Articoli con tag: Sogni

Questione di frequenza

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Biella vista da San Carlo
Image Credit © VeRA Marte

 

Il vero problema non è la quantità di bastonate che la vita ti riserva, ma la frequenza con cui te le assesta sul gobbo.
Se fra una e l’altra non ti resta tempo a sufficienza per riprendere fiato, diventa difficile gestire il dolore e ogni nuovo colpo sembra più feroce.
Credo che, negli ultimi mesi, sia stato proprio questo il problema: la frequenza serrata con cui le cattive notizie mi sono piovute addosso.

Un mese che era iniziato male, giugno, ma con ancora un briciolo di ottimismo, si è concluso peggio, lasciandosi alle spalle un carico importante di tristezza, sconforto e amarezza.

Non ho scritto molto il mese scorso, di sicuro meno di quano avrei voluto, sia sulla carta che in digitale, ma forse è meglio così, perché lo spirito proprio non era quello giusto. In compenso ho recuperato un po’ con la lettura e questo, almeno in parte, mi conforta.

Luglio non è iniziato tanto meglio di come sia finito il suo predecessore, la situazione clinica si presenta in stallo con lievi peggioramenti, di per sé non troppo preoccupanti, ma che hanno già decretato tutta una serie di limitazioni a cui non potrò sottrarmi nella gestione delle vacanze, e questo di sicuro non favorisce un miglioramento dell’umore.

Il protrarsi di questa situazione, però, ha finito col darmi l’ennesimo scossone. Dopo aver trascinato l’AnarcoSocio a vari eventi letterari, spalmati su due regioni e diversi fine settimana consecutivi, sono passata al livello successivo, iscrivendomi per la prima volta a ben due seminari, i cosiddetti “workshop”: uno di scrittura creativa e uno di traduzione editoriale. Cominciare a frequentare sul serio l’ambiente e le persone del mestiere mi sembra un buon passo con cui iniziare il mio cammino verso un cambiamento concreto.

Con mio stesso stupore sto iniziando ad apprezzare luoghi naturali non proprio nelle mie corde. Da sempre amante dell’ipnotico sciabordio delle onde marine, sto poco a poco scoprendo il piacevole effetto rilassante del silenzio delle montagne. Taccuino sempre alla mano, mi lascio sorprendere da quello che il “mondo là fuori” ha da offrirmi: paesaggi, scorci di borghi storici, fotogrammi di vita quotidiana. Osservo tutto con l’avida curiosità di una bambina, cercando di non dare mai nulla per scontato e di scorgere la bellezza anche nei dettagli più semplici e, all’apparenza, insignificanti.

Sto imparando che ogni singolo istante è prezioso e che sapersi prendere il proprio tempo è fondamentale per vivere davvero. È una lezione che, molto spesso, si apprende a caro prezzo, ma che, alla fine, vale la pena di imparare.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tu sei una favola!


 

Un bicchierone di latte macchiato, un caffè americano fumante e una curiosa chiacchierata con l’AnarcoSocio sulle conseguenze della discriminazione di genere sul lavoro.

Si ragionava su quanto le donne, costrette da retaggi culturali inamovibili a fare molto più degli uomini per ottenere un trattamento lavorativo paritario, finiscano per diventare acide arpie senza cuore.
L’aspetto bizzarro è che, in genere, questo atteggiamento viene riservato alle altre donne, quasi mai ai colleghi uomini. L’ipotesi che ne è uscita più accreditata è stata quella di una sorta di “guerra fra poverE”, che cercano in qualche modo di emergere nel contesto delle loro ‘pari’, ben consapevoli che provare a fare altrettanto rispetto alla controparte maschile sarebbe una battaglia persa in partenza.

Parlando, mi è tornato in mente l’ultimo cartone animato visto, davvero bellissimo: “Ballerina”.
Una coppia di amici inseparabili, una femmina e un maschio, entrambi orfani, scappano a Parigi nella speranza di realizzare i propri sogni. Alla fine, fra i due, è lei quella che ce la fa, grazie a un’incrollabile determinazione.

Tralasciando la riflessione femminista da cui questo post è nato, vorrei concentrarmi sul messaggio che questo fantastico cartone animato trasmette.
A differenza delle eroine di molti suoi predecessori, forse perfino più gettonati, la protagonista è una ragazzina “normale”, solo un po’ fantasiosa e molto intraprendente. Niente fate, animaletti prodigiosi o magie varie, solo tanta buona volontà e un’incredibile voglia di farcela, condite da qualche momento di debolezza e dall’umanissima tendenza ad approfittare di eventuali circostanze favorevoli, a volte perfino al costo di commettere qualche piccola scorrettezza.

