arrivò di corsa uno dei vecchietti con una freccia in mano. Ivan figlio di mercante gli diede il berretto-non ti vedo. Arrivò poi il secondo vecchietto e ottenne il tappeto volante; ed ecco il terzo: a quello toccarono gli stivali-sette leghe. Ivan dice ai suoi compagni: «Sellate i vostri cavalli, fratellini, è tempo di rimettersi in cammino». Presero subito i cavalli, li sellarono e partirono verso il loro paese natale. Arrivarono e andarono dritti dalla principessa; quella, molto contenta di rivederli, li interrogò sul suo caro fratello, sul suo matrimonio e chiese loro se sarebbe tornato presto. «Come ricompensarvi» chiede «dei vostri servizi?» Al che Ivan figlio di mercante risponde: «Rimettimi in prigione, nella mia vecchia cella». La principessa protestò, ma lui insisteva; dei soldati lo presero e lo riportarono in prigione.
Un mese dopo il principe arrivò con la sua giovane sposa; l’accoglienza fu solenne: musica, salve di cannone, campane a festa, fola compatta! Boiari, dignitari di ogni grado vennero a presentarsi al principe; lui li passò in rivista e chiese: «Dov’è Ivan, il mio fedele servitore?». «In prigione», gli rispondono. «Come in prigione? Chi ha osato mettercelo?» La principessa gli spiega: «Ma sei stato tu, fratellino mio, che l’hai preso in odio e hai ordinato di tenerlo sotto stretta sorveglianza. Non ti ricordi? Ti sei infuriato perché si era rifiutato di raccontarti il suo sogno». «Era dunque lui?» «In persona; l’avevo liberato momentaneamenteperché ti venisse in aiuto». Il principe fece condurre Ivan figlio di mercante, gli si gettò al collo e gli chiese perdono per il male che gli aveva fatto. «Sai, principe» gli dice Ivan «io già sapevo tutto quello che ti sarebbe successo; tutto questo l’avevo visto in sogno; perciò mi sono rifiutato di parlare». Il principe lo nominò generale, gli diede dei ricchi domini e lo tenne con sé a palazzo. Ivan figlio di mercante fece venire suo padre, suo fratello maggiore e vissero insieme felici e contenti, diventando sempre più abbienti.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Emelja lo sciocco

