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Eight Days a Week

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Si è conclusa ieri, 21 settembre 2016, la proiezione del film-documentario «Eight Days A Week – The touring years», con cui Ron Howard ha scelto di rendere omaggio alla più grande band di tutti i tempi: The Beatles.

Da che parte cominciare?
Forse dall’immenso rimpianto di non essere vissuta negli anni ’60, quando la musica era più vissuta e meno monetizzata, sia per chi la faceva che per chi l’ascoltava.
Questo non toglie che i grandissimi nomi abbiano fatto soldi a palate, ma il prezzo da pagare era molto più alto di quanto non sia oggi, epoca in cui i “musicisti”, o sedicenti tali, riescono a guadagnare soldi perfino con un semplice e banale click del pubblico.

È stato curioso sentire persone che hanno avuto modo di ascoltare i Beatles “in tempo reale”, lamentarsi perché il film era in inglese con sottotitoli in italiano.
È vero che i sottotitoli attirano lo sguardo distraendolo dall’immagine, ma è vero anche che a me non era neanche passato per la testa che potesse essere doppiato.

Purtroppo non ho mai avuto la buona abitudine di approfondire la biografia dei musicisti che ascolto, lo faccio di rado perfino con gli autori che leggo, quindi figuratevi. Questo documentario, però, è stato un’esperienza commovente, un viaggio nel tempo di due ore e un quarto, un salto indietro di oltre 50 anni che mi ha catapultata in una realtà che mi ha conquistata.
Io, che nel mondo odierno mi sento sempre un po’ fuori luogo, ho scoperto che è esistito un periodo, fra l’altro neanche così lontano, in cui il mio essere alienata a causa di passioni più o meno condivise dalle masse, sarebbe stato la “normalità”. Un periodo in cui l’aspirare a fare della propria arte un’attività a tempo pieno non era visto come un’infantile e idealista utopia.

È stato interessante sentir svelare le origini autobiografiche di alcune canzoni e scoprire di più sulle personalità dei “Fab Four” di Liverpool, al punto che mi sono vergognata a morte dell’immensa ignoranza in cui galleggiavo quando, ragazzina in vacanza studio, mi è capitata la fortuna di visitare il museo loro dedicato proprio a Liverpool.

Con questo film Ron Howard non ha voluto celebrare l’immensa fama dei Beatles, ma ha voluto mostrare quali conseguenze questa fama abbia avuto sulle loro vite, personali e artistiche.
Venticinque concerti in trenta giorni, attraverso tutti gli Stati Uniti. Nella famosissima esibizione allo Shea Stadium di New York City, con 56.000 spettatori in delirio, i visi sono tirati, gli occhi stanchi, nonostante l’evidente sforzo per continuare a sorridere. Il grido d’aiuto di John Lennon nella canzone “Help!” mi ha colpita come un pugno allo stomaco.
La sensazione che ho provato io è stata che un sogno può spiccare il volo, ma se vola troppo in alto e troppo in fretta, non ti lascia il tempo di abituarti all’improvvisa mancanza d’ossigeno, finendo per soffocarti.

È stato davvero tremendo sbattere il naso contro il fatto che anche le aspirazioni più genuine, una volta realizzate, possono trasformarsi da inesauribili forze motrici a inarrestabili schiacciasassi che ti travolgono, annientandoti sotto il loro insostenibile peso.

Mi ha fatto riflettere parecchio sulla fase che sto vivendo.
Su quanto io mi stia perdendo il bello del viaggio perché troppo concentrata sulla meta, senza alcuna certezza che, se mai la raggiungerò, si riveli come io mi ostino a immaginarla.

 

E proprio con quel grido vorrei chiudere questo post, perché rimanga a monito dell’estrema delicatezza con cui sarebbe opportuno maneggiare i sogni.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio…
…magari con della buona musica!

 
 

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Isolamento Forzato.

уединение-isolamento

 

Il 24 marzo, quindi 11 giorni fa, nell’AnarcoDimora la linea telefonica fissa ha avuto un mancamento.
L’AnarcoPater, attento e attivo socio di una delle più grandi associazioni dei consumatori del Bel Paese, segnala il guasto con irreprensibile prontezza. Il giorno seguente, 25 marzo, la linea viene rianimata, ma solo dopo aver contagiato la connessione internet.
L’AnarcoPater, sempre all’erta, segnala subito il fattaccio, con la tempestività che lo contraddistingue, sia a chi ha messo le sue malefiche manacce sulla nostra linea, sia al gestore che ci fornisce il servizio internet. Poco dopo, il tecnico telefonico ci contatta, dicendo di essersi reso conto che il problema alla connessione è stato causato dal loro intervento per riattivare la linea telefonica.

