Archivi del mese: novembre 2013

Frammenti. #3

 

Il nevischiolo no, non l’avevo considerato…
Scema io, che da quando sono reclusa non mi pongo più il problema di guardare le previsioni del tempo.
Per dirla in altre parole, di quando VeRA fa un pensierino ai mercatini di Natale di VeraLandia, fra l’altro evento mai verificatosi prima.
Eh già, domani, per la prima volta nella storia, nel mio paesucolo ci saranno i mercatini di Natale, con tanto di attività varie ed eventuali per i bimbi. Quale occasione migliore per testare il mio attuale potenziale deambulatorio? Niente orari da rispettare, niente permanenze di durata obbligatoria e prestabilita, libertà di fuga nel caso la ressa si facesse eccessiva e, quindi, pericolosa, insomma, libero arbitrio assoluto.
I soldini nelle tasche sono davvero pochi, ma se non si trovano cose economiche ai mercatini di un paesino di circa 7.000 anime, dove si trovano? Il percorso è di difficoltà medio-bassa, in compenso il rischio di incontrare gente poco gradita è altissimo, ma in fondo, con l’AnarcoSocio come bodyguard, il problema potrebbe risultare meno rilevante del previsto.
Tutto questo per dire che… Stamattina mi alzo e, invece del solito, pallido raggio di sole, fuori dalle finestre c’è la neve che mi fa “ciao”, tipo le caprette di Heidi.
A tempo di record è partito l’auto-insulto a briglia sciolta!
Dopo un mese e mezzo mi si presenta un’occasione di uscita ragionevole e compatibile con la situazione e io cosa faccio? Mi dimentico di controllare le previsioni del tempo…
Va beh, mi auto-censuro e auto-liquido con un diplomatico e fin troppo clemente “no comment“…

Parlando d’altro, così magari evito di innervosirmi oltre, il mio ritmo del sonno ha ripreso a farsi “li cazzi sua”, come direbbero nell’Urbe.
Ci sono giorni in cui sprofondo in rilassanti pennichelle non solo nel pomeriggio, ma perfino a metà mattina, dato che i farmaci mi impongono una sveglia abbastanza mattiniera. Sere in cui, poco dopo cena, infilo la mia manina con la pelle rinsecchita dai medicinali nella manona di Morfeo (chissà perché me lo immagino grande e grosso) e lascio che mi porti a zonzo nel suo magico regno di luci e ombre.
Poi però ci sono notti come quella appena trascorsa, in cui gli occhi non si chiudono, le palpebre sembrano troppo leggere per riuscire a tenerle giù dopo averle abbassate. Il cervello non si decide a staccare la spina, neanche se gli faccio presente che la bolletta energetica dell’organismo in questo periodo mi costa davvero cara. La gamba mi fa i dispetti, punzecchiandomi con fitte e dolorini ogni volta che sembro aver trovato la via del rilassamento. Le dita fremono a caccia di pagine, non importa che siano da sfogliare o da scrivere.

Così, alle quattro del mattino, partorisco “perle” di cui nemmeno io riesco a cogliere a pieno il senso, e mi appunto nei promemoria del cellulare per la mattina dopo, a cui in realtà mancano solo poche ore, di rifletterci su, ché in fondo potrebbe uscirne un bel post…

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Flusso di Coscienza. #9

Image Credit © VeRA Marte

 

La lista della spesa con gli ingredienti mancanti per le mie creazioni culinarie, ahimè, dovrà attendere ancora qualche giorno, così ieri mi sono dedicata a un’altra lista: quella farmacologica.

Un po’ triste, me ne rendo conto, ma di tempo all’AnarcoFamily ne è già stato rubato troppo in quest’ultimo periodo, quindi ci si organizza per non buttarne altro in ripetute e (fin troppo) frequenti gitarelle dal medico e in farmacia.
È stato un lavoraccio! Io non sono brava coi numeri e mi ci è voluto un sacco di tempo per fare e ricontrollare tutti i calcoli di quante compresse ci sono in ogni confezione di ogni farmaco e quante scatoline me ne servono di ognuno per arrivare a coprire il periodo fino al prossimo controllo.
In tempo record, le mie povere rotelline cerebrali hanno iniziato a emettere malsani fumi da sovraccarico.

