Articoli con tag: Vita da Pendolare

Un lunedì mattina… bollente!

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Image Credit © VeRA Marte

 

La mia settimana è iniziata così, e credo che questo la dica lunga sullo stato in cui potrei versare ora di venerdì…

Non ricordo nemmeno più l’ultima volta che mi sono “ubriacata” di caffè americano, ma credo si possa parlare in termini di anni.
La speranza era che il beverone mi aiutasse a carburare, ma non è stato così.
Rimbambita per essere stata costretta a prendere il treno prima, ho pensato bene di completare l’opera dandomi a commissioni varie e finendo per tornare col treno dopo.

Lo so, lo so, si tratta di una sola ora aggiunta alla mia giornata milanese, ma di lunedì, col torpore del fine settimana ancora addosso, ogni singolo minuto in più può essere davvero traumatico, figuriamoci un’ora.

Mi spiego meglio…
Come accennavo, stamattina la logistica famigliare mi ha imposto il treno prima, così ho pensato di approfittare del motruoso anticipo per passare da Arnold Coffee a fare rifornimento di caffè americano, nella ferma convinzione che fosse l’unico modo per sopravvivere al lunedì mattina.
Entro. Quasi non ci credo quando mi accorgo che la cassa è già libera.
Mentre il mio cervello fatica a mettersi d’accordo con se stesso su una questione di importanza vitale, “medio o grande?”, una cassiera tanto arzilla da sembrare fatta di anfetamina mi accoglie, con uno squillantissimo e rumorosissimo “Buongiorno!”.

 

Con le monetine già in mano, mi concentro per scandire bene: «Buongiorno a te! Vorrei un caffè americano grande da portar via, grazie.».

Prima domanda a tradimento: «Caldo?».

Io: *Rispondi, puoi farcela!*
«Ehm… Sì, caldo, grazie…»

Lei: «Se vuoi, con la bevanda grande, puoi avere anche la mug di Arnold a 4 euro…»

Io: *La cosa??? Mi guardo intorno smarrita, seguendo la direzione verso cui ha fatto un cenno col il mento.*
«Ah, la mug… Ehm… Non saprei… Più che altro non ho dove metterla e avrei paura di romperla… Va beh, dài, la prendo! Per il trasporto m’inventerò qualcosa…»

Lei: *Mi fa lo scontrino, prende i soldi e mi saluta mettendomi in una mano un saccheto che, di mug, avrebbe potuto contenerne almeno 10, e nell’altra un bicchierone da mezzo litro di caffè americano a temperatura lava vulcanica.*

 

Insomma, alla fine ho raggiunto il mio scopo: svegliarmi!
Peccato che io contassi sulla caffeina, non su un’ustione di terzo grado al palmo di una mano…

Il lato positivo di questo allegro siparietto mattutino è che ora ho una fantastica tazzona, la mitologica mug per l’appunto, con il bellissimo logo di Arnold Coffee.

Che altro dire? L’ennesimo lunedì è andato, speriamo che il prossimo sia un po’ meno… “scottante”!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questióne d’Accènto. #5

accento-ударение

 

Da due settimane sono tornata allo sfinente tran tran da pendolare, e la non-frequenza con cui ho ripreso a non-occuparmi del blog è una delle conseguenze più evidenti.

Troppo stanca per rimettermi al computer quando rientro a casa, troppo indaffarata a sbrigare l’utile, l’inevitabile, l’indispensabile per dedicarmi al dilettevole, troppo attenta a non dimenticare nulla di fondamentale per riuscire a concentrarmi sul blog.

Per la vostra gioia, però, l’appuntamento del giovedì con i malefici accenti mi sono ripromessa di impegnarmi a mantenerlo, almeno questo.

Questa settimana non ho scelto alcun tema, perché a ispirarmi ci ha pensato l’AnarcoSocio.
Di recente mi è capitata l’occasione di regalargli un libro che voleva: “Divoràti” di David Cronenberg.
Il dubbio è sorto quando, non sapendo assolutamente nulla del libro in questione, e quasi nulla dell’autore, mi sono ritrovata alla cassa, senza sapere se dovessi chiedere una copia di “Divòrati” o “Divoràti”: per me quasi un dielmma esistenziale.

