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Rare Disease Day 2015

 

Il 28 Febbraio si è celebrata l’8ª Giornata Mondiale delle Malattie Rare.
La seconda per me, la prima per questo blog.

L’anno scorso l’ho scoperto troppo tardi e quest’anno, per non smentirmi, me ne sono ricordata troppo tardi.

Sono circa 30.000.000 le persone che, solo in Europa, sono affette da una delle oltre 6.000 malattie rare identificate fino a oggi.
La maggior parte rientrano in due principali gruppi: autoimmuni e genetiche. Ad accomunarle, oltre alla rarità, alcuni dati di fatto.

  • Non se ne conoscono le cause.
  • La diagnosi è spesso lunga e costellata di esami che tendono a farsi via via più invasivi e dolorosi.
  • In genere, non esiste una cura definitiva e risolutiva.
  • Le attuali terapie adottate hanno lo scopo di “gestire” e tenere sotto controllo i sintomi. Molte danno buoni risultati, ma spesso nessuno si preoccupa di informare in modo esauriente la persona interessata riguardo agli effetti collaterali.
  • In quanto “rare”, e di conseguenza poco conosciute, gli organi sanitari, sociali e legali che se ne occupano, o meglio, che dovrebbero occuparsene, lo fanno in maniera nebulosa, evasiva, vaga e approssimativa.
  • Il sostegno psicologico non è previsto, anzi, non è proprio contemplato. A meno che, s’intende, una persona non decida di investirci tempo, energia e denaro per via privata.

Il tema proposto quest’anno è stato “Vivere con una malattia rara: giorno per giorno, mano nella mano”.
Come ogni anno, l’intento è, in primis, quello di sensibilizzare le persone, le autorità, i vari enti, gli operatori di settore, aumentandone la consapevolezza. Obiettivo del 2015, in particolare, cercare di focalizzare l’attenzione della società su quanto sia profondo l’impatto che la comparsa di una malattia rara ha su tutti gli aspetti della vita di una persona, illustrando con semplicità come questa possa trasformare anche i più piccoli gesti quotidiani in ostacoli insormontabili e rischiare di logorare anche i rapporti più saldi.

Come per molte altre esperienze, anche meno “esclusive”, non si può capire cosa significhi convivere con una malattia rara se non si prova in prima persona.
D’improvviso il mondo si sfuoca, e inizia la lotta per tornare a vederlo nitido, ben definito. Le certezze si sbriciolano e ogni nuovo giorno è un’enorme incognita.

Vorrei concludere citando una frase trovata sul web che mi è piaciuta molto: “Nessuna malattia è così rara da non meritare attenzione”.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Back to Office

ufficio-офис

 

Oggi sono tornata al lavoro!

Causa assenza di alcune colleghe per partecipazione a una fiera di settore, oggi e venerdì sono tornata in ufficio, come “risorsa di rinforzo” in caso di bisogno.

Non posso dire che la vita da pendolare mi manchi, e nemmeno il costante il caos dell’open space in cui lavoro, dove tutti parlano al telefono in contemporanea, col risultato che nessuno riesce a capire niente, né tanto meno a concentrarsi su quel che deve fare.

A mancarmi, sembrerà assurdo, sono le piccole commissioni di routine, anche quelle magari un po’ antipatiche. Una rivista di cucina, un buon libro da leggere mentre fai la coda in posta, una crema per il viso profumata o un pensierino per una persona cara: quelle piccole cose che portano via poco tempo, ma danno un gran senso di serenità dopo una giornata di lavoro, al di là di quanto faticosa e impegnativa possa essere stata.