Passa Pasqua, passa anche Pasquetta, ma niente: silenzio assoluto.
Le persone che si sono fatte carico dell’AnarcoPratica sembrano essersi smaterializzate, in entrambe le aziende, magari sono esplose dopo essersi abbuffate troppo, chi lo sa…

Come si suol dire, però, le disgrazie non vengono mai sole, e nel mio caso questa cosa è ancor più vera se si tratta di tecnologia.
Emarginata, mio malgrado, dal magico mondo del web, avevo deciso di darmi alle serie tv in modo compulsivo, ma anche il decoder mi si è rivoltato contro e ora sul mio datato, ma strepitoso, tubo catodico si vede solo l’ultimo canale su cui era rimasto sintonizzato prima del guasto, per fortuna è un canale che guardo sepsso e volentieri.

Questa ‘fantastica’ coincidenza astrale ha fatto sì che io mi decidessi a riprendere in mano carta e penna e almeno a provare a concentrarmi come si deve su una serie di cose, fra cui un nuovo piano editoriale per il blog, una strategia seria per l’arricchimento lessicale in russo, l’apprendimento e l’approfondimento di una serie di nozioni e competenze che spero mi saranno d’aiuto nella ricerca di un nuovo lavoro.

Durante questo breve periodo di blackout, questa piccola pausa intimistica dall’enormità senza confini della rete, sono anche invecchiata: dico sul serio, nel senso che ho compiuto gli anni.
Festaggiamenti sobri con le persone davvero importanti, pochi regali ma molto significativi, vecchie amicizie ritrovate e, grazie alla Pasqua, tantissimo ottimo cioccolato e una sempre graditissima razione extra di Leti e Tommi, i fantasmagorici AnarcoNipotini.
Una lucidità improvvisa e inaspettata, una sorta di auto-regalo involontario: questa la sorpresa più grande. Una visione tanto nitida quanto improvvisa di quali siano le parti di me perse per strada negli ultimi anni a cui, però, non sono ancora pronta a rinunciare. L’imperante necessità di tornare a riconoscermi quando mi guardo allo specchio, di scorgere di nuovo la luce della determinazione che, per anni, ha illuminato il mio sguardo. Ho bisogno di raccogliere i cocci della mia creatività e di ritagliarmi un po’ di tempo per rimetterli insieme.

Di per sé può sembrare una cosa scontata, ma io ci ho messo mesi ad arrivare a questa ‘banale’ conclusione: quello che ho perso è l’inchiostro.
Ho permesso alle flebo di lavarlo via dalle mie vene, dove prima scorreva impetuoso, e di sostituirlo col loro liquido silenzio chimico.
Ora devo fare con la scrittura la stessa cosa che ho dovuto fare con le gambe, riprendere a ‘camminare’ dopo un lungo periodo di immobilità forzata: ci vuole tempo, tanto tempo, e l’unico modo per farcela è affrontare un passo alla volta, in senso letterale, inseguendo la spranza di non essere mai più costretta a fermarmi.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Mi piacerebbe saper cantare…

писать-scrivere

 

Mi risulta abbastanza ostico comprendere perché il blog riceva più visite quando non scrivo…

Fino a qualche anno fa non era così: che i miei post siano diventati tanto noiosi da far sì che, nel mio caso, i lettori preferiscano “premiare” il silenzio?

Qualunque sia l’arcano di questo annoso dilemma esistenziale, non sperate che io smetta di ammorbarvi con le mie elucubrazioni mentali.

Questa volta a smuovermi è stata una canzone, di cui non svelerò né il titolo né l’interprete, perché non sono fondamentali, quel che conta è lo scossone che mi ha dato.

In fondo chi se ne frega se a nessuno interessa un post sull’affascinante universo della linguistica pura, se nessuno condivide la mia curiosità sulle norme che regolano la corretta accentazione della meravigliosa lingua italiana, se nessuno si emoziona quanto me di fronte alla poliedricità e all’eclettismo dell’amata Madre Russia, se nessuno si spiega la mia ostinata determinazione nel continuare a studiare di tutto e di più da autodidatta, se nessuno ha voglia di dar retta ai miei piagnistei su quanto essermi scoperta malata mi faccia ancora incazzare a morte: io scrivo per me.

