Articoli con tag: Scrittrice

Whiplash

 

La domanda, semplice ma per niente banale:
Da quanto tempo non scrivo solo per il piacere o la necessistà di farlo?
La risposta, implacabile:
Troppo.

Questa lapidaria conversazione con me stessa era lì, latente, appena sotto la superficie, ormai da mesi.

Lo scossone che l’ha fatta emergere è arrivato con la proposta dell’AnarcoSocio, affatto insolita, di andare a vedere un film sul mondo della musica nel cinemino d’essai di cui è da sempre un assiduo frequentatore.

Così ho scoperto Whiplash.
Arrivato in Italia con un ritardo spaventoso, circa due anni, è però piombato nella mia vita al momento giusto.

L’AnarcoPatia non è l’unica robaccia che mi assilla, soffro anche di nostalgia.
Lo sguardo interiore è ormai incantato, fisso su quella me stessa che aveva sempre carta e penna in mano. Mi capita spesso di chiedermi che fine abbia fatto quella stramba grafomane, compulsiva, a tratti psicotica, ma che faticava molto meno a sentirsi se stessa.
Ricordo la foga spontanea, quasi adolescenziale, con cui sfogavo il bisogno di scrivere che, a suo piacimento, aveva sempre la meglio su qualunque altra cosa della mia vita.
Ricordo pagine, reali e virtuali, strabordanti di parole incontenibili, inarrestabili.
Ricordo la sensazione di estenuante leggerezza quando le dita, esauste, mollavano la presa sulla penna o sulla tastiera.
Ricordo frasi ripetute in maniera ossessiva, per dare consistenza ai pensieri che opprimevano la mente; riempivano fogli che morivano fra le fiamme, con l’intenzione di liberarmi dei fantasmi che vi avevo riversato dentro.

Un’accozzaglia confusa di ricordi, ammassati in quell’angolo di cervello dove sbocciava l’ispirazione e fiorivano le idee, incagliati fra le traballanti giustificazioni che negli ultimi mesi mi sono rifilata da sola ogni volta che, dopo aver guardato a lungo la penna, l’ho lasciata dov’era.

Fra tanti ricordi, stracolmi di frustrazione, Whiplash ne ha riportato a galla uno che avevo sepolto ancora più in profondità, forse perché molto più affilato e pericoloso degli altri: la determinazione.
Quell’alienazione assoluta che mi proteggeva dall’imperturbabile e disumana intransigenza della realtà quotidiana.
Quella volontà incrollabile a perseverare, a non arrendermi mai.
Quell’amore incondizionato per le parole che, lettera dopo lettera, dipingevano sulla pagina bianca la me stessa più autentica.

Non credo a chi dice che sognare non costa nulla.
Sono convinta che esista una differenza sottile ma sostanziale fra una fantasia, galvanizzante e del tutto gratuita, e un’aspirazione, che invece richiede impegno e dedizione.
Tutti siamo consapevoli di quali dei nostri sogni rientrino nella prima categoria e quali nella seconda. I sogni, quelli realizzabili, sono buchi neri che inghiottono il tuo tempo, le tue energie, la tua intera vita e, alla fine, vieni inghiottita anche tu, ma quando vieni catapultata dall’altro lato del vortice, il sogno è lì, fra le tue mani.
Il caos è stato tale che non ti sei nemmeno resa conto di come ci sia arrivato, ma quello è il momento in cui capisci che tutti i tuoi sforzi e i tuoi sacrifici non sono stati vani: quello è il momento in cui, dopo tanta fatica, ti senti viva.

E allora, aspettando che Whiplash arrivi in DVD, l’obiettivo è riprendere in mano la mia vita e le mie passioni. Concentrarmi sull’esame di russo, che in questo momento è la priorità più urgente, e poi riorganizzare me stessa in modo da non permettere mai più alle circostanze di prendere il sopravvento.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Con i Suoi Occhi.

occhi-глаза

 

Questo nuovo episodio di riposo forzato, durante il quale la testa faceva troppo male perfino per leggere e scrivere, di studiare neanche a parlarne, mi ha lasciato due sole attività alternative: dormire o pensare.

La seconda mi ha dato tempo e modo di rendermi conto di una cosa, per me abbastanza devastante: non sono più capace di raccontare e, ancor peggio, non sono più capace di raccontarmi.