Così l’imperativo del pomeriggio di ieri, oltre ai compiti di russo, è stato la riorganizzazione della mia vecchia tabella di marcia settimanale. Avendo imparato a conoscere almeno un po’ i miei nuovi bioritmi, sapevo che oggi, a priori, avrei avuto poco tempo e poco energia per mettermi al computer a scrivere, quindi ho concentrato tutto nel pomeriggio di oggi, così domani potrò concentrarmi sul sabato, che questa settimana prevede un programmino piuttosto denso di cui, appena a avrò un attimo, vi racconterò…

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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E alla fine… BUON 2015!

vecchio-capodanno-старый-новый-год

 

Col debito ritardo, ma ci sono arrivata anch’io.
Da brava russofila sfegatata, ho deciso di iniziare oggi il mio 2015, data del Vecchio Capodanno Ortodosso.
Sarò venale ma… quale modo migliore di iniziare un nuovo anno di un’influenza che sembra essersi decisa a lasciarmi in pace e circa 100 € in più in busta paga causa conguaglio?
Io persevero nella mia bizzarra convinzione e sostengo con fermezza che la Grande Madre Russia abbia interceduto per me per l’ennesima volta.

Ci piace pensare che se ci va buca in un qualche ambito della vita, per compensazione in un altro dovrà andare alla grande, ma non funziona proprio così. Continuando sulla scia dei luoghi comuni, mi riesce più facile pensare che “le disgrazie non vengono mai sole” e che, come sostiene Murphy, se qualcosa può andar male lo farà.
Ecco perché l’accumulo di tredicesima, regali di Natale e conguaglio sono una piccola boccata d’aria in un periodo in cui ho lo sconforto facile.

Ora devo solo concentrarmi e fare bene i miei conti, per decidere se e quanto posso permettermi in piccoli sfizi, che non risolvono i problemi, ma magari ti regalano qualche momento di serenità e di svago, in cui riesci a non pensarci.

È con questa speranza di un pizzico di spensieratezza in più che, alla fine, anch’io voglio augurare a tutte e tutti…

 

BUON 2015!!!
С новым годом 2015*!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

*S nóvym gódam 2015!!!

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Con i Suoi Occhi.

occhi-глаза

 

Questo nuovo episodio di riposo forzato, durante il quale la testa faceva troppo male perfino per leggere e scrivere, di studiare neanche a parlarne, mi ha lasciato due sole attività alternative: dormire o pensare.

La seconda mi ha dato tempo e modo di rendermi conto di una cosa, per me abbastanza devastante: non sono più capace di raccontare e, ancor peggio, non sono più capace di raccontarmi.

Quando mi capita di rileggermi, risulto banale, scontata e “vuota” ai miei stessi occhi.
Ripenso a quando non avevo bisogno di mille revisioni o di dedicare interi minuti alla scelta di un vocabolo, perché le parole uscivano da sole, spesso tanto impetuose da rendermi difficoltoso stare al loro passo con le dita.
Ora continuano a passarmi per la testa mille spunti, più o meno interessanti, ma fanno tutti la stessa fine: un misero naufragio nel nulla dopo al massimo un paio di paragrafi.
La nostalgia di quella che amavo definire “la mia logorrea scrittoria” è una lama affilata che colpisce a tradimento, affondando, inarrestabile, nello stomaco contratto.
Rivedo il mio nome, stampato nero su bianco sulle antologie in cui sono stata pubblicata, e stento a credere che quelle parole siano davvero farina di un mio sacco, per quanto vecchio e ormai vuoto da tempo. Ancora una volta mi trovo alla deriva nell’immensa mancanza della vecchia me stessa, quella che nelle parole aveva sempre trovato un rifugio, una realtà parallela serena e rassicurante, non la gabbia di emozioni inespresse e sentimenti pietrificati che mi rinchiude ora.

Ho bisogno di ritrovare l’armonia con le parole, perché solo loro sono sempre state la strada capace di guidarmi alla me stessa più autentica.
Il punto è che quando a tradirti è il tuo stesso corpo, non esistono parole “giuste” per parlarne.
Mi guardo dentro, d’improvviso incapace di comprendere quel che vedo, e prima ancora di provare a cercare le parole, realizzo che qualunque cosa di cui io abbia scritto fino a questo momento, non era altro che una sorta di specchio: ero io.
Ora però non lo so più chi sono. Da un momento all’altro mi sono trasformata nella più grande nemica di me stessa, vittima e carnefice allo stesso tempo.
Ho la sensazione di riuscire a vedere la realtà solo attraverso gli occhi dell’AnarcoPatia, invece che attraverso i miei, e la cosa che mi disturba più di tutte è che quegli occhi sono gli stessi.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Fra Due Inverni.

inverno-зима

Image Edit © VeRA Marte

 

Strana stagione l’inverno.
Imperturbabile fuori. Caotica dentro.