Essendo questa una faccenda con cui metto spesso alla prova la pazienza dell’AnarcoSocio, ho pensato che sarebbe stato carino trarne anche un post. Oggi, dunque, ho deciso di stressarvi l’animo con gli omografi.

Cosa sono?
Cercando di essere il più breve possibile, il concetto di omografo descrive due vocaboli che, seppur scritti nello stesso modo, sono caratterizzati da un diverso accento, che comporta una differenziazione nel significato della parola stessa.

Gli omografi si suddividono in due gruppi principali:

  1. Parole scritte nello stesso modo, con accento tonico che cade su due vocali diverse.
  2. Parole scritte nello stesso modo, con accento tonico che cade sulla stessa vocale, ma che si presenta nelle due diverse varianti, acuto e grave.

Prendendo spunto dall’episodio del libro per l’AnarcoSocio, ho scelto di iniziare parlando degli omografi appartenenti al primo gruppo.

Eccovi degli esempi:

Àbitino → da abitare
Abitìno → da abito (abbigliamento)

Bàcino → da baciare
Bacìnoossa del bacìno

Càpitano → da capitare
Capitànocomandante

Dècadeserie di dieci anni; e aperta
Decàde → da decadere

Lèggeredare lettura; e aperta
Leggèrelievi; e aperta

Nòccioloparte di un frutto; o aperta
Nocciòlopianta; o aperta

Òccupati → da occuparsi; o aperta
Occupàtiimpegnati

Pàgano → da pagare
Pagànonon cristiano

Regìadirezione artistica
Règiareale; e aperta

Séguito → da seguitare; e chiusa
Seguìto → da seguire

E anche per questa settimana eccovi servita un’ottima ragione per ricoprirmi di improperi… Ihihih!!!

A giovedì prossimo!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Menù del Giorno.

 

Ci sono voluti febbre alta e un principio di bronchite perché, di nuovo costretta al riposo in casa, io riuscissi a trovare il tempo per un post.

Il mio menù del giorno prevede:
– 13 pastiglie
– due fialette
– una bustina
– varie e abbondanti spalmate di pomata balsamica

La ripresa non sta affatto andando come mi ero prospettata.
Non sto spaccando il mondo come mi auguravo di fare negli ultimi, (fin troppo) ottimisti post pre-rientro, anzi, ancora una volta è la vita che sta massacrando me.
Che poi, quale vita?
Quella “nuova”, che mi aspettavo più complicata, ma tutto sommato accettabile, si sta rivelando non-vita.
Avevo deciso che il “dovuto” non avrebbe più preso il sopravvento sul “voluto”, e in un certo senso forse sta anche andando così, ma solo perché è cambiato l’attore che recita questo ruolo. Prima il dovuto erano gli obblighi di tutti i comuni mortali, primo su tutti il lavoro, ora il dovuto è quello medico e non è un dovuto che posso declassare sulla scala delle priorità. Così, una volta fatto tutto ciò che la gestione della mia routine farmacologica quotidiana richiede, le mie 24 ore sono finite. L’unica cosa che riesco ancora a fare è leggere un po’ sul treno del ritorno, perché all’andata ne approfitto per recuperare un po’ di sonno.