Ho sempre scritto per me, ma devo essere caduta vittima di una temporanea amnesia e la ragione, subdola ingannatrice, ha colto la ghiotta occasione per provare a convincermi del falso, del fatto che anch’io, come molti altri, scrivessi per la “gloria” o, ancora peggio, per la vana e utopistica speranza di camparci, prima o poi.

Non è così.
Scrivo perché amo scrivere.
Scrivo perché scrivere mi fa male, ma quel dolore è la sensazione più bella che io abbia mai provato stando sola con me stessa.
Scrivo perché mi sarebbe piaciuto saper cantare, ma non lo so fare.
Non sono proprio capace di fare acrobazie con la voce, di amplificare il significato delle parole accompagnandole alla vibrante potenza della musica, e allora ecco che scrivo: gioco con le parole lasciando che compiano da sé la magia, dando vita alla loro particolare melodia, diversa e irripetibile nella mente di ogni persona che le legge.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Pura e Nobile.

аутоиммунитет-autoimmunità

 

Mi sento in trappola.
Non importa su quale strada io mi incammini, mi ritrovo sempre in un vicolo cieco.
Sempre lo stesso.

Ci sono diverse teorie secondo cui i disturbi fisici, più o meno gravi, che capitano a ognuno di noi, altro non sono che riflessi di quello che ci tormenta a livello emotivo. Più profondo e divorante è il problema, più grave rischia di essere la manifestazione fisica.
Non so se sia vero.
A volte mi dico che sono solo una marea di stronzate, altre invece mi convinco a crederci perché, se davvero fosse così, un bravo terapeuta sarebbe l’elisir di perfetta salute.
Quello a cui preferisco non pensare, considerata l’AnarcoPatia, è quanto enormi e radicati in profondità debbano essere spettri capaci di dare origine a una cosa simile.

Vado avanti per inerzia.
La verità è che non mi frega più niente di niente e che sembra esserci un meccanismo perverso pronto a estinguere sul nascere qualunque scintilla di entusiasmo osi avventurarsi allo scoperto, fuori dalla torbida coltre di calma apparente in cui ho lasciato che si trasformasse la mia vita, non per quieto vivere, ma per imperante apatia.

In questo periodo non c’è una canzone che mi esalti, un libro che muoia dalla voglia di leggere, una ricetta che non veda l’ora di sperimentare, una regola della grammatica russa che mi istighi a volerne sapere di più, un posto in cui non possa fare a meno di andare, e potrei continuare a oltranza…

Incastrata.
Ecco come mi sento.
Come una pillola che si blocca fra la bocca e lo stomaco: fastidiosa e del tutto inutile.

Dopo aver ridimensionato i sogni a più modesti obiettivi da comune mortale, ora sono alle prese con la tappa successiva, quella in cui ci si chiede quale sia la strategia più indolore per sopravvivere al fallimento.
Non sopravvivere a UN fallimento, ma AL fallimento: completo, su tutta la linea.

C’è stata una fase, dopo le dimissioni dall’ospedale, in cui pensavo che il dolore fisico imposto da altri, contro la mia volontà, avesse invigliacchito il mio lato autolesionista. Non c’era più quell’urlo interiore insopportabile che mi esasperava ordinandomi di ferirmi finché non cedevo per sfinimento. La paura suscitata dal ricordo del ricovero annientava del tutto il coraggio che per mesi, anni, era stato il mio più fedele compagno, quello di farmi male da sola, per avere conferma di essere viva. Così ho mandato all’aria la dieta, ho smesso di curare i tagli e gli sfoghi sulla pelle, ho lasciato che malattia ed effetti collaterali della terapia facessero i loro comodi, senza opporre alcuna resistenza: passività e incuria come subdole, codarde forme sostitutive di autoviolenza.

Poi un lampo, ridottosi quasi subito a una piccola lucciola solitaria e sperduta nell’oscurità più fitta.
Una sola parola: AUTOIMMUNE.
Esiste forse un’espressione più pura e nobile di autolesionismo?
Il sistema immunitario diserta, attaccando con ferocia ciò che dovrebbe difendere con stoica determinazione.
Il corpo calpesta tutto, emozioni e razionalità, e si ripudia, si autodistrugge.