È la stagione delle finestre chiuse, che però incorniciano camini scoppiettanti.
È la stagione della terra spoglia, che però nasconde il fermento della natura che si prepara a sbocciare.
È la stagione dei cappotti ben chiusi, che però nascondono il tipico guazzabuglio emotivo delle feste, positivo o negativo che sia.

Mi sono presa un momento di riflessione.
In bilico fra due inverni, l’imminente europeo e il già iniziato russo.
Per un solo istante mi sono guardata da fuori e non mi è piaciuto quel che ho visto.
Quest’ultimo anno mi ha trasformata in una persona troppo esausta per perseguire i propri sogni.
A mettermi tristezza è il fatto che, spesso, non sono perseveranza e forza di volontà a mancarmi, come succedeva prima, quando l’incostanza regnava sovrana, ma le energie fisiche, concrete.
È davvero frustrante.

Quello su cui voglio concentrarmi in questo momento sono gli obiettivi, fra quelli ancora plausibili, che vorrei raggiungere, pur con i miei nuovi tempi.

Mi manca la magia dell’inchiostro che si fa parola quando incontra la pagina bianca.
Mi manca il profumo dei dolci fatti in casa.
Mi manca lei, l’incrollabile Madre Russia, con le sue imponenti meraviglie e i suoi impenetrabili lati oscuri.
Mi manca la sensazione, così piacevole e rassicurante, di avere sempre qualcosa da scrivere.
Più di tutto, però, mi manca l’equilibrio. Fra quella che ero e quella che sono diventata da poco più di un anno a questa parte.

In bilico, come dicevo.
Fra due inverni: europeo e russo.
Fra due vite: sana e malata.
Fra due me stessa: prima e dopo l’AnarcoPatia.

L’unico modo per uscirne è sbilanciarsi e buttarsi.
Di sicuro da qualche parte dovrò pur atterrare, magari anche in malo modo, ma almeno sarò fuori da questo limbo.

 

Buon inverno a tutte e tutti!!!
Всем счастливой зимы*!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

*Vsjém scjasctlívaj zimý!!!

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Sorpresa Sì, Sorpresa No.

sorpresa

 

Smentirmi??!
MAI!!!

Ecco perché mi diletterò nel tradurvi questa piccola perla trovata su ВКонтакте, corrispettivo russo di facebook, e perfetto ritratto della sottoscritta.

 

– Dove mi porti?
– Sorpresa.
– Bella?
– Sì.
– C’è da mangiare?
– No.
– Allora è una brutta sorpresa.

 

Ahimè, la rassegnazione e la disperazione dell’AnarcoSocio sono ormai incommensurabili, ma cosa ci posso fare se trovo che una “sana” merenda a base di cioccolata con panna e pancakes ai frutti di bosco sia la sorpresa più bella del mondo?

 

Buone merende a tutte e tutti!!!
Всем вкусных полдников*!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

*Vsjém fkýssnich póldnikaf!!!

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Menù del Giorno.

 

Ci sono voluti febbre alta e un principio di bronchite perché, di nuovo costretta al riposo in casa, io riuscissi a trovare il tempo per un post.

Il mio menù del giorno prevede:
– 13 pastiglie
– due fialette
– una bustina
– varie e abbondanti spalmate di pomata balsamica

La ripresa non sta affatto andando come mi ero prospettata.
Non sto spaccando il mondo come mi auguravo di fare negli ultimi, (fin troppo) ottimisti post pre-rientro, anzi, ancora una volta è la vita che sta massacrando me.
Che poi, quale vita?
Quella “nuova”, che mi aspettavo più complicata, ma tutto sommato accettabile, si sta rivelando non-vita.
Avevo deciso che il “dovuto” non avrebbe più preso il sopravvento sul “voluto”, e in un certo senso forse sta anche andando così, ma solo perché è cambiato l’attore che recita questo ruolo. Prima il dovuto erano gli obblighi di tutti i comuni mortali, primo su tutti il lavoro, ora il dovuto è quello medico e non è un dovuto che posso declassare sulla scala delle priorità. Così, una volta fatto tutto ciò che la gestione della mia routine farmacologica quotidiana richiede, le mie 24 ore sono finite. L’unica cosa che riesco ancora a fare è leggere un po’ sul treno del ritorno, perché all’andata ne approfitto per recuperare un po’ di sonno.