Ieri, dopo varie peripezie, ho anche autografato un magico pezzo di carta secondo cui, per il mese di dicembre, verrò retribuita per lavorare da casa. Ammetto che iniziavo a disperare, ma forse, considerato che il mio stipendio di ottobre (e solo il mio in tutto l’ufficio) è in ritardo di ben 18 giorni, si tratta di compensazione universale. Chi lo sa…

Altra attività che ieri ha contribuito a far passare il mio tempo è stata la gestione dei millemila ordini online che ho fatto nelle ultime settimane. Conscia del fatto che sarei stata in reclusione forzata, ho cercato di gestire la questione “Natale” interamente via web, col risultato che al momento il Bel Paese è pieno di pacchi miei itineranti. Nell’arco di quest’ultimo mese, infatti, sono riuscita a collezionare un totale di 16 pacchi, di cui 4 ancora in viaggio, con immensa gioia dell’AnarcoSocio, di recente nominato Vice Destinatario Ufficiale di tutte le mie consegne, dato che io non sono in grado di percorrere in tempi decenti la distanza dalla mia porta di casa al cancelletto pedonale, limite massimo oltre il quale postini e corrieri non osano avventurarsi.
Conseguenza di ciò è l’irreversibile mutazione dell’AnarcoSocio nel mio personale AnarcoBabboNatale. Ogni weekend-trasferta si trasforma in una maxi consegna di pacchi alla sottoscritta, per non parlare degli acquisti extra che il malcapitato viene spedito a fare di persona… Santo AnarcoSocio!

Libri dei più svariati generi, aggeggi vari per darmi alla pasticceria creativa, manuali di scrittura e di cucina, oggettistica varia, da regalare o solo perché mi girava di togliermi questo o quello sfizio, creme e cosmetici per tutti i gusti. Insomma, secondo il mio solito mantra morale: non mi faccio mancare nulla!

Eppure quello che vorrei più di tutto è scrivere, scrivere, scrivere.
Non che io non lo faccia, anzi, eppure le parole che più di tutte le altre avrei bisogno di buttare fuori non escono.
Scrivo qui sul blog, scrivo pagine e pagine di appunti su una serie di cose, scrivo una quantità che non avrei mai immaginato di mail, personali e non, scrivo perfino una sorta di “quaderno di bordo” del mio viaggio nella quotidianità, abitudine che avevo abbandonato ormai da mesi, ma non riesco a scrivere quello che davvero vorrei.
Non riesco a mettere a fuoco le idee, disturbate dal continuo e incomprensibile borbottio dell’inconscio traumatizzato, così le parole si srotolano in lunghi sentieri d’inchiostro che però non portano da nessuna parte e la malinconia fa capolino dietro ogni curva di questo tortuoso cammino.

Portare pazienza: è l’unica cosa che posso fare.
I nodi si scioglieranno e, quando meno me l’aspetterò, il filo delle parole tornerà a scivolare libero fra le dita.

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Improbabili Bontà… #1

Image Credit © VeRA Marte

 

L’AnarcoMadre.
Ottima cuoca, pessima pasticcera.

