Archivi del mese: marzo 2016

Mi piacerebbe saper cantare…

писать-scrivere

 

Mi risulta abbastanza ostico comprendere perché il blog riceva più visite quando non scrivo…

Fino a qualche anno fa non era così: che i miei post siano diventati tanto noiosi da far sì che, nel mio caso, i lettori preferiscano “premiare” il silenzio?

Qualunque sia l’arcano di questo annoso dilemma esistenziale, non sperate che io smetta di ammorbarvi con le mie elucubrazioni mentali.

Questa volta a smuovermi è stata una canzone, di cui non svelerò né il titolo né l’interprete, perché non sono fondamentali, quel che conta è lo scossone che mi ha dato.

In fondo chi se ne frega se a nessuno interessa un post sull’affascinante universo della linguistica pura, se nessuno condivide la mia curiosità sulle norme che regolano la corretta accentazione della meravigliosa lingua italiana, se nessuno si emoziona quanto me di fronte alla poliedricità e all’eclettismo dell’amata Madre Russia, se nessuno si spiega la mia ostinata determinazione nel continuare a studiare di tutto e di più da autodidatta, se nessuno ha voglia di dar retta ai miei piagnistei su quanto essermi scoperta malata mi faccia ancora incazzare a morte: io scrivo per me.

Ho sempre scritto per me, ma devo essere caduta vittima di una temporanea amnesia e la ragione, subdola ingannatrice, ha colto la ghiotta occasione per provare a convincermi del falso, del fatto che anch’io, come molti altri, scrivessi per la “gloria” o, ancora peggio, per la vana e utopistica speranza di camparci, prima o poi.

Non è così.
Scrivo perché amo scrivere.
Scrivo perché scrivere mi fa male, ma quel dolore è la sensazione più bella che io abbia mai provato stando sola con me stessa.
Scrivo perché mi sarebbe piaciuto saper cantare, ma non lo so fare.
Non sono proprio capace di fare acrobazie con la voce, di amplificare il significato delle parole accompagnandole alla vibrante potenza della musica, e allora ecco che scrivo: gioco con le parole lasciando che compiano da sé la magia, dando vita alla loro particolare melodia, diversa e irripetibile nella mente di ogni persona che le legge.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Io e i Buoni Propositi. #9

писать-scrivere

 

Richard David Bach ha detto:

«Uno scrittore professionista
è un dilettante che non ha mollato.
»

Stando a questa affermazione, diventata famosa negli anni, io sono un’autentica scansafatiche!

Non posso fare a meno di prendere atto, con grande disappunto, che sono passati ormai sei anni dalla mia ultima pubblicazione.
Quel che doveva essere un incoraggiante trampolino di lancio, si è invece rivelato un episodio entusiasmante, ma isolato.
A mia difesa, però, posso almeno dire di non aver mollato, ma solo rallentato il ritmo. È difficile tenere duro quando le dita non rispondono e i pensieri sono offuscati dai farmaci, ma ce l’ho messa tutta per non perdermi per strada in maniera irrecuperabile.
Aver ripreso a leggere, sul serio, non a spizzichi e bocconi, è stato un incentivo notevole, ha risvegliato la voglia di mettermi a giocare con le parole, ma sono parecchio arrugginita.

A voler essere onesta fino in fondo, l’ostacolo più grande è il non riuscire a riordinare le idee: se almeno quelle fossero chiare, sarei a metà dell’opera.
Vorrei dedicarmi alla stesura di un piano editoriale un po’ più serio e concreto, scegliere una volta per tutte la strada maestra da imboccare, ma non riesco nemmeno a decidere di quale argomento voglio parlare.
L’intenzione, con le dovute “licenze poetiche”, sarebbe quella di dedicare parte del blog alla trattazione più o meno “professionale” di un qualche argomento.

Di cosa mi piacerebbe parlare?
Di linguistica, libri, autori, stilistica, traduzione, editoria, di grammatica italiana e russa, di dizione e ortografia, senza per questo rinunciare all’argomento “a piacere” e alla scrittura a ruota libera quando ne avrò bisogno.