Ero convinta che tornare in superficie, riemergere dall’abisso che mi stava inghiottendo, mi avrebbe aiutata, invece mi sento come se una sorta di onda anomala mi avesse scaraventata da una piccola baia al riparo dalle correnti, dove però già faticavo a stare a galla, all’oceano aperto, con tutti i rischi e pericoli che questo comporta.
Sveglia alle 5:30 per scaldare i miei vari pasti dietetici preconfezionati e infilarli nei thermos.
Treno pendolari all’ora di punto conciata come se stessi andando in campeggio per una settimana.
Metropolitane inaccessibili per chi ha un equilibrio precario e la necessità di riuscire a incamerare aria che non provenga dagli scarti respiratori di centinaia di estranei.
Scale mobili che erano “in riparazione” da mesi già prima del mio ricovero. Non so se nel frattempo siano tornate in attività per poi arrendersi di nuovo, sta di fatto che non funzionano, e che a quelle che io ricordavo se ne sono aggiunte altre.
Persone che scorrazzano senza guardare dove vanno, schiantando i loro trolley contro Miss Gamba che, fra l’altro, è reduce da nuove mirabolanti disavventure di cui non ho avuto tempo per raccontare.
L’ufficio che continua a essere il malsano cantiere di sempre, continuando ad alimentare il dubbio che proprio qualche schifezza respirata lì dentro possa essere fra i principali candidati a fattore scatenante che ha risvegliato l’AnarcoPatia.
L’assoluta incapacità, con rincaro di mancanza di voglia, di correre. Il segnale che la vita mi ha inviato riguardo al fatto che dovessi rallentare è stato fin troppo eloquente, quindi ora mi guardo bene dal forzare troppo i ritmi, in qualunque cosa io mi trovi ad affrontare.
Il ritorno a casa, di sicuro meno caotico dell’andata, durante il quale riesco a concedermi ben 45 minuti per me, per leggere, scrivere, pensare o fare qualunque altra cosa sia fattibile in treno.
Una volta a casa ci sono tutti i thermos da lavare, ché quei materiali lì non vanno in lavastoviglie e, appena è tutto pulito, si prepara tutto da capo per il giorno dopo.
Ri-allestito il circo culinario per il dì seguente, è già ora di cena. Mangio, se così si può dire, e mentre aspetto l’orario dell’ultima pastiglia rifornisco il portapillole, controllo la batteria del lettore mp3 e preparo i vestiti puliti, dopo di che collasso, nel migliore dei casi sulla poltrona, che a volte almeno ci provo a stare sveglia un po’ di più se c’è un film che mi interessa, se no direttamente a letto.
In tutto ciò, per mero amor di cronaca, ancora non ho ripreso a guidare, quindi continuo a dover dipendere dagli altri per qualunque spostamento superi le mie, ancora ridotte, autonomie pedonali.