Ieri, approfittando della mia prima escursione nel mondo esterno causa visita di controllo, ho chiesto di aggiungere un paio di tappe alla scampagnata, tempistiche e stanchezza permettendo.
L’ultima prevedeva un giro di ricognizione nel supermercato della zona a caccia di un termometro da pasticceria, quelli fighi che arrivano fino a 220°, con cui controllare la temperatura di creme e glasse.
Poco prima del ricovero, il mio rapporto con la pasticceria si stava facendo piuttosto stretto. Per qualche ragione che tuttora non mi spiego, la mia creatività si era riversata sui dolci, fra l’altro con risultati inaspettati e sorprendenti.
Tornando a ieri, importuno chi di dovere per sapere dove avrei potuto trovare il suddetto termometro e, appurata l’assenza dell’oggetto delle mie attuali fisse culinarie, sono pronta a tornarmene all’AnarcoDimora.
Raggiungo l’AnarcoMadre, che nel frattempo ha procacciato un interessante diversivo per la mia cena dietetica, e la ritrovo che curiosa di fronte allo scaffale con le attrezzature da pasticceria: queste sconosciute…
Mi cazzia per un istante di malsano interesse nei confronti di un dosatore in vetro: “Per cortesia, controllati! A casa c’è già un dosatore!” Poi, d’un tratto, ecco che agguanta un secchiellino di plastica trasparente pieno di piccole meraviglie colorate.
Nella mia testa la maledico per avermele fatte notare. So già che non me le comprerà mai, e il mio portafoglio è talmente vuoto che ho addirittura mollato la borsa in macchina, portandomi dietro solo un pacchetto di fazzoletti di carta e il cellulare.
Invece no: sorpresa! Me le compra, anzi, me le regala!
Chi l’avrebbe mai detto??!

Il prossimo passo? Una giusta dimostrazione di riconoscenza!
Dunque oggi ci si dedica a spulciare i miei millemila libri di cucina, che nell’ultimo periodo si erano moltiplicati a dismisura, a caccia di una ricetta che anch’io possa mangiare.
La parte divertente, però, sarà la preparazione. Cucinare senza poter assaggiare è una sfida non da poco, soprattutto per chi come me, nonostante il passionale slancio e lo sfrenato entusiasmo, è in realtà alle prime, ma che dico prime, primissime armi.

Insomma, io ci provo, e ne approfitto per dare vita a una nuova rubrica con cui infestare il blog… 😛

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Lenti Caleidoscopiche.

Image Credit © VeRA Marte
with Bitstrips

 

La mia prima domenica a casa dal 20 di ottobre e… è arrivata l’AnarcoNipotinaaaaa!!!

In una giornata che già era partita all’insegna della creatività, culinaria ma non solo, avere la Piccirilla sorridente e sgambettante in giro per casa non può che amplificare la cosa.
Ti viene voglia di fare, di reagire, di metterti d’impegno per recuperare il prima possibile, così da poterti dedicare al mestiere di AnarcoZia al 210% delle tue potenzialità.

E allora, come dicevo, è tempo di ricominciare a sfornare dolci! Non importa se non posso nemmeno assaggiarli, anzi, diventerà una scusa per cucinare in compagnia.
È tempo di riprendere in mano cartoncini, colla, pennelli, forbici e matite colorate, per dare vita a mondi fantastici da esplorare con la Ranocchietta, ma anche solo per rendere meno grigio quello reale.
È tempo di sperimentare e, perché no, magari provare a scribacchiare anche qualche piccola fiaba, da illustrare, stampare e rilegare, pronta all’uso per l’ora della buonanotte.

È tempo, pur senza perdere la consapevolezza, di indossare di nuovo le caleidoscopiche lenti dell’infanzia. Tornare a scoprire tutto da capo, imparare a cogliere le sfumature di questa realtà tutta nuova, a conoscerne luci e ombre.
E come sempre carta e penna saranno con me, perché inizia una nuova avventura: inizia un nuovo capitolo!

 

Buonanotte a tutte e tutti!!!
Всем спокойной ночи*!!!

 
 

* Vsiém spakóinai nóci!!!

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Let it snow… Ma anche no!