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C’era una volta in un villaggio un contadino che aveva tre figli: due erano intelligenti e il terzo, Emelja, un babbeo. Quando il padre ebbe vissuto a lungo e si fu fatto vecchio, chiamò i suoi figli e disse loro: «Miei cari ragazzi! Sento che mi resta ben poco da vivere; vi lascio la casa e il bestiame, che vi dividerete in parti uguali; vi lascio anche del denaro, cento rubli a testa». Morì di lì a poco il padre e i figli, dopo averlo degnamente interrato, vivevano di buona intesa. Un giorno i fratelli di Emel’jan decisero di andare in città al mercato con quei trecento rubli che aveva lasciato loro il padre, e dissero allo sciocco Emel’jan: «Senti, sciocco, noi andiamo in città, prendiamo anche i tuoi cento rubli e, quando i nostri affari saranno andati in porto, riceverai anche tu la tua parte e ti compreremo un vestito rosso, un berretto rosso e degli stivali rossi. Aspettaci qui a casa; se le nostre mogli e tue cognate (tutti e due erano sposati) ti chiedono di fare qualcosa, fallo». Lo sciocco, incantato all’idea di avere un vestito rosso, un berretto rosso e degli stivali rossi, rispose ai fratelli che avrebbe fatto tutto quello che gli avessero domandato. Dopodiché i suoi fratelli partirono per la città, mentre lo sciocco restò a casa con le cognate.
Qualche tempo dopo, in una giornata d’inverno in cui gelava da spaccare le pietre, le due cognate volevano spedirlo a prendere l’acqua. Ma lo sciocco, sdraiato sulla stufa, replicò: «E voi?». Le cognate gli gridarono: «Come sarebbe, sciocco, e noi? Eppure vedi che fa un freddo cane, tocca a un uomo andare!». Ma quello disse: «Mi sento fiacco!». Le cognate di nuovo gli gridarono: «Come fiacco? Be’, se vuoi mangiare… perché senz’acqua non si può certo cucinare». E aggiunsero: «Va bene, diremo ai nostri mariti, quando torneranno, di non darti né il vestito rosso, né le altre cose che ti avranno comprato», sentendo la qual cosa lo sciocco, che desiderava tanto il vestito rosso e il cappello, si vide costretto ad andare, scese dalla stufa, si mise le scarpe e il cappotto. Finalmente pronto, prese dei secchi e un scure, se ne andò al fiume (perché il loro villaggio era proprio accanto a un fiume) e quando arrivò al fiume fece un buco nel ghiaccio, un buco enorme. Poi riempì i secchi d’acqua, li poggiò sul ghiaccio e rimase lì accanto a guardare l’acqua.
Ed ecco che lo sciocco vide nuotare nel buco un grosso luccio; a Emelja, nonostante fosse idiota, venne tuttavia in mente di catturarlo e per questo si avvicinò piano piano; gli andò vicino, lo acchiappò improvvisamente con la mano, lo tirò fuori dall’acqua e lo infilò sotto la giacca per portarselo a casa. Ma il luccio disse: «Che fai, sciocco? Perché mi hai catturato?». «Come perché?» rispose quello. «Ti porterò a casa e ti farò ccucinare dalle mie cognate». «No, sciocco, non portarmi a casa; lasciami andare; in cambio ti farò diventare un uomo ricco». Ma lo sciocco, diffidente, voleva andare a casa. Il luccio, vedendo che lo sciocco non lo mollava, disse: «Senti, sciocco, rimettimi nell’acqua; come ricompensa realizzerò anche il più piccolo dei tuoi desideri». Lo sciocco, a queste parole, si rallegrò molto, poiché era un terribile pigrone, e pensò: “Se il luccio realizzerà anche il mio più piccolo desiderio, tutto sarà fatto, non avrò più bisogno di lavorare!”. Disse al luccio: «Io ti lascerò libero, ma tu mantieni la tua promessa!», al che il luccio rispose: «Tu prima rimettimi nell’acqua, e poi salderò il mio debito». Ma lo sciocco pretese che il luccio prima mantenesse la sua promessa e poi lo avrebbe lasciato. Vedendolo così pstinato, il luccio disse: «Se vuoi che io ti dica come realizzare ogni tuo più piccolo desiderio, allora bisogna che tu ora mi dica quel che desideri». Lo sciocco gli disse: «Voglio che i miei secchi con l’acqua salgano da soli la montagna (il villaggio era su di un’altura) e che l’acqua non si versi». Il luccio gli disse subito: «Non temere, non si verserà! Ma ricorda le parole che sto per pronunciare; ecco di che si tratta: come il luccio comanda su mia domanda, risalite soli, secchi, la montagna!». Lo sciocco ripeté: «Come il luccio comanda su mia domanda, risalite soli, secchi, la montagna!», e all’istante secchi e bilanciere scalarono soli il pendio. Emelja ne rimase strabiliato; poi disse al luccio: «Sarà sempre così?». Al che il luccio rispose che «tutto sarà sempre come desidererai, ma non dimenticare le parole che ti ho detto». Allora lo sciocco lo rimise nell’acqua, e lui seguì i secchi. I suoi vicini, stupefatti, dicevano tra loro: «Ma che diavolo combina questo sciocco? I secchi con l’acqua si muovono da soli e lui dietro». Ma Emelja, senza dir loro una parola, giunse a casa; i secchi entrarono nell’izbà e si andarono a mettere sulla panca, mentre lo sciocco si arrampicò sulla stufa.
Qualche tempo dopo, le cognate tornarono alla carica: «Emelja come sei pigro! Dovresti andare a spaccare la legna». Ma lo sciocco replicò: «E voi allora?». «Come sarebbe a dire, e noi?» gli gridarono le cognate. «Siamo in inverno, no? E se non vai a fare la legna, avrai freddo anche tu». «Mi sento fiacco!», disse lo sciocco. «Come fiacco?» dissero le cognate. «Gelerai, andiamo». Poi aggiunsero: «Se ti rifiuti di andare a tagliare la legna, noi diremo ai nostri mariti di non darti né il vestito rosso, né il berretto rosso, né gli stivali rossi». Lo sciocco, che desiderava il vestito, il berretto e gli stivali rossi, fu obbligato a obbedire; ma poiché era oltremodo pigro e non aveva voglia di scendere dalla stufa, mormorò piano piano, sempre restando steso sulla stufa, queste parole: «Come il luccio comanda su mia domanda, scure, vai a spaccare la legna, e voi, ciocchi, entrate da soli nell’izbà e nella stufa». La scure all’improvviso si precipitò in cortile e si mise a lavorare; i ciocchi entrarono da soli nell’izbà per infilarsi nella stufa: il tutto sotto lo sguardo delle cognate, stupefatte per l’astuzia di Emel’jan. E così ogni giorno: appena ordinano allo sciocco di fare la legna, la scure fa da sola il suo dovere.
Ed egli visse con le cognate per qualche tempo; poi le cognate gli dissero: «Emelja, ora non abbiamo più legna; vai a tagliarne nel bosco». Lo sciocco disse loro: «E voi allora?». «Come sarebbe, e noi?» risposero le cognate. «Il bosco è lontano, e ora è inverno, avremmo freddo ad andare nel bosco per la legna». Ma lo sciocco disse loro: «Mi sento fiacco!». «Come fiacco?» gli dissero le cognate. «Sarai il primo a gelare; e poi, se ti rifiuti, allora quado arriveranno i tuoi fratelli, nostri mariti, diremo loro di non darti niente: né vestito rosso, né berretto rosso, né stivali rossi». Lo sciocco, che desiderava il vestito rosso, il berretto rosso e gli stivali rossi, fu obbligato ad andare nel bosco a far legna; si alzò, scese dalla stufa e in fretta si mise le scarpe e il cappotto.
Finalmente pronto, uscì in cortile, tirò fuori la slitta da sotto la tettoia, prese una corda e la scure, si sedette nella slitta e disse alle cognate di aprire il cancello. Le cognate, vedendolo nella slitta, ma senza il cavallo, poiché lo sciocco non aveva attaccato il cavallo, gli dissero: «Che fai, Emelja, seduto nella slitta, se non attacchi il cavallo?». Ma lui disse che non sapeva che farsene del cavallo e che gli aprissero solo il cancello. Le cognate aprirono il cancello e lo sciocco, seduto nella slitta, disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, slitta, corri nel bosco!». A queste parole subito la slitta partì dal cortile, sotto gli occhi dei contadini vicini, sbalorditi di vedere Emel’jan passare in una slitta senza cavallo e a una buona andatura: se ne avesse avuti due di cavalli, non sarebbe andato certo più veloce! Siccome la strada per il bosco passava per la città, lo sciocco la attraversò; ma dato che non sapeva che bisognava gridare per non schiacciare la gente, passò senza gridare che si mettessero da un lato e investì parecchia gente; e sebbene gli corressero dietro, tuttavia non poterono raggiungerlo.
Emelja lasciò la città e arrivao nel bosco si fermò, scese dalla slitta e disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, scure, taglia della legna, e voi, ciocchi, ammucchiatevi da soli sulla slitta e legatevi!». Detto fatto, la scure si mise all’opera e i ciocchi si ammucchiarono da soli sulla slitta e si legarono con la corda. Quando ebbe finito di tagliare la legna, ordinò ancora alla scure di tagliargli un bastone. Quando la scure l’ebbe tagliato, rimontò sul suo carro e disse: «Andiamo, come il luccio comanda su mia domanda, ritorna a casa da sola, slitta!». Subito la slitta partì a una buona andatura, ma quando passò nella città in cui aveva investito un sacco di gente, già lo stavano aspettando per saltargli addosso; appena entrato in città, fu preso e tirato giù dalla slitta; dopodiché iniziarono a picchiarlo. Lo sciocco, vedendo che lo avevano tirato giù e lo picchiavano, mormorò queste parole: «Come il luccio comanda su mia domanda, bastone, rompigli braccia e gambe!». Subito il bastone si sollevò e giù a bastonare tutti. E approfittando della confusione, lo sciocco se ne scappò a casa, mentre il bastone gli andava dietro dopo aver massacrato di botte gli assalitori. Appena arrivato a casa, Emelja si arrampicò sulla stufa.
Da allora, si cominciò a parlare di lui un po’ dappertutto. Non tanto di come aveva investito un sacco di gente, quanto dello strano modo che aveva di spostarsi in una slitta senza cavallo. Piano piano le dicerie giunsero fino alle orecchie del re. Appena il relo venne a sapere, fu preso dalla smania di vederlo e per questo mandò un ufficiale e alcuni soldati a cercarlo. L’emissario del re partì immediatamente dalla città e prese quella strada che lo sciocco aveva fatto per andare nel bosco. Arrivato al villaggio dove viveva Emelja, l’ufficiale convocò lo starosta, cioè l’anziano del villaggio e gli disse: «Sono stato mandato dal re a prendere il vostro sciocco per portarlo da lui». Lo starosta gli indicò subito lìizbà dove viveva Emelja, e l’ufficiale entrò nell’izbà e chiese: «Dov’è lo sciocco?», ma quello rispose da sopra la stufa: «Perché lo cerchi?». «Come perché? Vestiti in fretta; ti devo portare dal re». Ma Emelja replicò: «Per che fare?». L’ufficiale, esasperato da una tale insolenza, gli diede uno schiaffo. Lo sciocco, vedendo che lo battevano, mormorò: «Come il luccio comanda su mia domanda, bastone, rompigli braccia e gambe!». Subito il bastone saltò su e cominciò a bastonarli, e li massacrò tutti — ufficiale e soldati. L’ufficiale fu costretto a tornare indietro; arrivato in città, riportarono al re che lo sciocco li aveva massacrati tutti, Sorpreso e non potendo credere che lo sciocco da solo avesse avuto ragione di tutti loro, il re scelse una persona di spirito con l’incarico di portargli lo sciocco con qualsiasi mezzo, compreso l’inganno.