Un invito, semplice ma efficace, a non arrendersi, a lottare per ottenere ciò che si desidera davvero, a scegliere il sentiero indicato dall’istinto, a credere sempre e innanzi tutto in sé stessi, a fare appello alla propria passione quando niente sembra andare per il verso giusto.
Un insegnamento prezioso per grandi e piccini, basato su quel principio di meritocrazia tanto oscuro all’epoca in cui viviamo, ma in cui non voglio smettere di credere.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Eight Days a Week

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Si è conclusa ieri, 21 settembre 2016, la proiezione del film-documentario «Eight Days A Week – The touring years», con cui Ron Howard ha scelto di rendere omaggio alla più grande band di tutti i tempi: The Beatles.

Da che parte cominciare?
Forse dall’immenso rimpianto di non essere vissuta negli anni ’60, quando la musica era più vissuta e meno monetizzata, sia per chi la faceva che per chi l’ascoltava.
Questo non toglie che i grandissimi nomi abbiano fatto soldi a palate, ma il prezzo da pagare era molto più alto di quanto non sia oggi, epoca in cui i “musicisti”, o sedicenti tali, riescono a guadagnare soldi perfino con un semplice e banale click del pubblico.

È stato curioso sentire persone che hanno avuto modo di ascoltare i Beatles “in tempo reale”, lamentarsi perché il film era in inglese con sottotitoli in italiano.
È vero che i sottotitoli attirano lo sguardo distraendolo dall’immagine, ma è vero anche che a me non era neanche passato per la testa che potesse essere doppiato.

Purtroppo non ho mai avuto la buona abitudine di approfondire la biografia dei musicisti che ascolto, lo faccio di rado perfino con gli autori che leggo, quindi figuratevi. Questo documentario, però, è stato un’esperienza commovente, un viaggio nel tempo di due ore e un quarto, un salto indietro di oltre 50 anni che mi ha catapultata in una realtà che mi ha conquistata.
Io, che nel mondo odierno mi sento sempre un po’ fuori luogo, ho scoperto che è esistito un periodo, fra l’altro neanche così lontano, in cui il mio essere alienata a causa di passioni più o meno condivise dalle masse, sarebbe stato la “normalità”. Un periodo in cui l’aspirare a fare della propria arte un’attività a tempo pieno non era visto come un’infantile e idealista utopia.

È stato interessante sentir svelare le origini autobiografiche di alcune canzoni e scoprire di più sulle personalità dei “Fab Four” di Liverpool, al punto che mi sono vergognata a morte dell’immensa ignoranza in cui galleggiavo quando, ragazzina in vacanza studio, mi è capitata la fortuna di visitare il museo loro dedicato proprio a Liverpool.

Con questo film Ron Howard non ha voluto celebrare l’immensa fama dei Beatles, ma ha voluto mostrare quali conseguenze questa fama abbia avuto sulle loro vite, personali e artistiche.
Venticinque concerti in trenta giorni, attraverso tutti gli Stati Uniti. Nella famosissima esibizione allo Shea Stadium di New York City, con 56.000 spettatori in delirio, i visi sono tirati, gli occhi stanchi, nonostante l’evidente sforzo per continuare a sorridere. Il grido d’aiuto di John Lennon nella canzone “Help!” mi ha colpita come un pugno allo stomaco.
La sensazione che ho provato io è stata che un sogno può spiccare il volo, ma se vola troppo in alto e troppo in fretta, non ti lascia il tempo di abituarti all’improvvisa mancanza d’ossigeno, finendo per soffocarti.

È stato davvero tremendo sbattere il naso contro il fatto che anche le aspirazioni più genuine, una volta realizzate, possono trasformarsi da inesauribili forze motrici a inarrestabili schiacciasassi che ti travolgono, annientandoti sotto il loro insostenibile peso.

Mi ha fatto riflettere parecchio sulla fase che sto vivendo.
Su quanto io mi stia perdendo il bello del viaggio perché troppo concentrata sulla meta, senza alcuna certezza che, se mai la raggiungerò, si riveli come io mi ostino a immaginarla.

 

E proprio con quel grido vorrei chiudere questo post, perché rimanga a monito dell’estrema delicatezza con cui sarebbe opportuno maneggiare i sogni.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio…
…magari con della buona musica!

 
 

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