Image Edit © VeRA Marte

 

A VeraLandia è arrivata la neve.
Avrei voluto postare una foto self-made, ma essendo in reclusione forzata ho dovuto rinunciare alla scampagnata in cerca di scatti personali, e da quando i campi intorno a casa si sono trasformati in un tranquillo quartiere residenziale, dalle mie finestre non si riescono a immortalare inquadrature degne di nota.
Oggi, per la prima volta dal mio ritorno da OspedaLandia, il freddo di cui tutti mi parlano da settimane sta riuscendo a infiltrarsi in casa. Potrei far partire il riscaldamento, forzando l’orario programmato, magari addirittura alzarlo di un grado o due, ma scelgo la variante “romantica” e opto per la maxi coperta all’uncinetto fatta a manina dall’AnarcoMadre; per intenderci, una di quelle coperte che sembrano fatte di fiorelloni di lana colorati, sempre presenti sulle poltrone vicino ai camini nelle baite di montagna. Mancherebbe solo una tazzona di tisana fumante, ma mal si sposa con le pastiglie di metà mattina, quindi tengo buona l’idea per il pomeriggio. Inutile dire che nell’equipaggiamento di sopravvivenza alla noia mortale non mancano mai la scorta di buone letture, carta e penna e il pc per navigare random o documentarmi su qualunque scemenza mi passi per la testa.

Non ho mai avuto un buon rapporto con la neve, e anche in questo caso non mi smentisco.
Il mio pensiero infatti è volato subito a una domanda fondamentale: “Quanto prevedono che duri questa robaccia?”.
No, perché io ho mille visite e controlli da fare e mi manca solo di restare incastrata su strade bloccate causa neve. Lo so, sono paranoica, o quanto meno lo sembro, ma non riesco a farci nulla. Ho quasi fretta di andare a farmi esaminare da bravo fenomeno da baraccone quale sono diventata, e la causa è sempre e solo una: la speranza.
Speranza che gli esami siano migliorati ancora. Speranza che mi riducano i farmaci. Speranza che il tempo si pronunci a favore della variante non cronica. Speranza che mi diano il permesso per ricominciare a mangiare come le persone comuni e a uscire. Speranza che mi dicano che da qualche parte, nel mondo, uno scienziato sociopatico, nel suo bunker anti-umanità, ha scoperto la cura definitiva a questa cosaccia che ce l’ha coi miei muscoli.

Mentre scrivevo, la neve si è trasformata in pioggia, per poi smettere del tutto di cadere.
Ora è addirittura spuntato qualche pallido raggio di sole, che sta dipingendo su tutto un riflesso di un giallo caldo, così strano dopo il gelido e asettico biancore di qualche ora fa.
Come a volermi dire che tutto, anche la cosa più imprevedibile e inaspettata, può accadere: BASTA CREDERCI.

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Un Futuro da Top Model.

Image Edit © VeRA Marte

 

Un mese esatto.

Il tempo che è passato da quando, ignara, ho messo piede nell’ambulatorio in cui hanno avuto inizio le mie rocambolesche peripezie ospedaliere.
Quello su cui stavo riflettendo oggi, però, è che un mese è anche il tempo passato dall’ultima volta che ho indossato dei vestiti. Di questo passo il mio cervello si convincerà che il pigiama sia il mio habitat naturale.
Potrei reinventarmi come organizzatrice professionista di pigiama party o, perché no vista la dieta, come modella professionista per pigiami da donna.

Ecco, questo è quello che voglio fare: reinventarmi.

Innanzi tutto, vorrei ritentare con la “Missione Spa”. In fondo la giornata è lunga da far passare a casa da sola, quindi perché non dedicarmi del tempo? L’idea sarebbe quella di riuscire a rendere meccanici alcuni piccoli gesti, come detergente, crema idratante, burrocacao, crema mani e via dicendo, in modo da non sentirli come dei “di più” quando riprenderò coi miei ritmi normali. Quando la mia mobilità migliorerà, potrò anche allargare i miei orizzonti benessere a bagni rigeneranti profumati e crema corpo a quintalate, ma per ora mi accontento di star restituendo un pochino di luce almeno al viso.
Ebbene sì, sto imparando ad avere rispetto del mio corpo, non per pura vanità, che fra l’altro spesso porta a eccessi che finiscono per risultare nocivi, ma perché ho finalmente capito che non è invincibile, nemmeno quando si è ccciovini e sbarbatelli, quindi merita tutta la cura di cui siamo capaci.
Quando ricomincerò a uscire, poi, riprenderà anche il divertimento: il trucco! Questo in effetti sì, potrebbe essere un segno di vanità, ma io adoro truccarmi, mi rilassa, e nell’attesa sto facendo scorta di prodotti nuovi da provare: nuove consistenze, nuovi abbinamenti, nuovi colori, perché sto scoprendo una nuova me, mille nuove me, e ognuna avrà le attenzioni che merita.