Tutto questo è successo in assoluto silenzio, nemmeno un flebile respiro a incrinare l’assoluta immobilità in cui ho cristallizzato l’anima.
La famigerata maschera ben salda sul viso, per scongiurare il rischio che l’altrui morbosa curiosità scalfisca la liscia e perfetta superficie di impermeabile insensibilità in cui mi sono segregata.

Mi sta bene tutto e il contrario di tutto, perché in realtà nulla fa più la differenza fra buono e cattivo.

Ho rinchiuso il cuore e la mente.
Ho buttato la chiave.
Non avevo previsto che sarebbero riusciti a portarsi nelle loro celle anche l’inchiostro, da sempre unica freccia al mio arco, unica arma con cui combattere i mostri dell’inadeguatezza.

Mi sono rifugiata in un rassicurante limbo di gesti compulsivi e rituali ossessivi di cui solo io conosco il significato e l’immenso potere anestetizzante.

Non provare più niente.
Questo è l’obiettivo.
Mirare senza alcuna esitazione all’egoistica meta dell’autoconservazione, imparando la crudele e spietata arte dell’impassibilità assoluta.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Grazie Emily…

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A Milano i senzatetto sbocciano e si moltiplicano come margherite a primavera.
Stamattina, notando due nuovi arrivi sotto i portici che percorro ogni giorno per arrivare all’ufficio, ho pensato che quei corpi abbandonati a sé stessi sembrano sculture urbane trascurate da tempo. Troppo tempo.

Mi sono ritrovata a chiedermi cosa, in un’epoca in cui siamo ciò che possediamo, ci renda ‘umani’, diversi e, secondo molti, migliori e superiori a quegli stessi oggetti a cui chiediamo di affermare il nostro ‘status’.

Non importa che si tratti di una bella casa con piscina, di un costoso vestito all’ultima moda, di una macchina sportiva, del più innovativo dei master universitari, di una posizione socio-lavorativa che incuta rispetto reverenziale, se non addirittura soggezione.
Tutte gran belle cose, per carità, soprattutto se guadagnate con impegno e fatica, ma in mezzo a tutto questo dove sono le persone? Come si fa a scorgerle?

Sia chiaro, non sto tentando di fare del facile moralismo.
A parlare, o meglio a scrivere, è un’iPhone-dipendente, aggravatasi più che mai da quando mi hanno rubato la macchina fotografica nel pieno del pogo sotto palco a un concerto, e non posso negare che senza il pc che l’AnarcoSocio mi ha regalato per il mio ultimo compleanno credo avrei ceduto in maniera definitiva all’isolamento sociale.
Per anni il navigatore è stato il mio migliore amico e la macchina comprata di seconda mano dagli AnarcoGenitori, ma lasciata in balìa della sottoscritta almeno nei fine settimana, è stata la mia seconda casa mentre giravo mezza Italia seguendo le note della musica dal vivo.

Però sono anche quella che compra i vestiti al mercato, rammendandoli finché la stoffa si disintegra, quella che improvvisa pasti con gli avanzi perché buttare il cibo mi irrita a morte, quella che crede nelle bolle di sapone come estrema forma di intrattenimento, altro che ‘happy hour’ nel ‘localino trendy’, quella che va al cinema da sola in settimana nel giorno in cui costa meno, quella che prima della dieta si portava la brioche da casa, invece di sborsare ogni giorno un cospicuo extra per il consumo energetico-metabolico del cameriere che ogni mattina consegnava la colazione alle colleghe.

In tutto questo mi sono sentita confusa.
Dopo l’esplosione dell’AnarcoPatia sono stata così impegnata a rincorrere una ‘normalità’ che credevo perduta per sempre, da rendermi conto solo di recente che quella normalità non è mai esistita.

Superata la batosta, pur con le inevitabili conseguenze del caso, sono tornata a essere quella che dorme sul pavimento, quella che spende i suoi pochi guadagni in libri, regali per gli AnarcoNipotonzoli e merende, quella che guarda i cartoni animati in russo perché i film ‘da grandi’ sono ancora oltre i limitati confini della sua comprensione, quella che compra e ascolta quasi solo musica independente fatta da ragazzi e ragazze che conosce di persona, quella che si rifugia dietro una maschera di trucco pesante, quella che sforna quantità spropositate di dolci solo per giustificare la versione ‘baby’ e assaporarsi il sorriso dell’AnarcoNipotina nel momento in cui realizza che la zia ha preparato un mini-dolce solo per lei, quella che si galvanizza di fronte all’improvviso dipanarsi dell’ingarbugliata matassa di un meccanismo della grammatica russa fino a quel momento ostico e inestricabile, quella che con un buon libro in mano si dimentica di esistere.