Quando mi capita di rileggermi, risulto banale, scontata e “vuota” ai miei stessi occhi.
Ripenso a quando non avevo bisogno di mille revisioni o di dedicare interi minuti alla scelta di un vocabolo, perché le parole uscivano da sole, spesso tanto impetuose da rendermi difficoltoso stare al loro passo con le dita.
Ora continuano a passarmi per la testa mille spunti, più o meno interessanti, ma fanno tutti la stessa fine: un misero naufragio nel nulla dopo al massimo un paio di paragrafi.
La nostalgia di quella che amavo definire “la mia logorrea scrittoria” è una lama affilata che colpisce a tradimento, affondando, inarrestabile, nello stomaco contratto.
Rivedo il mio nome, stampato nero su bianco sulle antologie in cui sono stata pubblicata, e stento a credere che quelle parole siano davvero farina di un mio sacco, per quanto vecchio e ormai vuoto da tempo. Ancora una volta mi trovo alla deriva nell’immensa mancanza della vecchia me stessa, quella che nelle parole aveva sempre trovato un rifugio, una realtà parallela serena e rassicurante, non la gabbia di emozioni inespresse e sentimenti pietrificati che mi rinchiude ora.

Ho bisogno di ritrovare l’armonia con le parole, perché solo loro sono sempre state la strada capace di guidarmi alla me stessa più autentica.
Il punto è che quando a tradirti è il tuo stesso corpo, non esistono parole “giuste” per parlarne.
Mi guardo dentro, d’improvviso incapace di comprendere quel che vedo, e prima ancora di provare a cercare le parole, realizzo che qualunque cosa di cui io abbia scritto fino a questo momento, non era altro che una sorta di specchio: ero io.
Ora però non lo so più chi sono. Da un momento all’altro mi sono trasformata nella più grande nemica di me stessa, vittima e carnefice allo stesso tempo.
Ho la sensazione di riuscire a vedere la realtà solo attraverso gli occhi dell’AnarcoPatia, invece che attraverso i miei, e la cosa che mi disturba più di tutte è che quegli occhi sono gli stessi.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Astratta.

Doodle di Google ispirato a “Composizione VIII
per il 148° Anniversario della Nascita
dell’Artista Russo Vasilij Vasil’evič Kandinskij

 

A volte mi sento così.
Astratta.
Caotica e rigorosa allo stesso tempo.
Ogni elemento può sembrare casuale, eppure non potrebbe stare altro che in quel punto preciso della composizione.

La mente si perde in sé stessa.
L’astrattismo significa tutto e non significa niente: non è schematico nozionismo collettivo, ma pura interpretazione soggettiva.

A 148 anni esatti dalla nascita di uno dei più famosi Basilio della storia dell’arte, a sua volta figlio di un altro Basilio, di sicuro meno famoso, guardo un’accozzaglia in apparenza confusa di forme e colori e mi ci vedo riflessa, quasi fosse uno specchio.

Astratta.
I pezzi perché l’opera si riveli un vero e proprio capolavoro ci sono tutti: la vera sfida è dar loro una disposizione che sappia emozionare, comunicare qualcosa a chi decide di dedicare un po’ del suo tempo a osservarla con quel briciolo d’attenzione in più che fa la differenza fra vedere e guardare.

Astratta.
I miei tasselli sono ancora tutti qui, più o meno. Qualcuno temo sia andato perso, qualche altro si è un po’ ammaccato, ma di materiale su cui lavorare ce n’è davvero parecchio.
La difficoltà sta nell’ingegnarsi rielaborarne i contrasti e le interazioni, fino a crearne una nuova versione che, una volta terminata, esprima un’armonia pari a quella che c’era prima dello schianto, se non addirittura superiore.

È a questo che dedico il mio tempo libero, all’ininterrotto vagabondare da un’astrazione all’altra di me stessa, in costante ricerca di un catartico equilibrio.

 

Buona serata a tutte e tutti!!!
Всем доброго вечера*!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

*Vsjém dóbrava vjécera!!!

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Fra Due Inverni.

inverno-зима

Image Edit © VeRA Marte

 

Strana stagione l’inverno.
Imperturbabile fuori. Caotica dentro.

È la stagione delle finestre chiuse, che però incorniciano camini scoppiettanti.
È la stagione della terra spoglia, che però nasconde il fermento della natura che si prepara a sbocciare.
È la stagione dei cappotti ben chiusi, che però nascondono il tipico guazzabuglio emotivo delle feste, positivo o negativo che sia.