Non male, vero?!
Vorrei proprio scambiare due chiacchiere con chi sosteneva, e continua a sostenere che, pastiglie a parte, la mia vita sarebbe tornata tale e quale a prima. Vorrei proprio raccontare a queste care persone quanto poco sia rimasto della mia vita, quanto più frustrante sia già riuscita a rivelarsi questa nuova variante, nonostante conti appena poche settimane di vita contro i 29 anni di quella che mi sono dovuta lasciare alle spalle.
Vorrei sapere da loro dove sta la normalità nel non potermi bere un cappuccio con brioche a colazione o nel non potermi ordinare una pizza con una birra media il sabato sera. Vorrei sapere dove sta la normalità nel non poter schiodare gli occhi dall’orologio nemmeno nel fine settimana e nell’avere il proprio tempo scandito e vincolato dai farmaci. Vorrei sapere dove sta la normalità nel terrore di prendere un banale raffreddore di stagione, dato dal sapere che mi ci vorrà come minimo il doppio del tempo a guarire perché i farmaci che già prendo mi annientano il sistema immunitario. Vorrei sapere dove sta la normalità nel dover passare due giorni al mese in ambulatori vari per “monitorare” l’AnarcoPatia. Vorrei sapere dove sta la normalità nell’avere (quasi) 30 e sentirmi sempre addosso la stanchezza di un’ottantenne, per di più acciaccata. Vorrei sapere dove la normalità nel non poter fare, tuttora, la riabilitazione post intervento e quindi nell’avere una gamba che fa quel che vuole, facendomi deambulare come se fossi rimasta storpia. Nulla contro chi, purtroppo, lo è, anzi, avete tutta la mia comprensione, ma il mio malanno è già un altro, se riuscissi a evitare almeno gli extra evitabili non è che mi dispiacerebbe. Vorrei sapere dove sta la normalità nello stare a guardare una tabella di marcia dietetico-farmacologica che si divora il mio tempo, non lasciandomene neanche uno scampolo per dedicarmi alle poche cose che davvero hanno ancora il potere di farmi sorridere. Vorrei sapere dove sta la normalità nell’avere in corpo talmente tante schifezze chimiche da non avere più alcun controllo nemmeno sulle emozioni e sull’umore.
E queste sono solo alcune delle circostanze in cui non riesco più a vederla, la normalità, alcune delle più stupide e banali, perché pensare a quelle serie fa troppo male.

La verità è che questa nuova “vita” fa schifo.
La verità è che, pur continuando a non voler fare la vittima, la differenza fra essere malati e non esserlo c’è eccome, altro che patologie “modulabili” con farmaci che le rendono “assolutamente gestibili”.
Balle! Un’enorme, infinita camionata di balle!
Ancor di più quando è il tuo stesso corpo a rivoltartisi contro, a costringerti a bombardarlo per evitare che ti/si faccia altro male, che ti/si autodistrugga.
È devastante: questa è la verità.

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Ora tutto, tutto deve cambiare.

 

FEDE NELLA PRIMAVERA

Le dolci brezze si sono risvegliate
Spirano e sussurrano giorno e notte;
Si muovono ovunque.
Oh aria fresca, oh nuovo suono!
Ora, povero cuore, non temere,
Ora tutto, tutto deve cambiare.

Il mondo diventa più bello ogni giorno,
Non si sa cosa diventerà.
La fioritura non accenna a finire
Fiorisce anche la valle più lontana e profonda.
Ora, povero cuore, dimentica il tuo tormento.
Ora tutto, tutto deve cambiare.

– Ludwig Uhland –

 
 

I cambiamenti obbligati iniziano a palesarsi in tutta la loro importanza e non so quanto mi ci vorrà per abituarmici.
Le normali attività del quotidiano richiedono impegno doppio. Non posso decidere che non ho voglia di prepararmi il pranzo e, magari solo per un giorno, prendermi un panino, e non posso limitarmi a “farne un po’ di più” quando cucino la sera, perché il mio menù prevede portate diverse per mezzogiorno e sera.

Nell’attesa che la dieta veda la parola “FINE” e il peso si stabilizzi, ho reputato inutile rifare ora il guardaroba, anche considerando che la stagione va a finire, quindi coi vestiti mi arrabatto come posso, cercando di non coprirmi troppo né troppo poco. Faccio del mio meglio per non sembrare un clown, dato che buona parte dei pantaloni mi va larga e sto prendendo confidenza con le nuove scarpe da combattimento: stringhe, in modo da regolarle a seconda di come stanno le gambe la mattina, impermeabili, con l’imbottitura per tenere caldo e, inutile dirlo, senza tacchi.