L’emissario del re si mise in cammino e, appena giunto al villaggio dove viveva Emelja, convocò lo starosta e gli disse: «Sono stato mandato dal re a prendere il vostro sciocco; tu fai venire qui quelli che abitano con lui». Lo starosta si affrettò ad andare a chiamare le cognate. L’emissario del re chiese loro: «Cosa piace al vostro sciocco?». Le cognate risposero: «Egregio signore, lo sciocco ama… se gli chiedete insistentemente qualcosa, la prima volta rifiuta, la seconda pure, ma alla terza la fa; non ama essere strapazzato». L’emissario del re le congedò, raccomandandosi di non dire a Emelja che le aveva chiamate. Poi comprò dell’uva passa, delle prugne e dei fichi secchi, andò dallo sciocco e, appena entrato nell’izbà, disse, avvicinandosi alla stufa: «Che fai steso là, Emelja?», e gli offre l’uva passa, le prugne e i fichi secchi e lo solletica: «Andiamo dal re, Emelja, ti ci porterò io». Ma lo sciocco disse: «Sto bene al caldo anche qui!», poiché non amava altro che il caldo. L’uomo, però, insisteva: «Andiamo, Emelja, ti prego; starai bene laggiù!». Lo sciocco diceva: «Mi sento fiacco!». L’altro riprese: «Vieni, ti prego; il re ti farà fare un vestito rosso, un berretto rosso, e degli stivali rossi».
Lo sciocco, sentendo che gli avrebbero dato un vestito rosso se fosse andato, disse: «Vai avanti, io ti seguo». L’emissario non insité oltre, si allontanò e chiese piano alle cognate: «Non sta cercando di ingannarmi lo sciocco?». Ma quelle gli garantirono che no. L’emissario dunque tornò indietro, mentre lo sciocco, dopo essere rimasto ancora un po’ steso sulla stufa, disse: «Ah, non ho proprio voglia di andare a trovare il re; ma pazienza!». Poi disse: «Allora, come il luccio comanda su mia domanda, stufa, vai dritta in città!». Subito l’izbà si spaccò, la stufa uscì fuori dall’izbà, lasciò il cortile e partì di volata, tanto veloce che sarebbe stato impossibile raggiungerla; e quello raggiunse ancora per strada l’emissario che era andato a prenderlo, e arrivò con lui a palazzo.
Quando il re vide che era arrivato lo sciocco, uscì con tutti i suoi ministri per vederlo e, accorgendosi che Emelja era arrivato sopra una stufa, non disse niente; poi il re gli chiese: «Perché hai investito tanta gente andando nel bosco per fare legna?». Ma Emelja disse: «Non è colpa mia! Perché non si sono fatti da parte?». In quel momento, la figlia del re si affacciò alla finestra e guardò lo sciocco; Emelja per casoalzò gli occhi verso la finestra di lei, e trovandola lo sciocco bellissima mormorò: «Vorrei, come il luccio comanda su mia domanda, che quella bella si innamorasse di me!». Appena dette queste parole, la figlia del re lo guardò e si innamorò di lui. Dopodiché lo sciocco disse: «Su, come il luccio comanda su mia domanda, stufa, torna a casa!». La stufa obbedì immediatamente e, giunta a casa, riprese il suo posto abituale.
Emelja ricominciò la sua vita tranquilla; ma diversamente andavano le cose a palazzo, poiché, dopo le parole dello sciocco, la figlia del re si era innamorata di lui e supplicava il padre di fargli sposare lo sciocco. Il re, furioso contro lo sciocco, non sapeva come ricondurlo là. Allora i ministri gli consigliarono di incaricare quell’ufficiale che era andato la prima volta da Emelja e non era stato capace di portarlo; l’idea piacque al re, che, per punizione, chiamò l’ufficiale. Quando l’ufficiale gli si presentò, il re gli disse: «Senti, caro, ti avevo mandato in precedenza a cercare lo sciocco, ma hai fallito; per punizione, ti ci mando un’altra volta: portamelo qui, costi quel che costi; se ci riuscirai, saprò ricompensarti, altrimenti sarai punito». L’ufficiale ascoltò il re e partì immediatamente per andare a prendere lo sciocco; quando arrivò al villaggio, covocò di nuovo lo starosta e gli disse: «Eccoti del denaro; compra il necessario per un buon pranzo e poi invita per domani Emelja:quando sarà da te a pranzo, fallo ubriacare finché non si addormenti».
Lo starosta sapeva che quello veniva da parte del re, fu costretto a obbedirgli; comprò il necessario e invitò lo sciocco. L’ufficiale seppe che Emelja aveva accettato l’invito e lo aspettava con grande gioia. Il giorno dopo arrivò lo sciocco; lo starosta iniziò a versargli da bere in grande quantità e lo fece ubriacare finché non si fu addormentato. L’ufficiale, vedendo che dormiva, lo legò subito, fece avvicinare la sua carrozza e poi ce lo mise dentro; quindi montò anche l’ufficiale nella carrozza e lo portò in città. Arrivato in città, lo condusse dritto a palazzo. I ministri annunciarono al re l’arrivo dell’ufficiale. Quando il re lo seppe, ordinò all’istante di portare un enorme barile cerchiato di ferro. Detto fatto. Il re, vedendo che tutto era pronto, ordinò di chiudere sua figlia e lo sciocco dentro il barile, di sigillarlo con del catrame; quando li ebbero chiusi nel barile e sigillati con il catrame, allora il re ordinò di gettarli in mare sotto i suoi occhi. Su suo ordine furono subito gettati, e il re tornò in città.
Ma il barile, abbandonato alle onde, galleggiò per alcune ore; lo sciocco continuava a dormire, ma quando si svegliò non vide altro che del nero e si chiese: «Dove sono?», credendosi solo. La principessa gli disse: «Emelja, sei in un barile con me». «E tu chi sei?», chiese lo sciocco. «La figlia del re», rispose lei e gli spiegò perché erano stati chiusi insieme nel barile; lo pregò poi di liberarli. Al che lui replicò: «Sto bene al caldo anche qui!». «Di grazia» lo implorava la principessa «abbi pietà delle mie lacrime; facci uscire tutti e due da questo barile». «Un corno!» rispose Emelja. «Mi sento fiacco!» La principessa lo supplicò di nuovo: «Di grazia, Emelja, liberami da questo barile, non mi far morire». Lo sciocco, commosso dalle preghiere e dalle lacrime di lei, le disse: «E sia, lo farò per te». Poi mormorò: «Come il luccio comanda su mia domanda, mare, lancia il barile in cui siamo sulla riva, all’asciutto, il più vicino possibile al nostro paese; e tu, barile, quando sarai all’asciutto, apriti da solo!».
Appena lo sciocco ebbe pronunciato queste parole, il mare iniziò ad agitarsi e proiettò il barile sulla riva all’asciutto, e il barile si aprì da solo. Emelja si alzò e insieme alla principessa si incamminò per la spiaggia; lo sciocco si rese conto che erano in un’isola magnifica, dove cresceva ogni sorta di albero carico di frutta. La principessa, vedendo tutto quel ben di Dio, si rallegrò moto di essere capitata in un’isola tanto bella; dopodiché disse: «Allora, Emelja, dove abiteremo? Poiché qui non c’è nemmeno una capanna». Ma lo sciocco rispose: «Come sei difficile!». «Di grazia, Emelja, fai apparire una casetta» diceva la principessa «per poterci riparare quando piove»; infatti la principessa sapeva che lui poteva fare ciò che voleva. Ma lo sciocco replicò: «Mi sento fiacco!». Lei tornò alla carica e Emelja, commosso dalle sue preghiere, finì per acconsentire; si allontanò da lei di qualche passo e disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, che in mezzo all’isola appaia un palazzo più bello di quello del re e che il mio palazzo sia unito a quello reale tramite un ponte di cristallo, e nel palazzo abitino persone di ogni condizione». Appena ebbe pronunciato queste parole, apparvero all’istante un vasto palazzo e un ponte di cristallo. Lo sciocco, accompagnato dalla principessa, entrò nel palazzo e passò per saloni riccamente ammobiliati, con molta gente, valletti e portantini, pronti ai suoi ordini. Lo sciocco, vedendosi più misero e stupido delle altre persone, desiderò migliorare e perciò disse: «Come il luccio comanda su mia domanda, che io diventi bello come nessuno e straordinariamente intelligente!». Fece appena in tempo a pronunciare queste parole, che divenne all’istante di una bellezza e un’intelligenza sorprendenti.
Allora mandò Emelja uno dei suoi servitori al re per invitarlo da lui con tutti i ministri. Il messaggero di Emelja andò dal re passando per il ponte di cristallo creato dallo sciocco; arrivato a palazzo, i ministri lo condussero davanti al re e il messaggero di Emelja disse: «Sire! Sono stato mandato dal mio padrone con l’incarico di invitarvi a cena». Il re chiese: «Chi è il tuo padrone?». Al che il messaggero replicò: «Non posso dirvelo (lo sciocco gli aveva raccomandato di mantenere il segreto); del mio padrone non si sa niente; vi parlerà lui stesso di sé durante la cena». Punto dalla curiosità di sapere chi l’avesse invitato, il re disse al messaggero che sarebbe andato senza meno. Appena partito il messaggero, il re si mise subito in strada con tutti i suoi ministri. Il messaggero, al suo ritorno, disse che il re non avrebbe mancato di venire: infatti il re stava già arrivando dallo sciocco attraverso il ponte di cristallo, attorniato dai suoi signori.
Appena il re arrivò a palazzo, Emelja gli si fece incontro, lo prese per le bianche mani, lo baciò sulle labbra zuccherine, lo fece entrare gentilmente nel suo palazzo di pietra bianca, lo fece sedere a tavoli di quercia coperti di tovaglie preziose e carichi di cibi succulenti e bevande delicate. Il re e i ministri mangiarono e bevvero a volontà e stettero in allegria; terminata la cena e sedutisi nel salotto, lo sciocco disse al re: «Sire, mi riconoscte?». Il re disse di no, poiché Emelja era irriconoscibile a causa dei suoi abiti sontuosi e della bellezza del viso. Ma lo sciocco disse: «Vi ricordate, Vostra Maestà, dello sciocco che era venuto al vostro palazzo su di una stufa e che voi faceste chiudere con vostra figlia in un barile e gettare in mare? Ebbene, guardatemi, sono io quell’Emelja!». Il re, vedendolo davanti a sé, si spaventò molto e non sapeva che fare; nel frattempo, lo sciocco era andato a chiamare la principessa e la portò davanti a suo padre. Il re, vedendo la figlia, si rallegrò molto e disse allo sciocco: «Per riparare ai miei torti, ti do mia figlia in sposa». Lo sciocco ringraziò umilmente il re e, dato che aveva preparato già tutto per le nozze, queste furono celebrate il giorno stesso, in pompa magna. Il giorno dopo, lo sciocco offrì un magnifico festino a tutti i ministri e fece preparare all’aria aperta dei tini di bevande varie per la gente del popolo. Alla fine dei festeggiamenti, il re parlò di cedergli il suo reame, ma Emelja rifiutò. Dopodiché, il re se ne tornò nel suo reame e lo sciocco visse felice e contento nel suo palazzo.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