Ero convinta che tornare in superficie, riemergere dall’abisso che mi stava inghiottendo, mi avrebbe aiutata, invece mi sento come se una sorta di onda anomala mi avesse scaraventata da una piccola baia al riparo dalle correnti, dove però già faticavo a stare a galla, all’oceano aperto, con tutti i rischi e pericoli che questo comporta.
Sveglia alle 5:30 per scaldare i miei vari pasti dietetici preconfezionati e infilarli nei thermos.
Treno pendolari all’ora di punto conciata come se stessi andando in campeggio per una settimana.
Metropolitane inaccessibili per chi ha un equilibrio precario e la necessità di riuscire a incamerare aria che non provenga dagli scarti respiratori di centinaia di estranei.
Scale mobili che erano “in riparazione” da mesi già prima del mio ricovero. Non so se nel frattempo siano tornate in attività per poi arrendersi di nuovo, sta di fatto che non funzionano, e che a quelle che io ricordavo se ne sono aggiunte altre.
Persone che scorrazzano senza guardare dove vanno, schiantando i loro trolley contro Miss Gamba che, fra l’altro, è reduce da nuove mirabolanti disavventure di cui non ho avuto tempo per raccontare.
L’ufficio che continua a essere il malsano cantiere di sempre, continuando ad alimentare il dubbio che proprio qualche schifezza respirata lì dentro possa essere fra i principali candidati a fattore scatenante che ha risvegliato l’AnarcoPatia.
L’assoluta incapacità, con rincaro di mancanza di voglia, di correre. Il segnale che la vita mi ha inviato riguardo al fatto che dovessi rallentare è stato fin troppo eloquente, quindi ora mi guardo bene dal forzare troppo i ritmi, in qualunque cosa io mi trovi ad affrontare.
Il ritorno a casa, di sicuro meno caotico dell’andata, durante il quale riesco a concedermi ben 45 minuti per me, per leggere, scrivere, pensare o fare qualunque altra cosa sia fattibile in treno.
Una volta a casa ci sono tutti i thermos da lavare, ché quei materiali lì non vanno in lavastoviglie e, appena è tutto pulito, si prepara tutto da capo per il giorno dopo.
Ri-allestito il circo culinario per il dì seguente, è già ora di cena. Mangio, se così si può dire, e mentre aspetto l’orario dell’ultima pastiglia rifornisco il portapillole, controllo la batteria del lettore mp3 e preparo i vestiti puliti, dopo di che collasso, nel migliore dei casi sulla poltrona, che a volte almeno ci provo a stare sveglia un po’ di più se c’è un film che mi interessa, se no direttamente a letto.
In tutto ciò, per mero amor di cronaca, ancora non ho ripreso a guidare, quindi continuo a dover dipendere dagli altri per qualunque spostamento superi le mie, ancora ridotte, autonomie pedonali.

Non male, vero?!
Vorrei proprio scambiare due chiacchiere con chi sosteneva, e continua a sostenere che, pastiglie a parte, la mia vita sarebbe tornata tale e quale a prima. Vorrei proprio raccontare a queste care persone quanto poco sia rimasto della mia vita, quanto più frustrante sia già riuscita a rivelarsi questa nuova variante, nonostante conti appena poche settimane di vita contro i 29 anni di quella che mi sono dovuta lasciare alle spalle.
Vorrei sapere da loro dove sta la normalità nel non potermi bere un cappuccio con brioche a colazione o nel non potermi ordinare una pizza con una birra media il sabato sera. Vorrei sapere dove sta la normalità nel non poter schiodare gli occhi dall’orologio nemmeno nel fine settimana e nell’avere il proprio tempo scandito e vincolato dai farmaci. Vorrei sapere dove sta la normalità nel terrore di prendere un banale raffreddore di stagione, dato dal sapere che mi ci vorrà come minimo il doppio del tempo a guarire perché i farmaci che già prendo mi annientano il sistema immunitario. Vorrei sapere dove sta la normalità nel dover passare due giorni al mese in ambulatori vari per “monitorare” l’AnarcoPatia. Vorrei sapere dove sta la normalità nell’avere (quasi) 30 e sentirmi sempre addosso la stanchezza di un’ottantenne, per di più acciaccata. Vorrei sapere dove la normalità nel non poter fare, tuttora, la riabilitazione post intervento e quindi nell’avere una gamba che fa quel che vuole, facendomi deambulare come se fossi rimasta storpia. Nulla contro chi, purtroppo, lo è, anzi, avete tutta la mia comprensione, ma il mio malanno è già un altro, se riuscissi a evitare almeno gli extra evitabili non è che mi dispiacerebbe. Vorrei sapere dove sta la normalità nello stare a guardare una tabella di marcia dietetico-farmacologica che si divora il mio tempo, non lasciandomene neanche uno scampolo per dedicarmi alle poche cose che davvero hanno ancora il potere di farmi sorridere. Vorrei sapere dove sta la normalità nell’avere in corpo talmente tante schifezze chimiche da non avere più alcun controllo nemmeno sulle emozioni e sull’umore.
E queste sono solo alcune delle circostanze in cui non riesco più a vederla, la normalità, alcune delle più stupide e banali, perché pensare a quelle serie fa troppo male.

