Articoli con tag: Stanchezza

Un pezzo alla volta.

 

Graduali prese di consapevolezza che, oggi, fanno male, ma forse, domani, si riveleranno provvidenziali.

Lenta e faticosa comprensione del fatto che i problemi del corpo vanno risolti innanzi tutto nella testa.

Poi una canzone, rimasta chiusa in un CD comprato sei mesi fa e ascoltato per la prima volta solo la settimana scorsa, mi si è piantata in testa.

In quattro minuti e una manciata di secondi ho ritrovato tutte le sensazioni che mi tormentano in questo periodo, descritte con parole che rendono alla perfezione quello che io cercavo di esprimere ormai da settimane, senza riuscirci.

All’inizio volevo mettere in grassetto le parti in cui riconoscevo me stessa e tutte le emozioni a cui sto soccombendo, poi ho pensato che sarebbe stato meglio mettere in evidenza i buoni propositi che, per l’ennesima volta, stanno tentando di insinuarsi nelle spesse mura del ‘sepolcro’ di frustrazione in cui mi sono blindata.

Alla fine, non ho saputo decidere quale delle due cose fosse più importante, così ho scelto di usare i colori: uno per le emozioni e un altro per i buoni propositi, così che nulla restasse escluso.

 

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà

Ora che sei un’emozione scaduta
Ora che sei una certezza tradita
Ora che sei un’ambizione svenduta
Chiuso nel tuo sepolcro

Quello che avevi oggi non vale più
Hai studiato, creduto, lottato e sofferto
C’era un sorriso negli occhi che non c’è più
Col futuro qualcuno ha giocato d’azzardo

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà

Ora che sei una protesta ammaestrata
Ora che sei una carezza svogliata
Ora che sei una speranza piegata
Chiuso nel tuo sepolcro

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta

Se ci hai creduto oggi c’è un più
Hai discusso sprecato amato ed offerto
C’è un’ipoteca anche sulla tua dignità
Nel crudele silenzio delle notti insonni

Alzati e cammina
Per scoprire di essere vivo come non mai

Lazzaro Stamattina
E resuscita un pezzo alla volta la volontà
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta
Un pezzo alla volta

C’era un volta ora non c’è più
Mentre l’unica cosa che resta davvero sei TU

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Perversi Parallelismi.

comandante-auschwitz

 

Trovo doveroso iniziare questo post con una premessa.
Le elucubrazioni mentali che seguono non si permettono in alcun modo di paragonare in modo serio la situazione descritta a quanto letto nell’autobiografia di Rudolf Höss.

Detto questo…

Innanzi tutto due parole sul libro.
Può sembrare bizzarro che Primo Levi abbia scritto la prefazione per l’autobiografia di uno dei personaggi più noti del genocidio nazista, ma non è così: leggendola appare subito chiaro che nessun altro avrebbe potuto scrivere una prefazione migliore a questa fondamentale testimonianza storica.

Di seguito ne cito giusto uno stralcio:

 