Mi sono presa un momento di riflessione.
In bilico fra due inverni, l’imminente europeo e il già iniziato russo.
Per un solo istante mi sono guardata da fuori e non mi è piaciuto quel che ho visto.
Quest’ultimo anno mi ha trasformata in una persona troppo esausta per perseguire i propri sogni.
A mettermi tristezza è il fatto che, spesso, non sono perseveranza e forza di volontà a mancarmi, come succedeva prima, quando l’incostanza regnava sovrana, ma le energie fisiche, concrete.
È davvero frustrante.

Quello su cui voglio concentrarmi in questo momento sono gli obiettivi, fra quelli ancora plausibili, che vorrei raggiungere, pur con i miei nuovi tempi.

Mi manca la magia dell’inchiostro che si fa parola quando incontra la pagina bianca.
Mi manca il profumo dei dolci fatti in casa.
Mi manca lei, l’incrollabile Madre Russia, con le sue imponenti meraviglie e i suoi impenetrabili lati oscuri.
Mi manca la sensazione, così piacevole e rassicurante, di avere sempre qualcosa da scrivere.
Più di tutto, però, mi manca l’equilibrio. Fra quella che ero e quella che sono diventata da poco più di un anno a questa parte.

In bilico, come dicevo.
Fra due inverni: europeo e russo.
Fra due vite: sana e malata.
Fra due me stessa: prima e dopo l’AnarcoPatia.

L’unico modo per uscirne è sbilanciarsi e buttarsi.
Di sicuro da qualche parte dovrò pur atterrare, magari anche in malo modo, ma almeno sarò fuori da questo limbo.

 

Buon inverno a tutte e tutti!!!
Всем счастливой зимы*!!!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

*Vsjém scjasctlívaj zimý!!!

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La Danza.

 

Fra un fiocco di neve e l’altro danzava la follia, avvolta in un abito iridescente che riluceva di riflessi effimeri e cangianti a ogni suo movimento.
Voci la rincorrevano senza mai riuscire a raggiungerla, dita la sfioravano senza mai riuscire ad afferrarla.
Svaniva dietro un ricciolo di vento, per riapparire pochi istanti dopo adagiata su un ramo spoglio.

La osservavo, in silenzio, da dietro il vetro della mia gabbia domestica, lasciando che il tè verde al gelsomino si insinuasse nello stomaco, sperando che il suo calore riuscisse a sciogliere il nodo che lo stringeva.

Contagiate, anche le parole si avventurano in un timido ballo nella mia testa confusa, disegnando immagini astratte in cui trovano rifugio i pensieri più fragili. Al riparo dalle ossessioni e dalle fobie germogliano, regalandomi sogni dai colori vividi, allucinazioni dai profumi inebrianti, sussurri vibranti che riscuotono l’anima dalla paresi emotiva.

Parole e follia.
Da sempre le mie amiche più intime, le mie più fidate confidenti.
Il solo barlume di viva speranza nella sconfinatezza della morte inferta a tradimento.

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Flusso di Coscienza. #11

 

Nuove batoste.

Silenzio.

Avrei bisogno di tempo, che non ho, per metabolizzarle.
La verità è che non so più dove andare a pescare la forza per affrontare questa ennesima pioggia di brutte notizie che mi si sta abbattendo addosso, come fossero le piaghe d’Egitto.

LEGGERE e SCRIVERE.

ALIENAZIONE e CONSAPEVOLEZZA.

ASSOLUZIONE e CONDANNA.

LEGGO.
Tanto. Tantissimo. Non ricordo nemmeno più quando mi sia capitato l’ultima volta di arrivare a leggere 8 libri in un mese, per un totale attuale di 2292 pagine, star già leggendo il nono e averne altri 4 “in corso” .
Leggere al momento è l’attività che più di ogni altra riesce ad alienarmi dall’alienazione, a estraniarmi dall’estraniamento, a isolarmi dal pensiero.

SCRIVO.
Tanto. Tantissimo. Ho perso il conto delle bozze a cui sono riuscita a dar vita in questi mesi. Quello che stupisce anche me è che, a rotazione, sto davvero lavorando su tutte. Io che spesso faticavo a essere costante quando la bozza in lavorazione era una sola.
Scrivere però è un massacro. Mi costringe ogni volta a immergermi in me stessa, a guardarmi in quello specchio che mi sembra ogni giorno più deformante, in cui non mi riconosco più ormai da mesi, a fissare negli occhi i pensieri e tutto quello che hanno da sbattermi in faccia, col loro ruolo da rappresentanti ufficiali della razionalità.