Però mancava ancora un tassello al puzzle: la scrittura.
Non ricordo più l’ultima volta che ho scritto un post così lungo in pochi, rapidi, semplici minuti.
Non ricordo come sia successo che 24 giorni consecutivi di flebo abbiano avuto la meglio su quasi 30 anni di vita, riuscendo a lavar via l’inchiostro dalle vene, dove prima scorreva impetuoso.
Non ricordo perché ho gettato la spugna, permettendo a tutto questo di sopraffarmi.

Quello che mi è chiaro, dopo quasi due anni, è l’enormità dell’errore commesso.
Smettere di scrivere è quanto di più vicino a un tentativo di suicidio potessi commettere.
Come sostenevano i latini “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, quindi non vedo alternative valide alla spasmodica ricerca di un modo per conciliare i nuovi ritmi di vita imposti dalle circostanze mediche alla mia necessità primitiva di scrivere.

Sono tornata, o per lo meno questa volta ci sto provando sul serio…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

PS. Il ringraziamento a Emily è d’obbligo, perché ogni volta che riesco a prendermi il tempo per rimettermi in pari con la lettura del suo blog, l’ispirazione sembra tornare a impossessarsi di me come il più invincibile dei demoni.

 
 

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SILENTIUM!

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SILENTIUM!

Молчи, скрывайся и таи
И чувства и мечты свои —
Пускай в душевной глубине
Встают и заходят оне
Безмолвно, как звезды в ночи, —
Любуйся ими — и молчи.

Как сердцу высказать себя?
Другому как понять тебя?
Поймет ли он, чем ты живешь?
Мысль изреченная есть ложь.
Взрывая, возмутишь ключи, —
Питайся ими — и молчи.

Лишь жить в себе самом умей —
Есть целый мир в душе твоей
Таинственно-волшебных дум;
Их оглушит наружный шум,
Дневные разгонят лучи, —
Внимай их пенью — и молчи!..

Фёдор Иванович Тютчев

 

SILENTIUM!

Taci, appàrtati e nascondi
I tuoi sentimenti e i tuoi sogni,
E lascia che nella profonda anima
Essi si alzino e tramontino
Silenziosamente, come stelle nella notte.
Contemplali, e taci.

Come potrebbe il cuore esprimersi del tutto?
E un altro come potrebbe capirti?
O comprendere il senso della tua vita?
Il pensiero espresso è menzogna:
Scavando, intorpidisci le fontane!
Bevi a queste fontane, e taci!…

Sappi vivere solo di te stesso:
C’è nella tua anima un mondo intero
Di pensieri incantati e misteriosi:
L’esterno rumore li stordisce,
I raggi del giorno li disperdono,
Ascolta il loro canto e taci!…

Fëdor Ivanovič Tjutčev

 
 

Tjutčev, che visse nella Russia dei fasti e degli splendori imperiali, non partecipava alla vita letteraria e non amava definirsi ‘letterato’.
Ciò nonostante, questo signore austero e serioso finì per passare alla storia come uno dei maggiori poeti russi dell’Ottocento.

Ho sempre trovato geniale la contraddizione intrinseca che esprime in questa poesia, fin dalla prima volta che mi ci sono imbattuta.

Denunciare, attraverso le parole, la fallacia delle parole stesse.

Ho perso il conto di quante volte mi sono rifugiata in questi versi, soprattutto nei momenti in cui le parole erano lì, nascoste in fondo allo stomaco, ma si rifiutavano di uscire.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #13

шабарша-sabarsa

 

Ombre si affacciano dagli abissi del passato.

È strano osservare come tutto vada a scatafascio.
Osservo. In silenzio.
Smetto perfino di pensare.
Qualsiasi pensiero sarebbe inutile contro l’impotenza che mi ingoia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

La mattina mi alzo e non ho voglia di andare in ufficio.
Il pomeriggio finisco e non ho voglia di tornare a casa.
Nel fine settimana cerco di uscire, ma non c’è alcun posto in cui io abbia davvero voglia di andare.

Non ho più voglia di leggere, di cucinare, di ascoltare musica, di guardare film, di studiare: avrei solo voglia di dormire, ma non ci riesco.
Scrivo, certo, ma scrivo poco, scrivo male, e mi costa una fatica disumana.