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Giustizia e ingiustizia

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In un reame vivevano due contadini: Ivan e Naum. Erano molto amici e si misero insieme a cercare lavoro. Cammina cammina, si ritrovarono in un ricco borgo e si fecero assumere da padroni diversi; dopo aver lavorato una settimana, si incontrarono la domenica. «Quanto hai guadagnato, fratello?», domandò Ivan. «Il Signore mi ha dato cinque rubli!» «Il Signore! Ti darebbe assai se non lavorassi!» «No, fratello, senza l’aiuto di Dio, non farai mai niente di buono, non avrai mai un soldo!» Qui la discussione si riscaldò e portò a questa decisione: «Seguiamo la strada e domandiamo al primo venuto chi ha ragione. Il perdente dovrà cedere tutti i soldi che ha guadagnato».
Detto fatto; fecero una ventina di passi: incontrano un diavolo con le sembianze di un uomo. Interrogato, rispose: «Conta solo su quello che ti sei guadagnato! Non sperare in Dio, non ti darà nemmeno una copeca!». Naum cedette tutti i suoi soldi a Ivan e tornò dal padrone a mani vuote. Passò un’altra settimana; i due si ritrovarono la domenica e riprese la stessa discussione. Naum dice: «Anche se hai preso i miei soldi la settimana scorsa, il Signore stavolta me ne ha dati anche di più!». «Va bene» replica Ivan «se tu pensi che sia un regalo di Dio e non la tua paga, allora andiamo di nuovo a domandare al primo venuto chi ha ragione. Quello che risulterà in torto sarà privato dei suoi soldi e avrà il braccio destro tagliato». Naum accettò.
Seguirono la strada; incontrarono lo stesso diavolo dell’altra volta, che rispose come aveva già fatto. Ivan prese i soldi al compagno, gli tagliò il braccio destro e lo abbandonò. Naum rifletté lungamente: cosa avrebbe fatto senza un braccio? Chi avrebbe voluto occuparsi di lui? In conclusione, Dio è misericordioso! Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto una barca: «Intanto passerò la notte qui e, domani mattina, vedrò il da farsi: la notte porta consiglio».
A mezzanotte precisa, un gran numero di diavoli si riunì intorno alla barca e cominciarono a vantarsi tra loro delle proprie malefatte. Uno dice: «Ho risolto falsamente una disputa tra due contadini e quello che aveva ragione ha avuto un braccio tagliato». Un altro allora disse: «Sciocchezze! Gli basterà rotolarsi tre volte nella rugiada e il braccio gli ricrescerà!». «Io, invece» prese a vantarsi un terzo «ho gettato il malocchio sulla figlia unica di un ricco signore: sta per morire!» «Ma sì!» replicò un quarto. «Colui che avrà pietà del padre, guarirà di sicuro la figlia. Il rimedio è semplice: si prende una certa erba, se ne fa un infuso, ci si bagna la figlia e quella tornerà sana!» «Un contadino» si mise a dire un quinto «ha messo un mulino ad acqua su di un stagno, ma già da molti anni si affatica invano: ogni volta che finisce di costruire la diga, io faccio un buco e faccio passare l’acqua». «Che imbecille, il tuo contadino!» disse un sesto demone. «Dovrebbe solo coprire meglio di fascine la sua diga, e, se l’acqua si dovesse perdere, dovrebbe solo gettare un fascio di paglia nella breccia e sarebbe la tua rovina!»
Naum ascoltò tutto e il giorno dopo recuperò il suo braccio destro, poi riparò la diga del contadino e guarì la figlia del signore. Lo ricompensarono generosamente e il contadino e il signore: così iniziò una vita di agi. Un giorno incontrò il suo vecchio compagno; quello si meravigliò e gli fece un sacco di domande: dove aveva recuperato, dice, il suo braccio e come aveva fatto fortuna? Naum gli raccontò tutto, senza nascondere nulla. Ivan lo ascoltò e pensa: “Un momento, farò così anch’io e diventerò anche più ricco!”. Se ne andò in riva al fiume e si stese sotto la barca. A mezzanotte, i diavoli si riunirono. «Sapete fratelli» dice uno di loro «ci deve essere qualcuno che ci spia. Quel contadino ha recuperato il suo braccio, la figlia del signore è guarita e la diga funziona!»
Si precipitarono a guardare sotto la barca; scoprirono Ivan e lo fecero a pezzetti. Il lupo ha pagato le lacrime dell’agnello!