Di solito, chi accetta di scrivere la prefazione di un libro lo fa perché il libro gli sembra bello: gradevole da leggersi, di nobile livello letterario, tale da suscitare simpatia o almeno ammirazione per chi lo ha scritto. Questo libro sta all’estremo opposto. È pieno di nefandezze raccontate con una ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura opprime, il suo livello letterario è scadente, ed il suo autore, a dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual è, un furfante stupido, verboso, rozzo, pieno di boria, ed a tratti palesemente mendace. Eppure questa autobiografia del Comandante di Auschwitz è uno dei libri più istruttivi che mai siano stati pubblicati, perché descrive con precisione un itinerario umano che è, a suo modo, esemplare: in un clima diverso da quello in cui gli è toccato di crescere, secondo ogni previsione Rudolf Höss sarebbe diventato un grigio funzionario qualunque, ligio alla disciplina ed amante dell’ordine: tutt’al più un carrierista dalle ambizioni moderate. Invece, passo dopo passo, si è trasformato in uno dei maggiori criminali della storia umana.
A noi superstiti dei Lager nazionalsocialisti viene spesso rivolta, specialmente dai giovani, una domanda sintomatica: com’erano, chi erano «quelli dall’altra parte»? Possibile che fossero tutti dei malvagi, che nei loro occhi non si leggesse mai una luce umana? A questa domanda il libro risponde in modo esauriente: mostra con quale facilità il bene possa cedere al male, esserne assediato e infine sommerso, e sopravvivere in piccole isole grottesche: un’ordinata vita famigliare, l’amore per la natura, un moralismo vittoriano. Appunto perché il suo autore è un incolto, non lo si può sospettare di una colossale e sapiente falsificazione della storia: non ne sarebbe stato capace. Nelle sue pagine affiorano bensì ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, tentativi di abbellimento, ma sono talmente ingenui e trasparenti che anche il lettore più sprovveduto non ha difficoltà ad identificarli: spiccano sul tessuto del racconto come mosche nel latte.
Il libro è insomma un’autobiografia sostanzialmente veridica, ed è l’autobiografia di un uomo che non era un mostro né lo è diventato, neppure al culmine della sua carriera, quando per suo ordine si uccidevano ad Auschwitz migliaia di innocenti al giorno. Intendo dire che gli si può credere quando afferma di non aver mai goduto nell’infliggere dolore e nell’uccidere: non è stato un sadico, non ha nulla di satanico (qualche cosa di satanico si cglie invece nel ritratto che egli traccia di Eichmann, suo pari grado ed amico: ma Eichmann era molto più intelligente di Höss, e si ha l’impressione che Höss abbia prese per buone certe vanterie di Eichmann che non reggono ad un’analisi seria ). È stato uno dei massimi criminali mai esistiti, ma non era fatto di una sostanza diversa da quella di qualsiasi altro borghese di qualsiasi altro paese; la sua colpa, non scritta nel suo patrimonio genetico né nel suo esser nato tedesco, sta tutto nel non aver saputo resistere alla pressione che un ambiente violento aveva esercitato su di lui, già prima della salita di Hitler al potere.

 

Dal libro emerge come Rudolf Höss altro non fosse che un inetto, incapace di pensare con la propria testa e per questo dedito al cieco adempimento di qualunque ordine ricevesse da un’autorità superiore.
Difficile, se non impossibile, comprendere come un essere umano possa essere tanto insignificante. Tremendo, ma invece comprensibilissimo, il fatto che proprio nelle mani di un individuo simile sia stato riposto il comando del più tristemente famoso campo di concentramento nazista: Auschwitz.
La sua ottusa obbedienza, perfino a fronte di incarichi di cui non condivideva obiettivi e mezzi, ne ha fatto il sottoposto perfetto, un ecellente burattino animato dalle abili quanto crudeli dita di Hitler e dei suoi fedelissimi.

Proprio di questi giorni è il “caso-scandalo” del quotidiano che ha proposto, come allegato gratuito, il Mein Kampf di Adolf Hitler.
Io, ad esempio, non ho problemi a dire di averlo acquistato.
Capisco lo sdegno dei più, ma non sono del tutto contraria alla posizione di chi, sostenendo la propria scelta, l’ha motivata dicendo che si debbano conoscere a fondo le origini di certi fenomeni per evitare che si ripetano, soprattutto alla luce dell’attuale clima di posizioni estreme e di terrore generale che si sta diffondendo a livello globale.

 

Dopo questa riflessione, ragionata e sentita, allenterei un attimo la tensione passando all’immagine cretina che si è formata nella mia mente dopo aver letto questo libro.
Ribadendo che il pragaone non si permette in alcun modo di ritenersi serio, sono giunta alla conclusione che, partendo dall’ottica perversa di Höss, il mio ufficio ha un che del campo di concentramento.

C’è un vecchio pazzo a capo di tutto.
Intorno al vecchio pazzo una cerchia di “eletti e fidatissimi” che, in buona parte, sono affetti dalla stessa follia in modo ormai irreversibile.
Seguono coloro che “eseguono gli ordini”, indipendentemente dal fatto che li condividano o meno, un po’ come Höss, per pura devozione al vecchio pazzo o, per come la vedo io, per il quieto vivere dato dall’evitare lo scontro con lui.
Chiudono la fila quelli a cui non resta altra alternativa che obbedire agli ordini dei superiori quieto-viventi, sempre sostenuti dalla speranza, un giorno, di trovare la via per la libertà al di fuori del “campo”.