Non dimentico però che c’è un detto che dice: “Mens sana in corpore sano“.

Anche la mia “mens” avrà bisogno di qualche aggiustamento. Non so se sarò capace di reinventarla, a dire il vero ne dubito, soprattutto perché sono abbastanza convinta che le vicende di quest’ultimo mese abbiano già provveduto. Quello che posso fare è impegnarmi a elaborare al meglio delle mie possibilità tutti i cambiamenti. Trarre dalle lezioni impartitemi a forza gli insegnamenti giusti. Riorganizzare gli spazi mentali in modo che le incombenze inevitabili non invadano tutto, prevaricando le passioni e gli interessi. Impedire che le preoccupazioni superficiali della quotidianità soffochino le priorità essenziali.
Voglio imparare, non solo in pura via razionale, che si lavora per vivere, e non il contrario.
Voglio ricreare “l’ora del russo” nelle mie giornate, provando a organizzarla in modo da riuscire a non perdere il ritmo anche dopo che avrò ripreso la mia routine, perché l’esame a cui miro quest’anno è impegnativo, e non posso, ma soprattutto non voglio, permettermi di mancare l’obiettivo, anche se questa pausa forzata renderà più faticoso raggiungerlo.
Voglio riprendere a scrivere ogni giorno, fosse anche solo una frase, un banale appunto, ma non deve più passare nemmeno una giornata in cui la pagina, virtuale o reale che sia, rimanga bianca. Magari resterò una blogger fancazzista, magari riuscirò a riprendere in modo serio i miei esercizi di scrittura, o magari tornerò addirittura a pubblicare… Ho perso il conto di quanto tempo è passato dalla pubblicazione del mio ultimo racconto ben riuscito, ma questa non è che una prova che quel tempo passato è troppo. Non do per scontato di riuscire a far centro di nuovo, ma perché non provarci?
E poi voglio leggere, viaggiare, fotografare… Mi piacerebbe anche imparare a cantare, ma temo che quella sia una causa persa in partenza… -.-”

Cara la mia Signora Vita, è ora di saldare il tuo enorme debito nei miei confronti!
Eh sì, che ti piaccia o meno, sono tornata!
Provata, ammaccata, defraudata di un sacco di cose che forse non torneranno più, ma più che mai convinta a prendermi tutto quello che ancora mi spetta!

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E allora…

 

Ogni difficoltà su cui si sorvola diventa un fantasma
che turberà i nostri sonni.

– Fryderyk Franciszek Chopin –

 

Oggi la sfida è nella difficoltà che provo, mio malgrado, nel gioire per la bella notizia ricevuta da un’amica.
È così difficile stare a guardare gli altri che avanzano nella la loro vita, mentre tu non solo non procedi, ma addirittura regredisci. Osservo obiettivi che consideravo ormai raggiunti sfumare all’ultimo a causa della mia pausa forzata, perché a molta gente non frega assolutamente un emerito cazzo del fatto che sto male, a loro interessa solo che non rendo, non produco.

OLTRE IL DANNO LA BEFFA.

E mi sento uno schifo, perché il nervoso e la rabbia che mi prendono mi impediscono di essere felice per chi se lo merita, per lo meno di esserlo in modo genuino, mi incollano a forza sulla faccia una maschera di finta gioia condivisa, che si vede lontano chilometri che è fasulla, e mi incazzo ancora di più, perché questa non sono io.