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il lupo e la capra

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C’era una volta una capra che si era costruita una capanna nel bosco e aveva messo al mondo dei capretti. Spesso andava nella foresta in cerca di cibo; non appena esce, i capretti sprangano la porta e restano in casa. Al suo ritorno, la capra bussa alla porta e canticchia: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!». I capretti si affrettano ad aprire la porta e fanno entrare la madre, che li allatta e poi torna nella foresta, mentre i capretti si chiudono dentro a doppia mandata.
Il lupo aveva sentito tutto origliando; aspettò il momento buono, e non appena la capra fu andata nella foresta, si avvicinò alla capanna e gridò con la sua voce cvernosa: «Figlioletti, piccoletti, aprite, aprite in fretta! È arrivata la mamma, carica di latte, con gli zoccoli pieni d’acqua!». Ma i capretti rispondono: «No, no, non è la vocetta della mamma! La nostra mamma ha una voce sottile e dice altre cose». Il lupo se ne andò e si nascose. Ecco arrivare la capra che bussa: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!».
I capretti lasciarono entrare la madre e le raccontarono che era venuto il lupo cattivo e voleva mangiarli. La capra li allattò e, uscendo per andare nella foresta, raccomandò fermamente di non aprire per nessun motivo al mondo a chiunque si fosse avvicinato all’izbà e avesse parlato loro con voce cavernosa e non avesse ripetuto le sue precise parole. Si era appena allontanata la capra, che il lupo sopraggiunse di corsa, bussò alla porta dell’izbà e cominciò a canterellare con una vocetta flebile: «Capretti, pargoletti! Aprite, aprite in fretta! Sono stata nella pineta, ho brucato l’erba di seta, ho bevuto dell’acqua gelata. Scorre il latte dalle mammelle, dalle mammelle sugli zoccoli, dagli zoccoli si perde per terra!». I capretti aprirono la porta, il lupo si precipitò nell’izbà e li divorò tutti; si salvò solo un capretto, che si era nascosto nel forno.
La capra torna; ma aveva un bel canticchiare, nessuno le rispondeva. Si avvicinò di più alla porta e vede tutto spalancato; entrò, tutto era deserto; guardò dentro il forno e scoprì l’unico capretto rimasto. Quando la capra conobbe la sua disgrazia, si accasciò su una panca e iniziò a piangere amaramente e a lamentarsi: «Ah, piccolini miei, caprettini! Perché avete aperto-spalancato, siete finiti in bocca al lupo cattivo? Vi ha divorati tutti e ha gettato me, la capra, nel dolore e nello sconforto».Il lupo, che l’aveva sentita, penetra nell’izbà e dice alla capra: «Oh, comare, comare! Di cosa mi accusi? Non sono stato io! Andiamo a fare una passeggiata nella foresta». «No, compare, non ho l’umore adatto per fare passeggiate». «Ma su, andiamo!», insiste il lupo.
Se ne andarono nel bosco, trovarono una fossa, e in quella fossa i briganti avevano cotto da poco della polenta, e c’era rimasto fuoco a sufficienza. La capra dice al lupo: «Compare, perché non proviamo a vedere chi riuscirà a saltare la fossa?». Detto fatto. Il lupo saltò e cadde nella fossa ardente; la sua pancia per il calore scoppiò e ne saltarono fuori i capretti, che si precipitarono verso la loro mamma. Da allora, vivono felici e contenti, sono diventati furbi e non si cacciano nei pasticci.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La quercia profetica

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È brutto che una moglie abbia un marito vecchio, è male che un vecchio abbia una moglie giovane! Da un orecchio entra, dall’altro esce, in un baleno — te la fa sotto gli occhi, dall’acqua esce asciutta: e vedi e sai, ma non la prendi mai!
A un buon vecchio toccò una moglie giovane, una furbacchiona. Lui la istruisce, e lei in risposta: «Non è per te, vecchio fannullone, bere, né mangiare, né camicie bianche portare!». E se non hai pazienza, dici un’iiriverenza: una vecchia storia! Ecco che ebbe l’idea di dare una lezione alla moglie. Andò al bosco, riportò un fascio di legna e dice: «Al mondo succedono prodigi prodigiosi: nel bosco una vecchia quercia mi ha detto quel che è stato, il futuro ha indovinato!». «Oh, anch’io ci corro! Perché sai vecchio: ci muoiono le galline, il bestiame non sta in piedi… Vado a farci due chiacchiere; forse mi dirà qualcosa». «Bene, vai alla svelta, finché la quercia parla; se si azzittisce, non le cavi una parola». Il tempo che la moglie si preparasse, il vecchio andò avanti, si infilò nel cavo della quercia e l’aspetta.
Arrivò la donna, si inchinò alla quercia, pregò, urlò: «Quercia querciosa, nonna verbosa, che devo fare? Non voglio il vecchio amare, voglio mio marito accecare; insegnami come fare». E la quercia in risposta: «Non c’è nulla da fare, è inutile il veleno sprecare, inizia a farlo ben mangiare. Arrostisci una gallina con della panna acida, non essere avara: che mangi lui — tu non ti sedere a tavola. Cuoci un semolino di latte, mettici in più del burro; lascia che mangi, non te ne pentirai! Fai delle frittelle; offrim inchinati, che le intinga nel burro e ne faccia una scorpacciata: e diventerà il tuo vecchio più cieco di una talpa».
Arrivò la moglie a casa, il marito geme sulla stufa. «Ehi tu, vecchino mio, ti fa male di nuovo qualcosa? o di nuovo sei deperito? Se vuoi: ammazzerò una gallina, o farò delle frittelle, o preparerò del semolino col burro. Vuoi o no?» «Mangerei, ma dove prendere tutto?» «Non ti preoccupare! Anche se mi sgridi, mi fai pena!… Ecco, vecchinetto, mangia, gusta, bevi: non te ne pentirai!» «Siediti anche tu con me». «Eh no, per quale motivo? Io devo solo saziarti! Io spizzicherò qui e là — e sarò sazia. Mangia, colombello, aggiungici un po’ di burro!» «Oh, ferma, moglie! Dammi un sorso d’acqua». «L’acqua è sul tavolo». «Dove sul tavolo? Non vedo». «Sta davanti a te!» «Ma dove? I miei occhi si sono oscurati». «Be’, stenditi sulla stufa». «Mostrami un po’ dov’è la stufa. Non trovo neanche quella». «Eccola, arrampicati alla svelta». Il vecchio sta per infilare la testa nella stufa. «Ma che hai? Sei diventato cieco forse?» «Oh, ho peccato, moglie! Ho mangiato troppo bene, ed ecco che la luce divina si è oscurata ai miei occhi. Ohi-ohi!» «Che guaio! Be’, stenditi intanto; vado a prenderti qualcosa».
Corse, volò, ospiti invitò, e ci fu un banchetto favoloso. Bevvero-bevvero, il vino non bastò; corse la donna a prendere il vino. Il vecchio vede che la moglie non c’è, e gli ospiti sono satolli e depressi; scese dalla stufa e giù a picchiarli — chi in fronte, chi sulla schiena; tutti li fece fuori e ficcò loro in bocca una frittella ciascuno, come se si fossero soffocati da soli; dopodiché risalì sulla stufa e si mise a riposare. Arrivò la moglie, guardò e rimase di stucco: tutti gli amici, tutti i conoscenti stanno stesi come porci, tra i denti emergono le frittelle; che fare? dove i cadaveri ficcare? Giurò la donna di non invitare più ospiti, giurò di non abbandonare il vecchio. Nel frattempo passava di lì un babbeo. «Batjuška su, batjuška giù!» grida la donna. «Eccoti dell’oro, lascia l’anima col corpo, togli da noi questo torto!» Il babbeo prese i soldi e trascinò via i cadaveri: chi mise in un burrone, chi nascose nel fango, e occultò tutte le prove.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il burlone