La verità è che questa nuova “vita” fa schifo.
La verità è che, pur continuando a non voler fare la vittima, la differenza fra essere malati e non esserlo c’è eccome, altro che patologie “modulabili” con farmaci che le rendono “assolutamente gestibili”.
Balle! Un’enorme, infinita camionata di balle!
Ancor di più quando è il tuo stesso corpo a rivoltartisi contro, a costringerti a bombardarlo per evitare che ti/si faccia altro male, che ti/si autodistrugga.
È devastante: questa è la verità.

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Ora tutto, tutto deve cambiare.

 

FEDE NELLA PRIMAVERA

Le dolci brezze si sono risvegliate
Spirano e sussurrano giorno e notte;
Si muovono ovunque.
Oh aria fresca, oh nuovo suono!
Ora, povero cuore, non temere,
Ora tutto, tutto deve cambiare.

Il mondo diventa più bello ogni giorno,
Non si sa cosa diventerà.
La fioritura non accenna a finire
Fiorisce anche la valle più lontana e profonda.
Ora, povero cuore, dimentica il tuo tormento.
Ora tutto, tutto deve cambiare.

– Ludwig Uhland –

 
 

I cambiamenti obbligati iniziano a palesarsi in tutta la loro importanza e non so quanto mi ci vorrà per abituarmici.
Le normali attività del quotidiano richiedono impegno doppio. Non posso decidere che non ho voglia di prepararmi il pranzo e, magari solo per un giorno, prendermi un panino, e non posso limitarmi a “farne un po’ di più” quando cucino la sera, perché il mio menù prevede portate diverse per mezzogiorno e sera.

Nell’attesa che la dieta veda la parola “FINE” e il peso si stabilizzi, ho reputato inutile rifare ora il guardaroba, anche considerando che la stagione va a finire, quindi coi vestiti mi arrabatto come posso, cercando di non coprirmi troppo né troppo poco. Faccio del mio meglio per non sembrare un clown, dato che buona parte dei pantaloni mi va larga e sto prendendo confidenza con le nuove scarpe da combattimento: stringhe, in modo da regolarle a seconda di come stanno le gambe la mattina, impermeabili, con l’imbottitura per tenere caldo e, inutile dirlo, senza tacchi.

Da non credere! Nella mia borsa c’è UN SOLO libro. Ahimè, non sono riuscita a mantenere il proposito di evitare quelli con la copertina rigida, ma solo perché ormai avevo iniziato a leggerlo. Finita la lettura in corso, però, ho già pronta una delle mie tante, amate liste, piena di libri interessanti e… in brossura!

Con la scrittura sto un pochino latitando, lo ammetto, ma non ho ancora preso il nuovo ritmo e in treno, dopo massimo quindici, venti minuti, mi addormento. La cosa buona è che quei pochi minuti sono sufficienti almeno per mettere a fuoco la pianificazione di alcune ideuzze che se ne vanno a spasso per la mia testa da qualche settimana e che, poco alla volta, sembra stiano prendendo forma. Così programmo, abbozzo, progetto, schematizzo, nell’attesa di metabolizzare i nuovi bioritmi al punto da riuscire a reincastrarci anche il tempo per scrivere come si deve. Per ora mi è riuscito solo di ridurre ai minimi termini anche il peso del mio kit da scrittura portatile, ma chi lo sa, magari prima o poi dai miei vaneggiamenti verrà fuori qualcosa di buono. Di sicuro non mi manca l’entusiasmo, e credo che già questo sia un buon punto di partenza.