Come già detto, sono consapevole che il paragone non abbia possibilità alcuna di “stare in piedi”, sarebbe una pretesa eccessiva che l’avesse.
La mia intenzione, però, è quella di focalizzare l’attenzione su quanto dannose siano, ancora oggi, persone come Höss. Persone “mediocri”, per usare il termine scelto da Moravia nell’articolo che si trova a commento del libro, persone anonime che si adagiano nelle scelte che altri, più carismatici, fanno per loro. Con questo non voglio dire che le gerarchie non esistano o non contino, e nemmeno che non vadano rispettate, ma un conto è non sconfinare dal proprio ruolo, ben altro è annichilirsi al punto di rinunciare a ciò che si è e a ciò che si pensa.

Gli inetti di Levi, gli ignavi di Dante, i mediocri di Moravia: queste sono le persone da cui germoglia la frustrazione dei disadattati, di coloro che, pur aperti al confronto in nome della crescita, a rinunciare a se stessi non ci pensano proprio, e cadono in una passività obbligata, dettata dall’istinto di soprevvivenza, unica alternativa all’omologazione quando l’insurrenzione non è attuabile.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #15

дождь-pioggia

 

Domenica 29 Maggio 2016. Ore 17:51.

Fuori dal finestrino le nuvole, nere, sembrano avere enormi fauci, spalancate a mostrare denti aguzzi e minacciosi.
Sento il loro morso straziarmi lo stomaco, mentre non riesco a distogliere gli occhi dal dinamico quadro astratto che i tergicristalli dipingono sul parabrezza con le gocce di pioggia battente.

Ripenso a un tizio sentito in televisione, alla sua riflessione sulla differenza fra le espressioni “voto alle donne” e “voto delle donne”, al potere delle parole, a quanto una semplice preposizione possa cambiare tutto, all’incertezza che mi attanaglia di fronte al mio personale bivio fra “con” e “da”.

Penso alle mie ultime analisi del sangue, peggiorate, e al fatto che, in realtà, non me ne frega niente, perché se è il risultato dell’aver ripreso a vivere un po’, allora mi tengo le analisi schifose e vaffanculo.
Stanca morta per stanca morta, tanto vale divertirsi.

Penso ai nervi delle mie mani, ormai tanto malconci da avermi deformato la grafia, ma non abbastanza da avermi fatto desistere dai miei propositi di scrittura.

Penso a chi guarda dall’alto della sua laurea al basso del mio diploma, ma poi scive “Gli ho salvati”.

Penso al senso di impotenza che mi assale quando andare al cinema da sola mi fa venire gli attacchi di panico, o quando rimugino per settimane sull’andare o meno a un concerto che reputo imperdibile, perché non so se il fisico mi assisterà.

Penso ai muri di gomma contro cui continuo a schiantarmi, magari senza neanche farmi troppo male, ma senza mai neanche riuscire a oltrepassarli.

Penso alla moltitudine di parole vuote e inutili che riesco a vomitare in un giorno, costretta dalle incombenze quotidiane, mentre quelle importanti sono incastrate ormai da mesi fra lo stomaco e la gola.

Penso a dove sono e a dove vorrei essere.
Penso a quello che faccio e a quello che vorrei fare.
Penso a quella che ero, a quella che sono, a quella che vorrei essere, ma che forse non sarò mai.

Penso che il temporale è finito e io non me ne sono accorta, quindi, forse, sarebbe meglio smettere di pensare. Almeno per un po’.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Prospettive.

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Image Credit © VeRA Marte

 

A volte l’unico modo per cambiare le cose è fare lo sforzo, spesso enorme, di cambiare la prospettiva da cui le si guarda.

È proprio questa l’ennesima, assurda impresa in cui ho deciso di imbarcarmi: cambiare prospettiva.
Mi rendo conto che, da circa due anni a questa parte, riesco a mala pena ad arrivare a fine giornata senza cedere all’incombente esaurimento nervoso che mi perseguita, ma il punto sta proprio qui: cambiare approccio o soccombere, al momento non vedo altre opzioni plausibili da poter prendere in considerazione.