Vorrei riprendere a tradurre con una frequenza un po’ più regolare, a fare la correttrice di bozze, l’editor e la co-autrice, vorrei avviare nuove collaborazioni con qualche sito o giornale, vorrei ricominciare a partecipare ai conscorsi letterari, a dirla tutta vorrei anche un fisico tale da potermi permettere un classico tubino nero su tacchi vertiginosi, tornare a bere litri di birra agitandomi sotto un palco il sabato sera o mangiare quintali di Nutella senza ingrassare, ma questa è un’altra storia.
Insomma, vorrei un sacco di cose ma, al momento, la mia capacità di rispettare scadenze, soprattutto se troppo incalzanti, è davvero nulla, quindi per ora mi impegnerò a fare un passo alla volta, magari partendo proprio dal blog… 😉

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Riflessioni a mente… fredda!

снег-neve

 

Nell’amata Madre Russia è primavera da ormai dieci giorni, ad AnarcoLandia, invece, lo scorso sabato c’è stata la prima nevicata di questo pseudo-inverno: treni bloccati, autostrada bloccata, linee elettriche saltate per oltre 8 ore, alberi caduti e, ahimè, addirittura persone decedute per incidenti dovuti al maltempo.

Quanta neve è caduta? Nelle situazioni peggiori non si sono superati i 50 – 60 cm, che non saranno “bricioline”, ma non sono neanche una tempesta artica.
Il rimbalzo delle responsabilità è già iniziato e, come è normale che sia nel “Bel” Paese, andrà avanti fino a perdersi nel nulla.

Mentre cotanta catastrofe impazzava, io ero in trasferta dall’AnarcoSocio, dove Madre Natura ha deciso di essere più mite, “limitandosi” a un furioso acquazzone.
Il karma, però, non lo freghi e la mia settimana è iniziata con un treno pendolari mutilato di almeno due vagoni che, con estrema fatica, mi ha vomitata nel cuore di Milano con 18 minuti di ritardo. Mi rendo conto che l’immagine possa apparire poco poetica, ma i pendolari incalliti sanno bene quanto realistica sia. La parte più triste, almeno per quanto mi riguarda, è che la metafora gastrica non finisce qui, infatti ogni giorno quell’enorme esofago di metallo mi catapulta in quello squallido gabinetto che è l’ufficio.

Lo so, lo so, non si dovrebbe sputare nel piatto in cui si mangia, in un momento di crisi come questo dovrei essere grata di averlo, un lavoro, e blablabla…
La verità è che aver bisogno di uno stipendio è un ottimo motivo, nonché l’unico, per tenersi stretto qualunque lavoro capiti a tiro, senza stare a fare troppo gli schizzinosi o i preziosi.

Alla frustrazione di non essere riusciti a fare quello per cui ci si è più o meno preparati e qualificati negli anni precedenti, si aggiunge quella di ritrovarsi in ambienti sterili, dove tutti si arrabattano a fare quel che possono per tirare a fine giornata senza dare di matto. Le difficoltà aumentano quando qualcuno non ce la fa ed esplode, soffocato dal nervosismo represso, finendo per sfogarsi con reazioni discutibili contro persone che nulla hanno a che fare con l’origine del loro malessere.

Proprio un recente episodio di questo tipo mi ha portata a riflettere, una volta di più, sulla mia situazione lavorativa.
La conclusione a cui sono giunta è che disponibilità ridotta ai minimi livelli indispensabili, rispetto del buon proposito di separare il lavoro dal resto della mia vita e devozione assoluta alla filosofia del “fatti i cazzi tuoi”, siano tre elementi fondamentali per sopravvivere anche alla peggiore delle situazioni, senza accusare eccessive conseguenze in termini di stress.
Immolarsi sull’altare della gloria aziendale, infatti, è uno di quegli attegiamenti che proprio non riesco a concepire, a maggior ragione quando, in cambio, si ricevono solo critiche e ulteriori pretese, fra l’altro sempre più esose.

Un altro fattore fondamentale, almeno nel mio caso, è la rassicurantissima consapevolezza che questo lavoro non sarà per sempre, anzi, se tutto andrà come deve, questo continuo affronto alla pazienza e al buon senso potrebbe volgere presto al termine, per quanto relativo e soggettivo possa essere il concetto di “presto”.

So bene che potrà sembrare la più scontata delle banalità, ma se c’è una cosa che ho imparato davvero solo dopo la comparsa dell’AnarcoPatia, è che il lavoro, come ma anche più di molte altre cose, fa parte di quelle che si fanno per vivere, e non di quelle per cui vivere.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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