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C’era una volta Fomka il burlone, sapeva fare scherzi astuti. Una volta va Fomka per la strada; incontrò il pope: «Salve, Fomka!». «Salve, padre!» «Rallegrami con uno scherzo!» «Ah, padre, ne sarei felice, ma ho lasciato gli scherzi a casa». «Corria prenderli, per favore!» «Ma è lontano!» «Prendi il mio cavallo, caro». «Dammelo, padre!» Salì e si avviò dalla popessa: «Matuška, dammi settecento rubli; tuo marito ha comprato sette campi, sette villaggi, mi ha mandato a prendere i soldi, infatti mi ha dato il suo cavallo». La popessa gli diede settecento rubli; Fomka il burlone prese i soldi e andò alla palude; annegò il cavallo nella palude, gli tagliò la coda e la conficcò nel fango. Arriva dal pope: «Be’, padre, è vero che non hai dato da bere alla cavallina da almeno due settimane?». «Che significa?» «Ecco: mentre passavo vicino all’acqua, si è precipitata nella palude, e ci si è impantanata!» «Che fare! Andiamo a tirarla fuori!» Arrivarono alla palude: emerge solo una coda. «Entra, padre, nell’acqua!» «È meglio se vai tu, Fomka!» Fomka andò.
Allora il buffone si attaccò a un capo della coda, e al pope dall’altra parte; tirano da tutti i lati. Tirarono, tirarono, Fomka prese e mollò la presa della coda: il pope cadde a terra. «No» dice Fomka «è chiaro che il cavallo è andato per sempre! Ora non lo tireremo più fuori, abbiamo strappato la coda!» Il pope si rattristò-si rattristò e andò a casa. La popessa lo accoglie: «Allora, batjuška, hai comprato i sette campi, i sette villaggi?». «Quali, cara?» «Come?Fomka il burlone è venuto da parte tua e ha preso settecento rubli!» «Ah, che razza di ladro! Niente da dire: mi ha fatto un bello scherzo!» E Fomka, sornione, andò in città a sperperare i soldi altrui: nel baule del pope, dice, si stavano arrugginendo!
Fomka aveva due fratelli. Una volta accese la stufa, mise sul fuoco un paiolo con l’acqua e si sedette sotto la finestra, guarda: vede di lontano i fratelli che stanno arrivando. Fomka tolse subito il paiolo dalla stufa, lo mise in strada sulla neve e lo coprì con una padella. I fratelli si avvicinarono e sentirono che qualcosa rumoreggiava nella pentola. Si misero a chiedere: «Burlone, cos’hai nella pentola che rumoreggia?». «L’acqua bolle sulla neve! Se si mette nel paiolo della farina, si può cuocere anche del kisel’: non serve nemmeno la legna!»«Regalaci questo paiolo». «Non posso, fratellini! Io non vivo che di questo». «Be’, vendicelo! Quanto vuoi?» «Non meno di cento rubli». «To’, prendi!» Pagarono i fratelli cento rubli, presero il paiolo e lo portarono a casa. «Ehi, moglie» dice uno «facciamo del kisel’». «Non c’è legna!», risponde la moglie. «Ma non ci serve legna; dammi della farina». La donna portò della farina; i contadini versarononel paiolo dell’acqua, ci versarono la farina, coprirono con una padella e misero il tutto sulla neve. Passò un’ora circa. «Allora, donna, non è pronto il nostro kisel’?» Guardarono, e l’acqua si era completamente ghiacciata; si misero a tagliarla col coltello — il coltello non basta, si misero a spaccarla con l’ascia — e ruppero il paiolo in mille pezzi. Si adirarono i fratelli e andarono a picchiare Fomka.
Fomka il burlone sapeva che i fratelli non gliel’avrebbero fatta passare liscia, e aveva escogitato in anticipo un nuovo scherzo: uccise un montone, gli cavò il sangue e lo mise in una vescica; e la vescica la legò sotto l’ascella della moglie. Appena i fratelli entrarono nell’izbà, lui si mise a gridare: «Tanja, fai una frittata, e alla svelta!». Tanja non si alza nemmeno dal posto. Fomka prende un coltello, e come la colpisce sotto l’ascella, il sangue scorre a catinelle. Tanja cadde, prese a rantolare come se stesse esalando l’ultimo respiro. «Ma che hai deciso di morire?», dice Fomka, prese da un chiodouna sferza e giù a frustare e a ripetere: «Frusta della vita, fai rivivere la mia mogliettina!» Lei subito saltò su e si mise a preparare la frittata. «Fomka» dicono i fratelli «vendici la frusta della vita». «Compratela!» Si misero a contrattare, alla fine comprarono la frusta e andarono a vantarsi con le proprie mogli…