Sono passati solo tre giorni, eppure una cosa mi è già ben chiara: qualcosa è cambiato, e molto deve ancora cambiare.
Io sono cambiata. E anch’io devo ancora cambiare parecchio.
Per me stessa, per la mia serenità, perché ho imparato a rimettere in ordine le priorità e sto cercando di imparare anche a dare alle cose il giusto peso, quello che davvero gli spetta.
Non mi aspetto che sia semplice, anzi, so per certo che non lo sarà, ma come mi ha fatto notare una persona, sarebbe stupido arrendersi proprio ora, quindi stringo i denti e vado avanti.
Non ho idea di dove porti questa nuova strada che sono stata in qualche modo costretta a imboccare, ma per il momento io mi limito a camminare, con calma, un passo alla volta, un giorno alla volta, e a godermi i panorami che questo nuovo viaggio ha da offrirmi e le lezioni che ha da insegnarmi.

 
 

Buona giornata a tutte e tutti!!!
Всем доброго дня*!!!

 
 

*Vsjém dóbrava dnjá!!!

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Bye Bye, Campana…!

 

Non possiamo mica tenerla sotto una campana di vetro a oltranza ‘sta ragazza.
– La Mia Reumatologa –

 

Direi proprio di no che non possiamo!
E via libera fu!

Con molta calma e moltissima attenzione si riparte.
Fra 3 settimane la parola FINE troverà il suo posticino, subito dopo la parola reclusione, definizione da me assegnata a quello che tutti gli altri si ostinano a chiamare “riposo” e/o “recupero”.

A febbraio si torna in trincea!
Sembrerà strano, ma non so come mi sento a riguardo.
Ancora non riesco nemmeno a immaginare come sarà nel concreto la mia nuova vita.
Il punto è che non sarà un semplice ritorno al “prima”: ci sono un sacco di cose che nel “prima” non erano contemplate, ma che nel “dopo” dovranno essere tassative e categoriche, come i farmaci e la dieta, ben più difficili da gestire se vanno incastrati con i ritmi lavorativi. Ovvio che le esigenze di salute verranno sempre prima di quelle d’ufficio.
Incombenze obbligate e problematiche a queste relative a parte, ci sono anche pensieri banali che contribuiscono ad affollarmi la mente in questo momento. Ad esempio, mi toccherà fare una revisione del mio armadio, perché non so più quali vestiti mi vadano bene e quali no. Era dai tempi delle medie che non pesavo così “poco” (non che io pesi poco davvero), e dopo tre mesi passati fra pigiami e tute, non vorrei trovarmi a riaffrontare la grande e caotica metropoli milanese con un solo paio di pantaloni a mia disposizione.
Almeno per i primi tempi, dovrò riorganizzarmi i pesi nella borsa, e anche questa sarà una sfida non da poco per una come me, fedele seguace delle maxi borse in stile Mary Poppins. Dovrò imparare che già due libri sono troppi, più di due un’incomprensibile follia, soprattutto considerando che non mancano mai un blocchetto per gli appunti random e lo storico quadernino custode delle mie (dis)avventure.
Fra treni e metropolitane dovrò fare i conti con la mia neonata germofobia, che post dimissioni dall’ospedale si è di sicuro ridimensionata, ma non è ancora del tutto sotto controllo.
Dovrò marchiarmi a fuoco da qualche parte che la ripresa del dovere non può, NON DEVE, rappresentare un nuovo abbandono del piacere. Non devo permettermi di perdere per strada i tempi e gli spazi per la lettura, la pasticceria, lo studio, i maldestri tentativi di fotografia e la scrittura, riconquistati con tanta fatica in questo periodo di convalescenza in cui a mancare erano la mobilità e la forza fisica, e gli ostacoli più grandi si sono rivelati i dolori vari ed eventuali causati da esami e terapie, che per alcune settimane mi hanno costretta a letto, incapace di sedermi e perfino di tenere la penna in mano.