E allora scrivo.
E allora mi metto a rovistare, frenetica, fra i miei libri, alla ricerca di qualcosa che sia capace di distrarmi, di non farmi pensare, non importa che sia lettura o studio.
E allora accendo la tv e faccio zapping selvaggio, sperando di imbattermi in qualcosa che renda il silenzio meno rumoroso senza interferire con la già forzata distrazione dei libri, o forse qualcosa che riesca meglio nell’impresa di zittire la voce della mente.
E allora chiacchiero con chi mi chiama o viene a trovarmi, come se niente fosse, come se davvero la mia testa fosse in grado di assorbire quello che dicono.
E allora mi concentro sulla ferita, lasciata libera dal cerotto che si è staccato dopo essersi impigliato nei pantaloni, e provo a convincermi che sia un buon segno il fatto che inizino a staccarsi i pezzetti di crosta.
E allora mi siedo sul divano e mi rialzo senza aggrapparmi alla sedia, per essere sicura che davvero ci riesco, che non me lo sono solo immaginato.
E allora mi dico che tutto questo non serve a niente…

Fra un mese, una settimana, un giorno, un’ora, ma anche solo fra 10 minuti, lo schifo sarà ancora lì.
La soluzione non è metterlo a tacere, ma imparare a conoscerlo, per poterci convivere, per potergli sopravvivere.

UN RESPIRO PROFONDO.

Come previsto. Tutto uguale. Ma almeno mi sono calmata.
Ora posso davvero scegliere un libro e godermelo in tutta serenità.

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Weekend Alternativo…

 

Non paga della recentissima esperienza ospedaliera, ho pensato bene di togliermi anche un altro sfizio: il brivido di un viaggio in ambulanza.
Ebbene sì, ho passato la domenica in pronto soccorso e oggi sono tornata a casa, per la seconda volta in meno di una settimana.
No, non sto cercando di battere alcun record, ma quando diventi un cocktail di farmaci che cammina, ogni più piccolo segnale si trasforma in un campanello d’allarme, e così la chiamata al 118 è partita più veloce di un fulmine.
Tutto bene, per fortuna, solo una banalità che, essendo io debilitata, mi ha dato problemi di stomaco all’apparenza più gravi di quanto non fossero in realtà. Nuove flebo, nuovi prelievi, nuovi esami, nuovi ematomi, una notte, l’ennesima, nel delirio del pronto soccorso, ma l’importante è che sia servito a risolvere il problema.

ORA PERÒ BASTA!!!

Ora è tempo di pensare a rimettermi in pari coi compiti di russo e a trovare il giusto compromesso per poter riprendere a lavorare da casa. È tempo di riorganizzare i miei ritmi, i miei tempi e i miei spazi. Appena entrata in ospedale ero convinta che avrei avuto un sacco di tempo per leggere e, soprattutto, per scrivere, invece dopo neanche 24 ore avevo entrambe le braccia bloccate e/o doloranti per le flebo e gli ematomi dei continui prelievi, al punto che faticavo perfino a sostenere il peso di un libro (in brossura), immaginatevi quando ho provato a sfidare la tensione muscolare che si crea nel braccio quando si scrive. Così ora mi sento in arretrato anche su quello e non vedo l’ora di rimettermi sotto anche con gli esercizi di scrittura!

Insomma, è ora di ricominciare a vivere.
Non sarà facile, le cose da cambiare per forza, quelle su cui non ho diritto di obiezione e/o replica, sono parecchie, ma è fattibile. DEVE esserlo.
C’è ancora troppa vita che mi aspetta per mollare…
L’unica cosa per cui non accetto reclami è il mio diritto di vivere a pieno la mia condizione di persona malata. Non per fare la vittima, ma perché è quello che sono.
Voglio sentirmi libera di gioire dei progressi della guarigione, ma anche di essere lasciata in pace nei momenti di sconforto. Voglio vivermi con calma e serenità ogni piccolo miglioramento, ma anche potermi incazzare a morte di fronte agli eventuali limiti imposti dalla malattia.
Sono una persona malata. Non ne faccio un vanto, ma non ho nemmeno intenzione di farne una vergogna: è quello che sono e, volente o nolente, influirà su quello che sarò in futuro, quindi, per farla breve, via libera a ogni eventuale sclero!