Non avevo grandi progetti, non credo di averne mai avuti, forse a causa della mia imperante incostanza, ma tanto sono andati in fumo anche quelli piccoli e per niente ambiziosi, quindi il problema non sussiste.

Mi sento un’invisibile osservatrice, anche piuttosto distratta aggiungerei, di una realtà di cui continuo a non sentirmi parte.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Ho concesso a una persona il beneficio del dubbio, conscia del mio caratteraccio, ma a un certo punto è arrivata la conferma che, in fondo, diffidare della persona in questione non era poi così sbagliato.

Persone che ti giudicano da quello che pochi fogli raccontano di te, invece che dagli anni di condivisione del quotidiano.

Un’infinita aridità interiore che si lascia dietro solo un retrogusto amaro.

Un tempo non sarei stata così indulgente.
Né prima né, tanto meno, dopo.
Non avrei tollerato l’immersione in tanta ipocrisia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Così è scattato l’ennesimo faticoso tentativo di ritorno alle origini. Non erano molte le persone a cui stavo bene com’ero, ma io ero fra quelle poche, e questa è l’unica cosa che conta.

Cerco di tornare indietro facendo passi avanti.

Rimettere insieme i cocci non è mai stato il mio forte, ecco perché questa volta sto provando a reinventarmi da zero, con uno sguardo alla me del passato come principale fonte d’ispirazione.

Ho preso le forbici e ho tagliato quel che restava dei vecchi capelli, malati e ormai sfiniti. Un nuovo paio di occhiali, molto meno bon ton, ha da pochi giorni preso possesso della mia faccia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Compongo maldestri collage di annotazioni solitarie, mietendole senza troppa attenzione dopo averle seminate qua e là un po’ a casaccio.

Scruto frustrata quel che resta del mio vecchio scrivere: solo un pallido ricordo che si fa più sbiadito di giorno in giorno.

Ascolto le lacrime rimbombare, lasciarsi cadere come biglie di vetro opaco sui pavimenti metallici dell’anima, ormai troppo stanche per provare a fuggire dagli occhi.

Incasso con estenuata desolazione il disorientamento che, di fronte alla pagina bianca, ha sostituito l’entusiasmo

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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The Sick Rose

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The Sick Rose

O Rose, thou art sick.
The invisible worm
That flies in the night
In the howling storm

Has found thy bed
Of crimson joy,
And his dark secret love
Does thy life destroy.

William Blake, 1794 ♦

 
 

Una citazione che per me è storia.
Un’immagine che per me è storia.
La ricerca disperata di una me stessa che, a quel tempo, ero sicura avrebbe fatto la storia, perlomeno la mia.

Non ero molto incline al compromesso, fino a quando non si è trasformato nell’unica alternativa possibile.

Una mina antiuomo che ha fatto saltare in aria la mia determinazione. La credevo ferrea, ma sembra che un metallo anti-esplosione non sia ancora stato inventato.

Ora le parole sono gocce solitarie che arrancano nell’immenso letto di un fiume in secca.
I pensieri si avventurano, impavidi, fino alla gola, per poi rimanervi incastrati, impigliati in un nodo perenne.

Non è andata come mi aspettavo.
Ero convinta che… Non lo so nemmeno io di cosa fossi convinta, ma di sicuro era qualcosa di diverso.

Credevo che l’AnarcoPatia si sarebbe rivelata una ragione in più per scrivere, invece mi sono blindata in me stessa e perfino l’inchiostro è stato messo a tacere.
È tremendo realizzare che fatico ad arrivare alla fine di un post, perfino del più breve e insulso, mentre prima ero tanto logorroica da ritrovarmi a scrivere anche più post al giorno.
Qualcosa si è inceppato, ma non sembra esserci verso di capire cosa sia. Per un po’ ho pensato che il problema fosse la paura che alcune persone del mio quotidiano, che sanno dell’esistenza del blog, leggessero cose che non avrei voluto sapessero, così ho provato a riprendere in mano un po’ più spesso carta e penna. Niente.

Sapevo dipingere con le parole, ora a stento riconosco i colori primari. La consapevolezza che tante, troppe cose non potranno più andare come avrei voluto che andassero mi sta prosciugando, e forse questa è la prima volta in cui trovo il coraggio di ammetterlo a me stessa.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questióne d’Accènto. #9

ударение-accento

Image Credit © VeRA Marte

 

Come sempre, il tempo e l’energia scarseggiano, quindi per questa volta non vi annoierò con lunghi elenchi di vocali toniche, aperte e chiuse.