Affidarsi al luogo comune del “fare buon viso a cattivo gioco”, confidando nel domani, può essere una strategia interessante, all’inizio, ma col passare del tempo diventa uno stillicidio logorante e letale.
Continuare a darsi da fare è importante, ma ora come ora non è più sufficiente: sarebbe ipocrita sostenere il contrario. Studi per anni, fai pratica, fai la cosiddetta “gavetta” e… niente. Ti fermi lì. Magari, grazie a un qualche cavillo legale, riesci ad accaparrarti un contratto giusto un pochino più degno di questo nome, ma questo è quanto. Non dico che lavorare sia, o debba essere, una festa, ma dovrebbe essere un’attività stimolante, all’occasione anche soddisfacente, una spinta a migliorarsi, a crescere, non una faticosa maratona affrontata giorno dopo giorno solo in nome della necessità, della sopravvivenza.

Il bisogno di cambiamento diventa ‘conditio sine qua non’ per non impazzire, per riuscire a evitare di sacrificare la propria salute fisica e mentale in nome del nulla di fatto più assoluto. Spesso, perché questo non avvenga, il cambiamento deve essere drastico, radicale, meglio ancora se irreversibile, non sia mai che dei ripensamenti si insinuino nella sofferta decisione dopo che è stata presa.

Senza la salute fisica, per l’appunto, non si va da nessuna parte, e questo io lo so fin troppo bene, ma potersi permettere di preservarla dovrebbe essere un diritto, non una strenua battaglia quotidiana. Se poi volessi essere pignola fino in fondo, è dimostrato dalla scienza che livelli eccessivi di stress, soprattutto se protratti per periodi prolungati, possono influire sui livelli ormonali di una persona a tal punto da farla ammalare.
Questo per dire che, al di là dei luoghi comuni, anche un minimo di equlibrio mentale è un requisito indispensabile per non andare a fondo.

Proprio questo minimo indispensabile di equilibrio mentale è quello che vorrei tentare di recuperare con la mia ricerca di nuove prospettive, perché ho già dato di matto, nel senso letterale dell’espressione, almeno un paio di volte, e vorrei evitare di ripetere l’infausta impresa.

Inutile dire che, trattandosi di me, per avere una guida e un sostegno mi sono rivolta ai soli e unici: i libri. Al momento sono in balia di concrete difficoltà fisiche nello scrivere, sia con la penna che con la tastiera, dovute a un’infiammazione dei nervi delle mani, effetto collaterale di un farmaco. Questa frustrante e faticosa circostanza mi aveva spinta a una reazione assurda: perché dare attenzione alle parole degli altri mentre io non riuscivo a scrivere le mie?

La prima “nuova prospettiva” è proprio quella che mi ha fatto superare il rifiuto della lettura: smettere di vedere nelle parole altrui un affronto alla mia attuale difficoltà nello scriverne di mie, per tornare a vedervi un rifugio, l’unico sicuro, l’unico possibile.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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L’Amante di Lenin.

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Di questo amore non si deve sapere
di Ritanna Armeni

Un libro inaspettato, ricevuto in regalo, prescelto come capostipite di una neonata stirpe di libri che si è aggiunta alla mia già imponente collezione: quelli sulla Grande Madre Russia, sulla sua storia, la sua cultura, ma soprattutto sui suoi carismatici e memorabili personaggi e sui suoi affascinanti ed enigmatici intrighi.

Pagina dopo pagina, la scelta si sta rivelando azzeccata.
Inessa Armand, di cui il libro racconta la vita, è stata una donna tutta d’un pezzo che, pur potendo avere qualunque cosa desiderasse, ha sacrificato ogni cosa, perfino gli affetti, in nome della propria ideologia e di quella che lei chiamava “la Causa”.

Conosciuta per essere stata la più famosa e attiva rivoluzionaria e femminista della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia, questo libro focalizza l’attenzione anche sull’altro ruolo di Inessa Armand, quello “scomodo”, quello di amante di Vladimir Il’ič Ul’janov, noto al mondo come Lenin.