Raggomitolata sotto una coperta, nascosta dietro le palpebre chiuse, invoco quel sonno chimico che infinite volte, in queste ultime settimane, ho provato a disciplinare, invano. Cerco rifugio in un oblio che non si fa trovare.

“Cos’hai? Non stai bene?”
“Sono stanca.”
“E cos’hai combinato per stancarti così tanto?”
“Ho pianto.”

In fuga da uragani di lacrime che mi aggrediscono sempre più spesso, cogliendomi di sorpresa nei momenti e nelle circostanze più inaspettate, senza che io riesca a fare nulla per contrastarli, per proteggermi.

Non ne posso più.
E alla luce dei nuovi sviluppi, la ripresa si è trasformata da speranza a minaccia.

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Libri, Книги, Książki, Knjige, Books, Bücher… #2

 

Per essere un libro finalista del Premio Strega 2013, mi ha delusa.

Di sicuro sapete che non so fare le recensioni, quindi prendete quanto segue come una pura e semplice opinione personale.
Apprezzo la coraggiosa scelta di affrontare un tema tabù, per lo meno in Italia, come l’aborto terapeutico, ma mi ha abbastanza amareggiata scoprire che proprio nella scelta del tema sta la massima attrattiva del libro di Simona Sparaco, “Nessuno sa di noi“.
Ho scoperto questo libro 5/6 mesi fa e mi si è piantato in testa. Mi incuriosiva, e il fatto che fosse nella lista dei finalisti per lo Strega mi ha portata a pensare che dovesse avere un certo spessore. Alla fine, qualche settimana fa, mi sono decisa e l’ho ordinato online: in un giorno l’avevo finito.

Partiamo dalla biografia dell’autrice, così come la si trova sul libro:

Scrittrice e sceneggiatrice, è nata a Roma. Dopo aver preso una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, spinta dalla passione per la letteratura, è tornata in Italia e si è iscritta alla facoltà di Lettere, indirizzo Spettacolo. Ha poi frequentato diversi corsi di scrittura creativa, tra cui il master della scuola Holden di Torino. Per Newton Compton ha pubblicato i romanzi Lovebook e Bastardi senza amore, tradotto anche in lingua inglese. Vive tra Roma e Singapore.

Dunque, questa signorina ha una laurea inglese in Scienze della Comunicazione, una laurea italiana in Lettere, indirizzo Spettacolo e, fra i vari corsi di scrittura frequentati, un Master della Scuola Holden di Torino.
Alla luce di tutto ciò, io mi chiedo: perché il libro è scritto così male???
A livello tecnico e stilistico l’ho trovato scadente, a livello lessicale molto “povero”. Per quanto riguarda la capacità di trasmettere delle emozioni, poi, credo si possa ringraziare solo il tema in sé, abbastanza forte da farsi carico di questo compito di suo, non certo a come l’ha affrontato la Sparaco, in modo sbrigativo e superficiale.

Mette tristezza assistere pagina dopo pagina allo scempio che l’autrice fa del complesso sentire umano, con una scrittura arida e più sterile degli ambienti ospedalieri descritti. Un libro su cui avevo riflettuto molto, proprio a causa del personale, e recente, incontro con l’imprevisto medico, quello a tempo indeterminato, non quello temporaneo che passa, destinato a trasformarsi in un lontano ricordo. Avevo paura delle reazioni che un libro simile avrebbe potuto suscitarmi, per questo mi ci erano voluti addirittura mesi per decidermi a comprarlo, invece niente, zero assoluto. A parte qualche spunto di riflessione, appena accennato e lasciato poi cadere nel nulla dalla Sparaco, e che con ogni probabilità potrebbe essere percepito interessante o meno in base alla sensibilità del/la singolo/a lettore/trice, questo romanzo non mi ha lasciato nulla.

Come già detto, quanto sopra non è altro che un parere personale ma, se decidete di fidarvi, spendete quei 12,00 € per un panino e una birra il sabato sera: a patto che non siate a dieta, saranno spesi meglio.

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Misantropica Serenità.