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Il tribunale di Šemjaka

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In certi paraggi vivevano due fratelli: uno ricco e l’altro povero. Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere un cavallo, sul quale poter andare nel bosco a fare legna. Il ricco gli diede il cavallo. Il povero iniziò a chiedere anche il collare; il ricco si adirò contro il fratello e non gli diede il collare. Il fratello povero pensò di legare la legna alla coda del cavallo, e andò nel bosco a fare legna, e ne tagliò una grossa quantità, a stento il cavallo può portarla, e arrivò al suo cortile, e aprì il portone, ma scordò di levare la tavoletta da sotto il portone. Il cavallo si lanciò attraverso la tavoletta e si strappò la coda. Il fratello povero riportò al ricco il cavallo senza coda; il ricco, vedendo il cavallo senza coda, non gli riprese il cavallo e andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero. Il povero, sapendo che per lui era arrivata la disgrazia — ne sarebbe venuto l’esilio, perché il destino di un povero è già segnato, che non poteva succedere nulla di peggio, andò dietro al fratello.
E arrivarono ambedue i fratelli a passare la notte da un ricco contadino. Il contadino iniziò a bere, a mangiare e a spassarsela con il fratello ricco, e non vuole offrire nulla al povero. Il povero che stava sul soppalco a guardarli, improvvisamente cadde dal soppalco e schiacciò il bambino nella culla uccidendolo. Il contadino andò dal giudice Šemjaka a presentare una supplica contro il povero.
Mentre andavano insieme in città (il fratello ricco e quel contadino, il fratello povero, invece, camminava dietro di loro), gli capitò di passare per un alto ponte. Il povero capì che non sarebbe uscito vivo dalle mani del giudice Šemjaka e si gettò dal ponte: voleva ammazzarsi. Sotto il ponte un figlio portava il padre malato a fare il bagno, e quello gli cadde sulla slitta e lo schiacciò uccidendolo. Il figlio andò a presentare una supplica al giudice Šemjaka, perché aveva ucciso suo padre.
Il fratello ricco arrivò dal giudice Šemjaka a presentare la supplica contro il fratello che aveva fatto strappare la coda al cavallo. Il povero tirò su una pietra e la legò in un fazzoletto, e la mostra da dietro il fratello, e pensa questo: se il giudice giudicherà non a mio favore, lo ammazzerò. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al ricco di ridare il cavallo al povero, finché non gli fosse ricresciuta la coda.
Poi arrivò il contadino, diede la supplica per l’uccisione del bambino e iniziò a fare la supplica. Il povero, dopo aver tirato fuori la stessa pietra, la mostrò al giudice da dietro il contadino. Il giudice capì: stabilisce altri cento rubli per regolare la seconda faccenda; ordinò al contadino di dare al povero la moglie, finché non avesse partorito un bambino: «E tu allora riprenditi la moglie e il bambino».
Arrivò il figlio a presentare la supplica per il padre, perché aveva ucciso il padre, e fece la supplica contro il contadino. Il contadino, avendo tirato fuori la stessa pietra, la mostra al giudice. Il giudice capì: stabilisce cento rubli per regolare la faccenda; ordinò al figlio di stare sul ponte: «Tu invece, povero, vai sotto il ponte, e tu, figlio, salta dal ponte sul povero e uccidilo».
Il giudice Šemjaka mandò un servo dal povero a chiedere i trecento rubli. Il povero mostrò la pietra e disse: «Se il giudice non avesse giudicato a mio favore, avevo intenzione di ammazzarlo». Il servo arrivò dal giudice e gli raccontò del povero: «Se tu non avessi giudicato a suo favore, aveva intenzione di ammazzarti con quella pietra». Il giudice cominciò a segnarsi: «Grazie a Dio ho giudicato a suo favore!».
Arrivò il fratello povero dal ricco a chiedere, secondo l’ordine del giudice, il cavallo senza coda finché non gli fosse ricresciuta. Il ricco, non volendo dargli il cavallo, gli diede cinque rubli e tre quartini di grano, e una capra da latte, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il fratello povero dal contadino e inizia a chiedere, secondo l’ordine del giudice, la moglie finché non avesse partorito un bambino. Il contadino preferì fare pace col povero e diede al povero cinquanta rubli, e una vacca col vitellino, e una giumenta col puledrino, e quattro quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.
Arrivò il povero dal figlio per l’uccisione del padre e iniziò a dirgli che «secondo l’ordine del giudice devi metterti sul ponte, e io sotto il ponte, e tut buttati su di me e uccidimi». Il figlio iniziò a riflettere tra sé: «Se salto dal ponte, non lo uccido e io mi ammazzo!»; e preferì fare la pace col povero, gli diede duecento rubli, e un cavallo e cinque quartini di grano, e si riappacificò con lui per sempre.

 

♦ “Masha e l’Orso e altre fiabe popolari russe”,
Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Dolore