L’approfondimento storico è ridotto al minimo indispensabile, forse si dà per scontato che tutti sappiano degli eventi di cui si fa cenno. Il taglio del libro è in prevalenza biografico, ma proprio l’assenza di frequenti e rigorosi dettagli storici fa sì che la narrazione risulti più scorrevole e, almeno per i miei gusti personali, molto più piacevole.

Passando oltre qualsiasi possibile recensione di stile e contenuti, a colpirmi è stata la determinazione di Inessa Armand. Leggere di come questa donna vissuta in tempi, ma soprattutto circostanze di sicuro non semplici, sia riuscita a rimanere fedele a sé stessa, è stato uno scossone.
In un momento in cui lo sconforto stava prendendo il sopravvento, una sferzata d’entusiasmo ci voleva proprio per rimettermi in carreggiata.
Ho ripreso a leggere, a scrivere, ad ascoltare musica, a guardare film, a cucinare, ho mandato una mail alla mia docente per riprendere con gli esercizi e le traduzioni di russo, ho perfino rivisto la mia “tabella di marcia”, nel tentativo di riorganizzare il mio poco tempo libero in un modo un po’ più funzionale.
Mi piacerebbe riuscire a mettermi in testa, una volta per tutte, che gettare la spugna non è fra le opzioni contemplabili: questa è la lezione che spero di aver imparato dal racconto della vita di Inessa Armand.

Non importa se i capelli continuano a cadere, se lo stomaco si rivolta, se la vista traballa, se le mani sanguinano, se il cervello si annebbia, non deve importare. L’imperativo ora è tirare dritto per la mia strada a testa bassa, senza permettere a niente e a nessuno di distrarmi o di intralciare il mio percorso.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Oggi va così… #1

 

Ha il diritto di rimanere in silenzio,
tutto quello che dirà potrà essere usato contro di lei.

 

Con queste famosissime parole da serie televisiva americana, apro una nuova serie di post.

Ci sono momenti in cui non si hanno parole proprie per esprimersi o in cui, nel caso specifico, le parole ci sarebbero anche, ma permeate dal rischio che mi si ritorcano contro in un pericolosissimo effetto boomerang.

Proprio per non impazzire nei momenti di silenzio forzato o di silenzio da mancanza di parole adatte, ho deciso di dare vita a “Oggi va così…”.
Fotogrammi di vita affidati all’arte altrui, qualsiasi sia la sua forma: pittura, musica, fotografia, scrittura…

Non importa quale sarà l’emozione che mi istigherà a far uso di questi “prestiti”, a contare sarà il fatto di esprimerla in qualche modo, così da poterla sfogare senza permetterle di consumarmi, di divorarmi dall’interno, ma senza perderne le tracce, per poterne sempre ricordare gli insegnamenti.

Che lo spettacolo abbia inizio!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Pura e Nobile.

аутоиммунитет-autoimmunità

 

Mi sento in trappola.
Non importa su quale strada io mi incammini, mi ritrovo sempre in un vicolo cieco.
Sempre lo stesso.

Ci sono diverse teorie secondo cui i disturbi fisici, più o meno gravi, che capitano a ognuno di noi, altro non sono che riflessi di quello che ci tormenta a livello emotivo. Più profondo e divorante è il problema, più grave rischia di essere la manifestazione fisica.
Non so se sia vero.
A volte mi dico che sono solo una marea di stronzate, altre invece mi convinco a crederci perché, se davvero fosse così, un bravo terapeuta sarebbe l’elisir di perfetta salute.
Quello a cui preferisco non pensare, considerata l’AnarcoPatia, è quanto enormi e radicati in profondità debbano essere spettri capaci di dare origine a una cosa simile.

Vado avanti per inerzia.
La verità è che non mi frega più niente di niente e che sembra esserci un meccanismo perverso pronto a estinguere sul nascere qualunque scintilla di entusiasmo osi avventurarsi allo scoperto, fuori dalla torbida coltre di calma apparente in cui ho lasciato che si trasformasse la mia vita, non per quieto vivere, ma per imperante apatia.