 

Mi siedo davanti alla schermata bianca con il viso gonfio di cortisone, gli occhi gonfi di lacrime, la pancia gonfia non so di che, vista la dieta, la gamba gonfia di dolenzie, la testa gonfia di domande dopo la prima assunzione del nuovo farmaco.
Non sono più sicura di essere del tutto padrona di me stessa, sembra infatti che alcuni dei farmaci influiscano anche sull’umore, ma non ho modo di sapere come e quanto, quindi sorvolo sulla questione.
Eppure oggi sono serena.
Pastiglie o istinto di sopravvivenza? Magari entrambi, chi lo sa. Sta di fatto che Miss Gamba, nonostante i dolori, sembra aver ridotto i capricci, la fame sembra essersi calmata almeno un po’

Il libro è finito e, nonostante l’AnarcoSocio definisca (molto) discutibili i miei gusti, a me è piaciuto: 5 stelline a Nele Neuhaus!
Ora però si ripresenta il più frequente e più classico dei miei dilemmi: cosa leggo ora?
Non che mi manchi da leggere, anzi, il contrario: la mia velocità di lettura, per quanto intensa, arranca rispetto alla mia ultra-velocità d’acquisto.
In genere mi basta qualche ora di pausa fra la fine di un libro e l’inizio del successivo, così ho deciso di approfittarne e di schiarirmi le idee scrivendo, qui e un paio di altre cosette sparse.
Nelle prossime ore dovrebbero arrivare i prossimi tre libri dei 16 attesi questa settimana e domani l’AnarcoSocio, spedito in missione per l’ennesima volta, completerà l’opera portandomi gli ultimi.

Ludwig Feuerbach ha detto: “Quanto più s’allarga la nostra conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe la cerchia degli uomini la cui compagnia ci è gradita.“, e forse è proprio questo che mi sta capitando. L’isolamento forzato dal genere umano, quello vero, in carne e ossa, ha disseppellito la mia misantropia, facendola riaffiorare in tutto il suo splendore. In questa fase della mia vita la compagnia di un libro mi è, spesso, più gradita di quella di una persona. I libri non chiedono spiegazioni, apprezzano i silenzi invece di restarne turbati, offrono la loro presenza in modo costante ma discreto. Le persone, ahimè, sono una responsabilità che in questo momento non sono proprio in grado di accollarmi.

Detto questo…

 

Buon venerdì 17 a tutte e tutti!!!
Всем с пятницей 17*!!!

 
 

*Vsjém s pjátnizej 17!!!

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Libri, Книги, Książki, Knjige, Books, Bücher… #1

 

Domani la Anarchiche Fiamme compiono un anno e mezzo e, con mio profondo senso di orrore e vergogna, ho realizzato solo stamattina che fra le mie mille saghe numerate, non ne ho ancora istituita una dedicata alla mia passione più grande: i libri.

Mi è venuto in mente di scriverne perché oggi ho ricevuto i primi 9 dei ben 16 libri che dovrebbero giungere fra le mie avide grinfie entro la fine di questa settimana.
Troppi? Non direi.

I libri non sono MAI troppi.

Oltre a narrativa varia, soprattutto thriller, sono in fase “facciamoci del male” e mi sto ingozzando di diari e libercoli vari sull’essere scrittrici/ori, tutti vergati dalle penne di grandi autrici/ori più o meno tormentate/i: Virginia Woolf, Franz Kafka, Sylvia Plath, Raymond Carver, Ray Bradbury, il tutto condito da un po’ di Gianni Rodari, che non fa mai male. Come accompagnamento altri manuali di scrittura e psico-libri sulle potenzialità terapeutiche dello scrivere. Insomma, libri che parlano di libri e scritti che parlano dello scrivere, ma che questo fosse il mood del momento credo l’aveste ormai già capito tutti.
Non chiedetemi recensioni, non sono proprio capace di farle, ma di sicuro se qualcuno dei nuovi acquisti dovesse rivelarsi meritevole di essere in qualche modo citato, prometto che non mancherò di farlo.

Non sono a caccia di ispirazione, ma di ordine.
La mia scrittura ha risentito, non poco aggiungerei, dello scossone emotivo, e ora ho bisogno di ridarle forma, di trovare la mia nuova via d’inchiostro, per riprendere a vivere la pagina bianca col giusto spirito. Non ho smesso di scrivere, anzi, ma fra un tentativo e l’altro, alcuni più o meno riusciti, altri davvero pessimi, mi dedico a letture che spero possano rivelarsi buone consigliere e suggeritrici di punti di vista interessanti finora inesplorati.