Sarà un po’ come rinascere, dovrò reimparare a vivere.
Non so se sia un bene o un male, credo che in buona parte dipenda dallo spirito con cui finirò per affrontare la cosa, che però al momento appare piuttosto confuso anche a me. Troppi dubbi, troppe difficoltà, troppe imposizioni, troppa burocrazia, troppe incertezze, troppi vincoli, troppa aridità umana, troppe domande ancora senza risposte, e soprattutto troppe paure che dovrò affrontare per forza da sola.
Le emozioni in fondo allo stomaco si scontrano, ma sono tutte battaglie sterili, che non portano da nessuna parte. L’equilibrio sembra un’utopia irragiungibile, che racchiude in sé l’agognata serenità.
Vorrei solo un po’ di pace, poter dimenticare questi ultimi mesi anche solo per qualche istante, fingere che non sia successo nulla, che sia stato tutto soltanto un brutto sogno, svegliarmi e ritrovare la rassicurante noia della mia vecchia realtà.

 

Ho paura.
Una paura fottuta.
E non mi vergogno ad ammetterlo.

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Necessito Revisione.

 

Elettroencefalogramma piatto.
Piattissimo.
Ed è solo martedì.

Invece di partire più o meno bene e andare degenerando, questa settimana sembra io mi sia limitata a riprendere il ritardo mattutino da dove l’avevo lasciato venerdì scorso.

Mi vengono in mente mille cose, ma tutte al momento sbagliato, e quando poi arriva il momento di ricordarmele, inevitabilmente le dimentico.
Basta una variazione minima alla routine perché io combini casini, tipo togliere gli occhiali per liberarmi di una ciglia nell’occhio e dimenticare di rimetterli solo perché li ho appoggiati in un posto diverso dal solito. Può capitare? Certo! Ma il non vedere quasi nulla dovrebbe farmi venire almeno il dubbio che forse mi manca qualcosa… Già, sono una talpina…

L’obiettivo di questa settimana è finire “Storia della Russia” di Roger Bartlett. Ho voluto fare la figa e mi sono convinta che, trattandosi della Grande Madre, sarei riuscita ad affrontare l’ostica nemica: la storia. Non è stato così. Non so nemmeno più da quando, ma mi sta stracciando (le balle) giorno dopo giorno. Per principio di vita, però, io i libri a metà non li lascio, quindi mi son dovuta dare un ultimatum, ché la montagna delle nuove letture in attesa sta aumentando in modo spaventoso.

E poi ci sono loro, i treni. Come dimenticarsene? Magagne varie a parte, sempre più spesso mi addormento, mi sveglio e… non mi ricordo più se sto andando o tornando. -.-”

Qualcuna/o di voi sa se esistono officine che fanno la revisione degli esseri umani??!

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La Saga delle Ferrovie Continua… #4

Image Credit © Vera Marte

 

Che dite? C’è davvero bisogno che io aggiunga qualcosa?
Una sorta di sesto senso mi dice che siete improvvisamente caduti vittime di una potentissima telepatia di massa, che vi permette di “sentire” quello che ho pensato io trovandomi di fronte a cotanto spettacolo…
Mi piace l’idea di un enorme calderone psichico traboccante di improperi in tutte le vostre cadenze e inflessioni dialettali, quindi siete liberi di sbizzarrirvi: secondo voi cosa ho pensato???

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Normale…??!