In questo periodo non c’è una canzone che mi esalti, un libro che muoia dalla voglia di leggere, una ricetta che non veda l’ora di sperimentare, una regola della grammatica russa che mi istighi a volerne sapere di più, un posto in cui non possa fare a meno di andare, e potrei continuare a oltranza…

Incastrata.
Ecco come mi sento.
Come una pillola che si blocca fra la bocca e lo stomaco: fastidiosa e del tutto inutile.

Dopo aver ridimensionato i sogni a più modesti obiettivi da comune mortale, ora sono alle prese con la tappa successiva, quella in cui ci si chiede quale sia la strategia più indolore per sopravvivere al fallimento.
Non sopravvivere a UN fallimento, ma AL fallimento: completo, su tutta la linea.

C’è stata una fase, dopo le dimissioni dall’ospedale, in cui pensavo che il dolore fisico imposto da altri, contro la mia volontà, avesse invigliacchito il mio lato autolesionista. Non c’era più quell’urlo interiore insopportabile che mi esasperava ordinandomi di ferirmi finché non cedevo per sfinimento. La paura suscitata dal ricordo del ricovero annientava del tutto il coraggio che per mesi, anni, era stato il mio più fedele compagno, quello di farmi male da sola, per avere conferma di essere viva. Così ho mandato all’aria la dieta, ho smesso di curare i tagli e gli sfoghi sulla pelle, ho lasciato che malattia ed effetti collaterali della terapia facessero i loro comodi, senza opporre alcuna resistenza: passività e incuria come subdole, codarde forme sostitutive di autoviolenza.

Poi un lampo, ridottosi quasi subito a una piccola lucciola solitaria e sperduta nell’oscurità più fitta.
Una sola parola: AUTOIMMUNE.
Esiste forse un’espressione più pura e nobile di autolesionismo?
Il sistema immunitario diserta, attaccando con ferocia ciò che dovrebbe difendere con stoica determinazione.
Il corpo calpesta tutto, emozioni e razionalità, e si ripudia, si autodistrugge.

Tutto questo è successo in assoluto silenzio, nemmeno un flebile respiro a incrinare l’assoluta immobilità in cui ho cristallizzato l’anima.
La famigerata maschera ben salda sul viso, per scongiurare il rischio che l’altrui morbosa curiosità scalfisca la liscia e perfetta superficie di impermeabile insensibilità in cui mi sono segregata.

Mi sta bene tutto e il contrario di tutto, perché in realtà nulla fa più la differenza fra buono e cattivo.

Ho rinchiuso il cuore e la mente.
Ho buttato la chiave.
Non avevo previsto che sarebbero riusciti a portarsi nelle loro celle anche l’inchiostro, da sempre unica freccia al mio arco, unica arma con cui combattere i mostri dell’inadeguatezza.

Mi sono rifugiata in un rassicurante limbo di gesti compulsivi e rituali ossessivi di cui solo io conosco il significato e l’immenso potere anestetizzante.

Non provare più niente.
Questo è l’obiettivo.
Mirare senza alcuna esitazione all’egoistica meta dell’autoconservazione, imparando la crudele e spietata arte dell’impassibilità assoluta.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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E tu cammini???

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Sono passati due anni, ma il ricordo è ancora piuttosto vivido.

Il 21 ottobre del 2013 sono uscita di casa convinta di fare l’ennesima visita di controllo, la solita mezz’oretta di inutili e inconcludenti convenevoli medici, per poi prendere il primo treno disponibile col pensiero delle ore che avrei dovuto recuperare.

Quel treno non l’ho mai preso. Il primo treno disponibile è passato circa tre mesi e mezzo dopo.

Nella mia memoria il momento più nitido di quella mattinata è l’ingresso nell’ambulatorio.

 

Reumatologa: Buongiorno!
Io e AnarcoMater: Buongiorno!
R: E la paziente dov’è?
Io: Sono io…
R: E tu cammini??? O.O
Io e AM: o_O…

 

Certo che camminavo, perché mai non avrei dovuto?!
E non solo!
Camminavo, guidavo, prendevo il treno per Milano dal lunedì al venerdì per andare in ufficio e ne prendevo due tutti i sabati per andare dall’AnarcoSocio, mi godevo passeggiate epiche, ballavo come una pazza sotto palco ai concerti, facevo le acrobazie più assurde per far divertire l’AnarcoNipotina.