In occasione della 19ª Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, vorrei approfittarne per mostrarvi i tre manuali che mi accompagnano nelle mie “Questióni d’Accènto”.

L’avventura è iniziata con:

  • Manuale di Dizione e Pronuncia
    di Ughetta Lanari
    Edito da Giunti Demetra

Visto in libreria e acquiatato online. Considerati i 2 CD inclusi, non posso negare che il prezzo più che abbordabile sia stato un fattore determinante nella scelta.
Per mia fortuna, si è rivelato un libricino ottimo da cui iniziare. Chiaro, semplice, lineare e piuttosto completo. Anche i CD mi piacciono: pochi fronzoli e un sacco di materiale utile.

  • Manuale Professionale di Dizione e Pronuncia
    di Giancarlo Carboni con Patrizia Sorianello
    Edito da Hoepli

Cercato e acquistato online. Un solo CD, un po’ più costoso, ma alla fine la mia fedeltà alle grammatiche delle varie lingue straniere ha avuto la meglio. Ero sicura a priori che fosse un buon manuale e, almeno finora, ho trovato conferma alle mie previsioni.

  • La Parola che Conquista
    di Anna Maria Romagnoli
    Edito da Mursia

Citato in una delle recensioni online riferite al manuale della Hoepli, mi ha incuriosito da subito. Probabilmente uno dei primi manuali stampati per i “profani” di questa disciplina, ma la mia personalissima opinione è che sia un po’ datato e meno efficace degli altri due. Piccola chicca da apprezzare, l’approfondimento sulle varianti di pronuncia regionali: non indispensabile, ma di sicuro curioso e divertente.

Magari nessuno prenderà mai in considerazione nemmeno l’ipotesi di procurarsi uno di questi libri, ma rimango dell’idea che parlarvene, e soprattutto farlo oggi, potesse essere un pensiero carino, perché un libro è una delle massime espressioni del tanto semplice quanto meraviglioso strumento che è la lingua.

Alla prossima Questióne d’Accènto!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #12

In questo periodo è così difficile scrivere.

Mentre Google mi ricorda che oggi è la Giornata della Terra, io constato come il centro di Milano puzzi sempre di più.
Mi sono sempre chiesta se i milanesi se ne rendano conto o se se ne accorgano solo le migliaia di pendolari che ogni giorno arrivano da paesini più o meno dispersi per la regione, dove l’aria non sarà pulitissima, ma di sicuro è più respirabile.

Vedo sbucare come funghi i controlli in uscita dalla metropolitana e non ne comprendo l’utilità, dato che in entrata nessuno si preoccupa di verificare che tu non sia carico di dinamite da seminare qua e là nelle varie gallerie e stazioni.

Non parliamo poi delle grandi manovre in vista dell’imminente inaugurazione di Expo.
Mi sono presa dell’anticonformista per partito preso, ma continuo a sentirmi presa in giro (per essere fine) dal fatto che che lavori e migliorie varie siano state messe in atto per salvarsi la faccia con gli stranieri, mentre, fosse stato solo per i cittadini con le cui tasse tutto ciò è stato finanziato, saremmo ancora immersi nel nostro brodo fino al collo, nell’arduo tentativo di non andare a fondo.

In questo periodo è così difficile scrivere.

Mentre le mie coetanee, nonostante la situazione economica e sociale, si danno da fare, inseguendo l’aspirazione a una vita dignitosa, io gioisco per un palloncino regalatomi dall’AnarcoSocio durante un “blitz frittella” al luna park. Splendido, di quelli gonfiati a elio: so che esiste una semplicissima spiegazione scientifica, ma io ho sempre percepito un po’ di magia in quel loro ostinato tentare di volare via, lontano dalle costrizioni, oltre tutti i confini, oltre le nuvole.

In questo periodo è così difficile scrivere.

Pianifico lo studio, cosa che non avevo mai avuto bisogno di fare, per poi trovarmi costretta a dover ammettere a me stessa che, studiando il doppio, rendo la metà.

In questo periodo è così difficile scrivere.

Osservo le pagine bianche rimanere tali e non mi capacito di come questo sia possibile.
I pensieri accelerano, ma le dita restano immobili.

In questo periodo è così difficile scrivere.

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