In treno, tanto per cambiare…
Lo stomaco brontola, e ha tutte le ragioni di farlo, ma visto che poi non collabora quando lo riempio, lo lascio brontolare a vuoto e lo ignoro.
Nel dormiveglia da stanchezza cronica mi tiene compagnia “Caduta Libera“, il secondo libro dell’ormai divinizzato dalla sottoscritta, Nicolai Lilin.
Una voce abbastanza scazzata, ma almeno umana e non elettronica, annuncia le fermate, una dopo l’altra.
È uno di quei giorni in cui mi sento come una deportata. La mattina una scatolina di latta su ruote mi scarica su una banchina spoglia, al freddo, in mezzo alla folla degli altri disperati, i pendolari. Arriva il mostro d’acciaio e plastica e tutti si mettono in fila per salirci. Ognuno ha la sua destinazione ad attenderlo, il suo campo di lavoro. Quattro o otto ore nel ruolo dei perfetti automi, poi di nuovo sul drago cromato, questa volta in direzione casa. Se sei stata brava ti aspetta la tua razione alimentare, magari addirittura un pochino abbondante, altrimenti un guasto provvederà di sicuro ad affamarti e stremarti ancora di più. Di nuovo la scatolina di latta su ruote che ti aspetta, pronta per riportarti nel tuo rifugio, dove forse potrai finalmente abbassare la guardia e sentirti al sicuro da tutte quelle brutture che ormai ci siamo abituati a chiamare “normalità”.
Forse sono io che sono ingenua, o magari troppo idealista, ma io trovo che non sia affatto normale che le persone passino anni a studiare per poi sentirsi definire “troppo qualificate” ai colloqui di lavoro. Non trovo normale lavorare per uno stipendio che non è sufficiente a mantenersi. Non trovo normale che migliaia di giovani siano costretti a osservare, impotenti, il loro futuro che gli scorre davanti, perché i posti di lavoro sono ancora occupati da persone che ormai non ne possono più e che guardano alla pensione con la stessa impotenza che riempie gli occhi dei giovani. Non trovo normale che a 10 anni l’infanzia sia già finita. Non trovo normale che persone che abitano a 10 minuti di strada una dall’altra comunichino attraverso la tecnologia invece di bersi un tè insieme. Non trovo normale che i figli siano diventati un lusso per benestanti. Non trovo normale che in una società che sembra tollerare senza troppo sforzo le aberrazioni più indicibili possa ancora esistere anche solo il concetto di discriminazione. Non trovo normale che si spendano milioni di euro/dollari/monete-varie per finanziare guerre, quando con quelle stesse cifre si potrebbero garantire delle condizioni di vita quanto meno dignitose all’intera popolazione mondiale.
No, non sono in preda a un raptus moralista, semplicemente oggi mi sento più alienata del solito. Mi guardo intorno e non riesco a capire come io sia finita in questa realtà a cui sento di non appartenere. Per fortuna il mio mondo parallelo, col suo tipico profumo di carta inchiostrata, è sempre a portata di mano!

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La Saga delle Ferrovie Continua… #3

Si avvisano i signori viaggiatori che a causa di un guasto tecnico dei sistemi informatici di programmazione dei turni del personale di Trenord, i treni potranno subire ritardi.
Ci scusiamo per il disagio.

Ebbene sì, c’ero anch’io fra le centinaia (migliaia?) di viaggiatori vittime del tilt informatico di Trenord.
Potevo forse farmi mancare cotanta celestiale esperienza?
E diciamocelo, ai pendolari soprattutto, del fatto che voi vi scusiate per il disagio non fotte una beata mi****a.
Forse la gente sarebbe anche disposta a tollerare l’imprevisto se normalmente il servizio funzionasse, ma di questo passo dovrete iniziare a scusarvi per lo shock provocato ai “gentili viaggiatori” nel caso in cui, anche solo per un giorno, tutto funzionasse a perfezione.
Vagoni come carri bestiame, con clima variabile dal tropicale al siberiano in base a criteri ignoti, orari mooooolto flessibili e, per carità, non sia mai, nessun annuncio esplicativo.
Eppure ogni sei mesi, non più una volta l’anno come ai bei vecchi tempi, il costo di biglietti e abbonamenti aumenta.
I dipendenti continuano a scioperare per contratti non rinnovati e stipendi bloccati da anni, gli utenti continuano a lamentarsi di un servizio che non solo non migliora, ma addirittura non fa che peggiorare, quindi io dico: ma un controllino della finanza anche ai vertici ferroviari del “Bel Paese” no, eh?!
Uno degli ultimi sketch, perché di tali si tratta, a cui ho avuto la “fortuna” di assistere è stato un controllore che, dopo aver controllato i loro biglietti, ha intimato a un gruppo di ragazzini, tutti presi ad abbuffarsi di panini, di buttare le carte dove di dovere e di non sporcare in giro perché “ci hanno tagliato i fondi e non c’è più nessuno che pulisce i treni”.
Ecchecculo!, aggiungerei io.
E vogliamo parlare anche del fatto che le porte dei bagni dell’ultimo modello super-iper-mega tecnologico di treno comparso sui binari italiani si aprono e si chiudono a loro piacimento?!
Inutile dire che mi riferisco sempre ai convogli dei comuni mortali, non ai figherrimi treni dell’alta velocità.
Mi rendo conto di essere di parte, ma usare i soldi degli aumenti per far funzionare quel che c’è già, invece di investire in novità che si rivelano di volta in volta più disastrose e la cui manutenzione costerà agli utenti nuovi aumenti? Troppo difficile?
E siccome quella polemica sono io, auguro a tutte/i voi una buona giornata dall’ultima carrozza di un treno che, a meno di metà del suo tragitto, ha già accumulato un ritardo di 20 minuti…