Il nostro sguardo perplesso non dev’essere passato inosservato, perché Barbie Dottoressa ha deciso di spiegarci il suo stupore.
Guardando le mie analisi del sangue, era convinta di trovarsi davanti una persona vicina alla paralisi totale, pronta per essere spedita di corsa in rianimazione.

E invece no, cara la mia Barbie Dottoressa!
Io a fare la visita ci sono venuta sulle mie gambe, e avrei anche fretta di andarmene al lavoro, che proprio non ho voglia di dovermi fermare troppo al pomeriggio.

Tu saprai anche, per ovvi motivi professionali, che le proteine muscolari CPK non dovrebbero superare il valore di 165, ma il mio corpo non lo sa e, nella sua imperfezione, ha imparato a cavarsela anche con le CPK a 15.272.

Sta di fatto che Barbie Dottoressa mi ha ricoverata d’urgenza.
Così, giusto per precauzione, perché in genere dopo le gambe e le braccia, ai tempi già quasi del tutto inservibili alla facciazza delle millantate incredibili risorse e capacità di adattamento del mio corpo, l’AnarcoPatia sembra abbia il brutto vizio di andare a colpire i muscoli dell’apparato digerente, il diaframma e il cuore.

Fu così che, in un anonimo ambulatorio di un anonimo reparto di reumatologia di un anonimo ospedale di AnarcoLandia, ebbero inizio le mie rocambolesche (dis)avventure.

Sono cambiate davvero un sacco di cose da quella mattina di due anni fa.
Ritrovare un equilibrio è difficile, ma non del tutto impossibile. L’errore da non commettere nel modo più assoluto è escludere l’imprevisto da questo equilibrio, perché con l’AnarcoPatia ogni giorno è davvero un giorno nuovo, imprevedibile e improgrammabile, da vivere un po’ come viene, facendo tesoro di ogni esperienza e cercando di imparare a lasciar scivolare via i momenti brutti per potersi concentrare meglio su quelli belli.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Giornata Mondiale del Malato Reumatico 2015

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Image Credit © VeRA Marte

 

Ieri, 12 Ottobre, si è celebrata la Giornata Mondiale del Malato Reumatico e per la prima volta, dopo quasi due anni, ho deciso di provare a partecipare a un evento organizzato per l’occasione: un’esperienza che non credo ripeterò tanto presto.

Tre ore e mezza di dati, numeri e paroloni, oltre 150 patologie, tutte caratterizzate da un sintomo principale comune: il dolore costante.

Non una parola sull’AnarcoPatia.
Bisogna fare informazione, formazione e prevenzione sulle malattie più diffuse, non resta tempo per parlare anche di quelle rare.

La sala è piena e l’età media dei partecipanti, a occhio e croce, sembra partire dal doppio della mia per poi andare a salire. La cosa mi sconforta abbastanza, ma cerco di non darlo troppo a vedere.
Iniziano gli interventi dei vari specialisti. Ripetitivi per chi e già coinvolto, troppo carichi di nozioni specifiche per chi non lo è, di sicuro interminabili per tutti.
A metà vorrei andarmene, non so nemmeno io se più per il sonno o per la noia, ma mi concentro sul pensiero del piccolo rinfresco in programma a fine evento e porto pazienza.
Dopo un tempo che sembra infinito, i microfoni tacciono. Più di metà delle persone se ne sono già andate, ma tutto sommato questo significa più pizza, salame, patatine e torta al cioccolato da rubacchiare al buffet.

L’AnarcoSocio sfodera 10 € per regalarmi uno dei ciclamini in vendita per la raccolta fondi. Lui non vuole saperne dei 5 € di resto che gli spetterebbero, ma la signora al banchetto vuole saperne ancora meno di accettare dei soldi extra, dato che fatturano ogni singolo euro, così me ne torno a casa con ben due ciclamini. Non ho idea di come si curino, non ho mai avuto il pollice verde, ma sono proprio belli, quindi mi impegnerò a fare del mio meglio.