Da non credere! Nella mia borsa c’è UN SOLO libro. Ahimè, non sono riuscita a mantenere il proposito di evitare quelli con la copertina rigida, ma solo perché ormai avevo iniziato a leggerlo. Finita la lettura in corso, però, ho già pronta una delle mie tante, amate liste, piena di libri interessanti e… in brossura!

Con la scrittura sto un pochino latitando, lo ammetto, ma non ho ancora preso il nuovo ritmo e in treno, dopo massimo quindici, venti minuti, mi addormento. La cosa buona è che quei pochi minuti sono sufficienti almeno per mettere a fuoco la pianificazione di alcune ideuzze che se ne vanno a spasso per la mia testa da qualche settimana e che, poco alla volta, sembra stiano prendendo forma. Così programmo, abbozzo, progetto, schematizzo, nell’attesa di metabolizzare i nuovi bioritmi al punto da riuscire a reincastrarci anche il tempo per scrivere come si deve. Per ora mi è riuscito solo di ridurre ai minimi termini anche il peso del mio kit da scrittura portatile, ma chi lo sa, magari prima o poi dai miei vaneggiamenti verrà fuori qualcosa di buono. Di sicuro non mi manca l’entusiasmo, e credo che già questo sia un buon punto di partenza.

Sono passati solo tre giorni, eppure una cosa mi è già ben chiara: qualcosa è cambiato, e molto deve ancora cambiare.
Io sono cambiata. E anch’io devo ancora cambiare parecchio.
Per me stessa, per la mia serenità, perché ho imparato a rimettere in ordine le priorità e sto cercando di imparare anche a dare alle cose il giusto peso, quello che davvero gli spetta.
Non mi aspetto che sia semplice, anzi, so per certo che non lo sarà, ma come mi ha fatto notare una persona, sarebbe stupido arrendersi proprio ora, quindi stringo i denti e vado avanti.
Non ho idea di dove porti questa nuova strada che sono stata in qualche modo costretta a imboccare, ma per il momento io mi limito a camminare, con calma, un passo alla volta, un giorno alla volta, e a godermi i panorami che questo nuovo viaggio ha da offrirmi e le lezioni che ha da insegnarmi.

 
 

Buona giornata a tutte e tutti!!!
Всем доброго дня*!!!

 
 

*Vsjém dóbrava dnjá!!!

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Ricominciare…

 

E così ci siamo.
Oggi sono tornata nella giungla. Da sola.
Per la prima volta dopo più di tre mesi.

Mi sento quasi come se fossi in viaggio.
Ho passato l’ultima settimana fra le incombenze inevitabili, mediche e non, la stesura di liste infinite e la nullafacenza più assoluta, colmata da ore e ore di lettura. Da tutto ciò ho tratto la conclusione che fare liste mi piace un sacco, in particolare con un’app carina carina, tutta colorata e piena di iconcine fiquissime.

Da oggi, ad esempio, tutto sarà suddiviso in:

  • cose che cambieranno per forza
  • cose che vorrei cambiassero, ma con cui in fondo potrei anche imparare a convivere
  • cose che, con tutta me stessa, spero cambino, e il più in fretta possibile

Così, giusto per non smentire quanto appena scritto.

In questi mesi i miei ritmi sono diventati molto soggettivi e arbitrari, così per paura di non fare in tempo a fare tutto, stamattina ho puntato la sveglia alle 05:10. Una follia, lo so, ma almeno ho avuto la soddisfazione di spuntare in assoluta calma tutte le voci sulla lista delle cose da fare per forza la mattina, tipo scaldarmi il miserrimo pasto per aiutare il thermos a svolgere al meglio il suo compito.

Il treno, non lo nego, non mi mancava. È una di quelle cose a cui credo di potermi riabituare, ma sarei di sicuro sopravvissuta bene anche senza.
La verità, però, è che non ho voglia di parlare del lavoro, né del rientro in generale, perché non c’è nulla di nuovo, non è cambiato niente. Non fuori. Certo, dovevo sbatterci la testa per capirlo. La mia sensazione di essere stata tagliata fuori dal mondo, di essere stata in qualche modo “lasciata indietro”, era più che legittima, ma oggi mi sono resa conto che sì, il mondo sarà anche andato avanti indisturbato per la sua strada, ma è sempre il solito, vecchio mondo, mentre io sono una persona nuova. Il punto è che per prenderne consapevolezza avevo bisogno del confronto, e ora posso dire, pur senza avere un’idea di cosa questo possa comportare col passare del tempo, che qualcosa nel mio modo di percepire cose e persone è cambiato.