E ora, con permesso, vado a “riempirmi” la pancia con la mia magra cena dietetica, per poi dedicarmi in assoluta pace alle ultime 90 pagine del quarto libro del 2014!!!

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Bye Bye, Campana…!

 

Non possiamo mica tenerla sotto una campana di vetro a oltranza ‘sta ragazza.
– La Mia Reumatologa –

 

Direi proprio di no che non possiamo!
E via libera fu!

Con molta calma e moltissima attenzione si riparte.
Fra 3 settimane la parola FINE troverà il suo posticino, subito dopo la parola reclusione, definizione da me assegnata a quello che tutti gli altri si ostinano a chiamare “riposo” e/o “recupero”.

A febbraio si torna in trincea!
Sembrerà strano, ma non so come mi sento a riguardo.
Ancora non riesco nemmeno a immaginare come sarà nel concreto la mia nuova vita.
Il punto è che non sarà un semplice ritorno al “prima”: ci sono un sacco di cose che nel “prima” non erano contemplate, ma che nel “dopo” dovranno essere tassative e categoriche, come i farmaci e la dieta, ben più difficili da gestire se vanno incastrati con i ritmi lavorativi. Ovvio che le esigenze di salute verranno sempre prima di quelle d’ufficio.
Incombenze obbligate e problematiche a queste relative a parte, ci sono anche pensieri banali che contribuiscono ad affollarmi la mente in questo momento. Ad esempio, mi toccherà fare una revisione del mio armadio, perché non so più quali vestiti mi vadano bene e quali no. Era dai tempi delle medie che non pesavo così “poco” (non che io pesi poco davvero), e dopo tre mesi passati fra pigiami e tute, non vorrei trovarmi a riaffrontare la grande e caotica metropoli milanese con un solo paio di pantaloni a mia disposizione.
Almeno per i primi tempi, dovrò riorganizzarmi i pesi nella borsa, e anche questa sarà una sfida non da poco per una come me, fedele seguace delle maxi borse in stile Mary Poppins. Dovrò imparare che già due libri sono troppi, più di due un’incomprensibile follia, soprattutto considerando che non mancano mai un blocchetto per gli appunti random e lo storico quadernino custode delle mie (dis)avventure.
Fra treni e metropolitane dovrò fare i conti con la mia neonata germofobia, che post dimissioni dall’ospedale si è di sicuro ridimensionata, ma non è ancora del tutto sotto controllo.
Dovrò marchiarmi a fuoco da qualche parte che la ripresa del dovere non può, NON DEVE, rappresentare un nuovo abbandono del piacere. Non devo permettermi di perdere per strada i tempi e gli spazi per la lettura, la pasticceria, lo studio, i maldestri tentativi di fotografia e la scrittura, riconquistati con tanta fatica in questo periodo di convalescenza in cui a mancare erano la mobilità e la forza fisica, e gli ostacoli più grandi si sono rivelati i dolori vari ed eventuali causati da esami e terapie, che per alcune settimane mi hanno costretta a letto, incapace di sedermi e perfino di tenere la penna in mano.

Sarà un po’ come rinascere, dovrò reimparare a vivere.
Non so se sia un bene o un male, credo che in buona parte dipenda dallo spirito con cui finirò per affrontare la cosa, che però al momento appare piuttosto confuso anche a me. Troppi dubbi, troppe difficoltà, troppe imposizioni, troppa burocrazia, troppe incertezze, troppi vincoli, troppa aridità umana, troppe domande ancora senza risposte, e soprattutto troppe paure che dovrò affrontare per forza da sola.
Le emozioni in fondo allo stomaco si scontrano, ma sono tutte battaglie sterili, che non portano da nessuna parte. L’equilibrio sembra un’utopia irragiungibile, che racchiude in sé l’agognata serenità.
Vorrei solo un po’ di pace, poter dimenticare questi ultimi mesi anche solo per qualche istante, fingere che non sia successo nulla, che sia stato tutto soltanto un brutto sogno, svegliarmi e ritrovare la rassicurante noia della mia vecchia realtà.

 

Ho paura.
Una paura fottuta.
E non mi vergogno ad ammetterlo.

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