 

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I miei ciclamini! ^_^
Image Credit © VeRA Marte

 

Per fortuna la serata si è conclusa in tranquillità, una pizza ultra farcita seguita da “Il castello errante di Howl” di Hayao Miyazaki, che mi sono goduta standomene raggomitolata sul divano sotto una coperta con l’AnarcoSocio, che sonnecchiava beato.

Gli ostacoli sono all’ordine del giorno, e pur con tutta la buona volontà non sono sempre semplici da affrontare; le difficoltà che si aggiungono a quelle di per sé inevitabili della quotidianità sono tante, ma ancora adesso, a distanza di quasi due anni dall’inizio di questa (dis)avventura, credo che la cosa più ostica da gestire sia la perversa contraddizione fra la non-abitudine a pensarmi malata e il non riuscire a pensarmi in nessun altro modo.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Io e i Buoni Propositi. #8

buoni-propositi

 

In questo periodo mi sono trovata spesso a chiedermi se il dover ritentare di continuo a riprendere in mano le redini della mia vita sia segno di fallimenti e inconcludenza costanti o di determinazione e buona volontà abbondanti.

È difficile rispondermi, così sono passata oltre, dedicandomi all’ennesimo tentativo.
Forse il problema vero è che, quando mi ci metto, vorrei fare millemila cose tutte insieme e il risultato è che mi ritrovo stanca morta dopo pochi giorni senza riuscire a concluderne nessuna.

Innanzi tutto, sarebbe bene ricominciare a prendermi cura del mio povero corpo. Non parlo certo di una “ristrutturazione” in grande stile, mi riferisco alle piccole cose, come smettere di scarnificarmi le dita divorando le pellicine, ricominciare a fare una pulizia del viso come si deve almeno 2/3 volte al mese o riesumare la buona abitudine della crema su gambe e spalle martoriate dagli sfoghi da farmaci.

Cura del corpo traditore a parte, dovrei decidermi a scegliere su quale delle mie infinite passioni concentrarmi sul serio, essendo ormai palese che non sono in grado di coltivarle tutte in simultanea.

Abbandonare il russo sarebbe deleterio, soprattutto dopo tutta la fatica fatta finora, ma quest’anno fra i corsi che ancora non ho frequentato c’è ben poco che risponda all’indirizzo che vorrei dare a questa mia competenza. In più i ritmi legati ai corsi in questione sarebbero abbastanza pesanti per il suddetto traditore, quindi sono un po’ demoralizzata. Al momento confido nella disponibilità di una docente per organizzarmi in modo alternativo, ma si vedrà…

La scrittura, come testimoniano parecchi post precedenti, mi manca, ma anche quella richiede tempo ed energie che non sempre so dove andare a pescare.
Non solo mi piacerebbe riuscire a essere un po’ più costante col blog, sarebbe bello anche riprendere con i racconti.
Nonostante ormai siano passati 5 anni, l’emozione di vedere il mio nome nero su bianco su un libro, un libro vero, continua a essere una delle più belle e travolgenti che abbia mai provato.

A chiudere la “Top 3” ci sono i dolci.
Quanto è rilassante sfornare biscotti con i disegnini per i nipotini o inventarsi decorazioni fantasiose e personalizzate per i dolci di compleanno?!
Devo davvero ripetermi?! Secondo me sappiamo tutti che cucinare richiede, a sua volta, tempo ed energie.

Per scrivere questo post, ad esempio, ho saccheggiato la batteria del cellulare “approfittando” dell’ennesimo, spaventoso ritardo dei treni. Questo, però, ha comportato che il libro di russo rimanesse ben chiuso nella borsa, invece che ben spalancato davanti ai miei occhi.

A tutto questo si aggiunge il fatto che quest’anno ho letto davvero pochissimo, almeno per i miei standard, e che una passeggiata, un cinema, una pizza o una merenda, soprattutto nei fine settimana, sono d’obbligo, giusto per riprendere fiato e non impazzite del tutto.

Insomma, un gran casino…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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