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Perche l’accento NON E indispensabile…

La saga di “Perché la marematica È un’opinione…” continua!

Ieri, a tre stazioni dalla mia, mentre mi beavo dell’insolita puntualità del treno, sale la solita orda barbarica di ragazzini urlanti, che nemmeno la scimmia sentinella di Toy Story 3.

Abbastanza irritata, mi rassegno a ricorrere agli auricolari, come sempre del resto. Mentre mi do da fare per sciogliere i mille nodi sul cavo, ecco la perla!

 

A   Quella str**a di una prof di m***a!

B   Cosa ti ha fatto?

A   Mi ha messo 5 nel tema. Dai, ma come si fa?! Ca**o è un tema! Cosa ti costa mettermi 6? Mica ti ho chiesto un 10!

B   Ma è quello che dicevi prima?

A   Eh, sì… Dai… 5…

B   Eh, va beh, però se non hai messo gli accenti…

A   Ma cosa vuol dire? Mica esisterà solo la voce “accenti” nell’elenco dei criteri di valutazione!

 

A questo punto, soluzione abituale: auricolari in posizione e volume ai massimi livelli di tollerabilità.

Dico io, che razza di personaggi si trovano arruolati nei battaglioni dell’insegnamento!
Negare una sufficienza in italiano SOLO perché mancano gli accenti.

Io ho iniziato la mia carriera “scolastica” con l’asilo nido e l’ho conclusa frequentando ben due facoltà universitarie, per poi non portarne a termine nessuna. Di cose da raccontare sulla classe docente italiana, di ogni livello, ne avrei eccome. Sempre più spesso, però, episodi come questo mi portano a simpatizzare con quello che, una volta, era il nemico.
Al momento studio per scelta, e la differenza si nota, perché studiare non è più un obbligo, ma un piacere. Piacevoli conseguenze e vantaggi dello studio di una materia che appassiona. Questo però non significa che quando studiavo “per forza” non mi dessi da fare. Certo, in certe materie non mi sforzavo più di quanto fosse necessario per raggiungere la sufficienza, ma almeno a quella mi imponevo di arrivarci. In fondo mica può piacere tutto, no?!

Tornando all’episodio specifico, io ho dedicato 8 dei miei 11 anni di studi “scelti” (leggi: dalle superiori in poi) alle lingue, per poi fissarmi col russo che porto avanti tuttora. Questo tipo di studi ti porta, senza via di scampo, a conoscere in modo piuttosto approfondito tutto ciò che è grammatica, sintassi, analisi linguistica e via dicendo. La parte traduttologica, inoltre, fa sì che questi approfondimenti vengano inevitabilmente applicati anche all’italiano. Se a tutto ciò aggiungiamo il mio amore viscerale per le parole come mezzo d’espressione artistica, potete ben capire quanta fatica mi è costata il trattenermi dall’impulso di dar fuoco alla ragazzina in questione, usando l’acqua piena di goccine alcoliche antinfluenzali che avevo in borsa come accelerante.

Categorie: Inorridisco., PseudoNormalità, Strano Pianeta, Vita da Pendolare | Tag: , , , , | 4 commenti

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