Sugli esiti di questo cambiamento non oso ancora pronunciarmi, credo sia davvero troppo presto, ma una certezza a riguardo ce l’ho: ho intenzione di vivermelo. Fino in fondo.

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Shopping Funzionale.

Image Credit © VeRA Marte

 

Iniziano le grandi manovre.
La domenica pomeriggio, nonostante il diluvio universale, è stata dedicata a una trasferta improvvisata per procurarmi l’equipaggiamento da trasporto cibo. Si ringrazia l’AnarcoSocio per essersi accollato senza lamentele la mansione di autista-singing-in-the-rain, che nella PandaMobile non c’è il lettore CD e da qualche mese la radio ha deciso che le aggrada solo la frequenza di Radio Cuore, così oltre a guidare, il sant’uomo mi ha anche fatto da jukebox umano.

Come ormai sapete fin troppo bene, sono a dieta ferrea e rigorosa, quindi la questione pasti è una delle tante che dovrò imparare a gestire al mio rientro in ufficio, fra due settimane.
Nel male delle porzioni pesate al grammo e, ahimè, piuttosto ridotte, ho risolto con due maxi thermos per alimenti. Prove d’ingombro fatte: ci sta tutto alla perfezione, e già questo mi ha sollevata non poco.
Il prossimo passo sono le prove d’ingombro dei liquidi. Archiviato il mio vecchio thermos da 0,5 L addetto alla tisana, sono passata a due da 0,4 L in modo da potermi portare sia la tisana che il caffelatte previsto dalla colazione, che dal 3 di febbraio verrà “celebrata” alla scrivania. Alla faccia della pausa caffè fighettosa in tipico stile milanese: almeno a colazione, mangerò tre volte tanto rispetto alle colleghe, ma senza spendere niente. Ok, cappuccio e brioche alla crema sono un’altra cosa, ma sto cercando di vedere i lati positivi.
A corredare la mia collezione di thermos nuovissimi, ecco i bicchieroni di plastica da campeggio, che nei bicchierini/tappo dei thermos le fette biscottate non riesco proprio a inzupparcele, non ci passano.
Il tutto è destinato a essere portato a spasso nel mio meraviglioso zaino da escursionismo, nuovo anche lui, insieme alle posate e ai miei millemila litri d’acqua giornalieri obbligatori.
Insomma, per la fine di febbraio, metà marzo al massimo, conto, oltre alla gamba, di essere riuscita a stortarmi la schiena… Ihihih!!!

Riflettevo sul fatto che, contenuto dello zaino a parte, in effetti non sono molte le cose che mi restano da portarmi dietro.
Posto che io riesca a tener fede ai miei buoni propositi riguardanti i libri, potrei addirittura riuscire a compiere il grande passo: sostituire la maxi borsa in stile Mary Poppins con una borsa “normale”, ovvero contenente soltanto un mini-kit di sopravvivenza composto da documenti, portafoglio, salviettine, fazzolettini, UN SOLO libro, il mini blocnotes, il quadernino, un paio di penne, uno specchietto, gomme da masticare, burrocacao e crema per le mani. Una valutazione a sé verrà riservata, a tempo debito, alla gestione del materiale di russo nei giorni in cui c’è lezione e ai cosmetici, indispensabili da quando mi sono riempita di sfoghi causa farmaci. Elencate sembrano un sacco di cose, ma se ci pensate bene peso e ingombro sono davvero ridotti.

Che dire? Il ghiaccio è rotto.
Il primo passo verso la ripresa è fatto e, mentre mi domando perché il caricamento online abbia trasformato la mia fiquissima foto da moderna natura morta a orrenda sgranatura complessiva, penso a come organizzare le prossime tappe del mio ritorno al mondo esterno.

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