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In un paesello vivevano due contadini, due fratelli: uno era povero, l’altro ricco. Il ricco si trasferì a vivere in città, si costruì una grande casa e si iscrisse alla corporazione dei mercanti; mentre il povero delle volte non ha nemmeno un tozzo di pane, e i bambini — uno più piccolo dell’altro — piangono e chiedono da mangiare. Dalla mattina alla sera si dibatte il contadino come un pesce sul ghiaccio, ma non c’è mai niente. Dice una volta alla moglie: «Fammi andare in città a chiedere a mio fratello se ci può dare una mano». Arrivò dal ricco: «Ah, fratellino caro! Allevia un po’ la mia pena; mia moglie e i miei figli non hanno da mangiare, restano digiuni interi giorni». «Lavora da me questa settimana e allora ti aiuterò!» Che fare? Si mise il povero al lavoro: e pulisce il cortile, e striglia i cavalli, e porta l’acqua, e taglia la legna. Dopo una settimana gli dà il fratello una pagnotta di pane: «Ecco qua per il tuo lavoro!». «Grazie lo stesso!», disse il povero, si inchinò e voleva andare a casa. «Fermo! Torna in visita da me domani e porta tua moglie: domani è il mio onomastico». «Eh, fratellino; ma come faccio? Lo sai tu stesso: da te vengono mercanti con stivali e pellicce, mentre io vado con le ciocie di tiglio e un misero caffettano grigio». «Non importa, vieni! Ci sarà posto anche per te». «Bene, fratellino, verrò».
Tornò il povero a casa, diede alla moglie la pagnotta e dice: «Ascolta, cara! Per domani ci hanno invitato». «Come invitato? Chi ci ha invitato?» «Mio fratello; domani è il suo onomastico». «D’accordo, andremo». Il mattino dopo si alzarono e andarono in città, arrivarono dal ricco, lo salutarono e si sedettero su una panca. A tavola c’erano già molti illustri ospiti; il padrone li intrattiene tutti a meraviglia, e al fratello povero e a sua moglie si dimenticò persino di pensare — non dà loro nulla; quelli stanno seduti e guardano gli altri bere e mangiare. Finì il pranzo; iniziarono gli ospiti ad alzarsi da tavola e a ringraziare il padrone e la padrona, e il povero anche: si alzò dalla panca e si inchina al fratello fino alla cintura. Gli ospiti anarono a casa ubriachi, allegri, fanno chiasso, cantano canzoni.
E il povero torna indietro a stomaco vuoto. «Su» dice alla moglie «cantiamo anche noi una canzone!» «Ehi, non sarai mica scemo! La gente canta perché ha mangiato bene e bevuto molto; e tu invece perché vuoi cantare?» «Be’, in ogni caso sono stato all’onomastico di mio fratello; mi vergogno ad andarmene senza cantare. Se io canto, ognuno penserà che si sono occupati anche di me…» «Be’, canta se vuoi, ma io non lo farò!» Il contadino si mise a cantare, e gli sembrò di sentire due voci; smise e chiede alla moglie: «Sei tu che mi fai da controcanto con una vocetta sottile?». «Che ti prende? Non ci penso nemmeno». «Allora chi è?» «Non lo so!» disse la donna. «Canta un po’, ci farò caso». Lui si rimise a cantare; canta da solo, ma si sentono due voci; si fermò e chiede: «Sei tu, Dolore, che mi fai da controcanto?». Dolore si fece sentire: «Sì, padrone! Sono io». «Allora, Dolore, vieni con noi». «Andiamo, padrone! Ora non ti lascerò più».
Arrivò il contadino a casa, e Dolore lo invita in un’osteria. Quello dice: «Non ho soldi!». «Oh, caro contadino! E a che ti servono i soldi? To’, hai addosso un pellicciotto, ma a che ti serve? Presto sarà estate, non lo porterai in ogni caso! Andiamo all’osteria, e il pellicciotto al diavolo…» Il contadino e Dolore andarono all’osteria e si bevvero il pellicciotto. Il giorno seguente Dolore gemeva, gli fa male la testa dalla sbronza, e nuovamente invita il padrone a bere un goccio di vino. «Niente soldi», dice il contadino. «E a che ti servono i soldi? Prendi la slitta e il carretto — ce n’è abbastanza!» Non c’è niente da fare, non riesce a liberarsi di Dolore il contadino: prese la slitta e il carretto, si trascinò fino all’osteria e bevve insieme a Dolore. Al mattino Dolore gemeva ancora di più, invita il padrone a bere per disintossicarsi; il contadino si bevve e l’erpice e l’aratro. Non era passato un mese che aveva dato via tutto; persino la sua izbà aveva ipotecato con un vicino, e i soldi li aveva portati all’osteria. Dolore di nuovo gli sta addosso: «Andiamo all’osteria, andiamo». «No, Dolore! Fa’ come ti pare, ma non ho più niente». «Come niente? Tua moglie ha due vestiti: uno lascialo, ma l’altro bisogna bercelo». Il contadino prese un vestito, se lo bevve e pensa: “Ecco quando si dice che uno è ripulito! Siamo senza tetto, né letto sia io che mia moglie!”.
Al mattino si svegliò Dolore, vede che non ha più nulla da prendere al contadino, e dice: «Padrone!». «Che c’è, Dolore?» «Ecco che c’è: vai dal tuo vicino e chiedigli una coppia di buoi con un carretto». Andò il contadino dal vicino: «Dammi» chiede «per un po’ di tempo una coppia di buoi con un carretto; io in cambio lavorerò da te almeno una settimana». «A che ti servono?» «Ad andare nel bosco per la legna». «Va bene, prendili; ma non caricare troppo il carro». «Ma che dici, mio benefattore!» Portò la coppia di buoi, salì sul carretto con Dolore e andò in aperta campagna. «Padrone!» chiede Dolore. «Lo sai che in questo campo c’è una grossa pietra?» «E come non saperlo!» «Allora se lo sai, vacci diretto» Arrivarono al punto, si fermarono e scesero dal carretto. Dolore ordina al contadino di sollevare la pietra; il contadino la solleva, Dolore lo aiuta; la sollevarono, e sotto la pietra c’è una buca piena stracolma d’oro. «Be’, che guardi?» dice Dolore al contadino. «Portalo in fretta sul carretto».
Il contadino si mise al lavoro e riempì il carretto di oro, lo tirò fuori dalla fossa fino all’ultimo rublo; vede che non ne è rimasto più, e dice: «Guarda un po’ Dolore se ci sono rimasti per caso ancora soldi?». Dolore si piegò: «Dove? Io non vedo niente !». «Ma lì nell’angolo brillano!» «No, non vedo». «Scendi nella fossa e lo vedrai». Dolore scese nella fossa; non appena ci fu arrivato, il contadino lo chiuse con la pietra. «Così sarà meglio!» disse il contadino. «Altrimenti, se ti prendo con me, tu, Dolore addolorato, presto o tardi ti berrai anche tutti questi soldi!» Arrivò il contadino a casa, scaricò i soldi nella cantina, riportò i buoi al vicino e si mise a pensare a come sistemarsi; comprò della legna, si costruì una gran casa e iniziò a vivere due volte più riccamente di suo fratello.
Passarono ore o mesi: andò in città a invitare il fratello con la moglie per il suo onomastico. «Ma come ti salta in mente!» gli disse il fratello ricco. «Non hai niente da mangiare e festeggi anche l’onomastico!» «Be’, una volta non avevo niente da mangiare, ma adesso, grazie a Dio, ho non meno di te; vieni e vedrai». «Bene, verrò!» Il giorno seguente il fratello ricco si preparò con la moglie, e andarono all’onomastico; guardano, ma quel povero straccione ha una casa nuova, grande, come non tutti i mercanti ne hanno! Il contadino li ricevette, li rifocillò con cibi di ogni genere, li dissetò con idromele e vini di ogni genere. Chiede il ricco al fratello: «Dimmi, per favore, per quale destino ti sei arricchito?». Il contadino gli raccontò senza reticenze come gli si fosse appiccicato addosso Dolore addolorato, come si fosse bevuto all’osteria con Dolore tutto ciò che possedeva fino all’ultimo spillo: non gli era rimasta che l’anima nel corpo; come Dolore gli avesse mostrato un tesoro in aperta campagna, come lui avesse raccolto questo tesoro e si fosse liberato di Dolore.
Il ricco provò invidia: “Fammi andare” pensa “in aperta campagna: solleverò la pietra e libererò Dolore; che rovini completamente mio fratello, affinché non osi vantarsi davanti a me della sua ricchezza&”. Lasciò la moglie a casa, e lui si precipitò nel campo; si avvicinò alla grossa pietra, la voltò da un lato e si chinò a guardare cosa ci fosse sotto la pietra. Non fece in tempo a piegare la testa abbastanza, e già Dolore saltò fuori e gli si gettò al collo. «Ah» grida «volevi farmi morire qui! No, ora a nessun costo ti lascerò». «Ascolta, Dolore!» disse il mercante. «Non sono stato certo io a metterti sotto la pietra…» «E chi se non tu?» «Ti ci ha messo mio fratello, io sono venuto apposta per liberarti». «No, menti! Mi hai ingannato una volta, ma la seconda non ci riuscirai!» Si attaccò fortemente Dolore al collo del ricco mercante; quello lo portò a casa, e tutta la sua impresa andò a capofitto. Dolore già dal mattino si mette all’opera; ogni giorno invita il mercante a bere per disintossicarsi; molti beni se ne andarono all’osteria. “Così non è possibile vivere!”, pensa tra sé il mercante. “Mi sembra di aver sollazzato abbastanza Dolore; è tempo che me ne separi, ma come?” Pensa che ti ripensa, trovò la soluzione: andò nel suo vasto cortile, digrossò due cunei di quercia, prese una nuova ruota e incastrò fortemente un cuneo da un lato del mozzo. Arriva da Dolore : «Che fai, Dolore, sempre steso su un fianco?». «E cos’altro ho da fare?» «Che fare? Andiamo in cortile a giocare a nscondino». Dolore si rallegrò; uscirono in cortile. Dapprima si nascose il mercante — Dolore lo trovò subito, dopodiché fu il turno di Dolore di nascondersi. «Be’» dice «non mi troverai facilmente! Io posso entrare in qualunque fessura!» «Ma che dici?» risponde il mercante. «In questa ruota non riusciresti a entrare, figuriamoci in una fessura!» «Non entro in una ruota? Guarda un po’ come mi ci nascondo!» Penetrò Dolore nella ruota; il mercante prese e incastrò dall’altro lato del mozzo il cuneo di quercia, sollevò la ruota e la buttò con tutto Dolore nel fiume. Dolore afforò, e il mercante riprese a vivere come al solito, come prima.

 

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Raccolte da A. N. Afanas’ev

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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