Detto tutto ciò…

Buonanotte a tutte e tutti!!!
Всем спокойной ночи!!!

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24 Giorni.

 

Ricordate quando ero convinta che RICOVERO fosse la seconda parola più brutta del mondo?
È passato poco più di un mese e sono cambiate un sacco di cose.
Ora conosco anche la parola più brutta del mondo, ma non inquinerò questo spazio scrivendola qui, un po’ per privacy e un po’ perché non è il nome ciò che conta.
Quello che importa davvero, quello di cui voglio parlare, sono le lezioni che ho imparato.

24 giorni di ospedale.
576 ore di ospedale.
34.560 minuti di ospedale.
2.073.600 secondi di ospedale.

Chi se l’aspettava?
Un lunedì mattina come tanti ti presenti in un ambulatorio come tanti per una visita, e meno di 12 ore dopo sei su una barella del pronto soccorso, con i documenti per il ricovero in mano e in attesa del trasferimento in reparto.

Il PS, “Pronto Soccorso” per i non addetti ai lavori, è una sorta di girone dell’inferno dimenticato da qualunque divinità e/o entità superiore inventata dall’umanità fino ad oggi, sia per chi ci finisce, sia per chi ci lavora.
Poi, quando la sorte decide di posare su di te il suo sguardo benevolo, ecco che dal nulla si materializzano i portantini e… Pronti, partenza, via verso il reparto!
Dopo quattro giorni in PS, il reparto sembra quasi il paradiso terrestre. Letti enormi tutti tecnologici, un funzionalissimo telecomando con cui controllare le luci e chiamare a rapporto gli infermieri, bagno privato per ogni stanza e, nel mio caso, finestra con vista panoramica sulle montagne.

Non mi sono fatta mancare nulla!
Esami su esami, intervento, farmaci, effetti collaterali e complicazioni.
Diagnosi, sempre senza fare nomi e cognomi: rara patologia muscolare.
Le stime più ottimiste parlano di 5-10 casi su 100.000, le più catastrofiste di 5-10 casi su 1.000.000.
Come dicevo, non ci si fa mancare nulla!

Il “bello” però viene dopo, quando, pur con tutti i riti del caso, ti rispediscono nel mondo reale.
Reale… Per me non esiste più il mondo reale.
I cibi che ero abituata a mangiare non sono più reali.
I farmaci che ero abituata a NON prendere non sono più reali.
I ritmi che scandivano le mie giornate non sono più reali.
Mi hanno scaraventata in una realtà che non mi appartiene, ma che dovrò trovare modo di infilarmi addosso, come un vestito della taglia sbagliata, per di più di pessimo gusto.

Già, perché, per essere coerente, non potevo limitarmi a un episodio: questa cosa me la porterò dietro per anni, forse a vita. Con tutti i suoi contro (davvero troppi) e tutti i suoi pro (davvero troppo pochi).
Alla soglia dei 30 anni, quando mi ero convinta di aver almeno intuito quale volessi che fosse il mio percorso di vita, mi ritrovo a dover buttare tutto come carta straccia , per poi rimettermi a tavolino e ricominciare da capo.

Cosa ho imparato?
Che la vita, se ha deciso di fotterti, lo fa.

Come mi sento?
Spaventata.
Depressa.
Impotente.

Magari domani non avrò la luna storta, e tutto questo mi sembrerà affrontabile. In fondo non sarebbe la prima volta che il mio parere a riguardo si rivolta da sé come il proverbiale calzino, ma stasera va così: in bilico, aggrappata al fatto che almeno, in qualche modo, sono riuscita a scriverne.

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Home Sweet Home

Image Edit © VeRA Marte

 

Dopo 24 giorni di ospedale, rieccomi a casa!!!

Il tempo per ridare legna alle Anarchiche Fiamme non mancherà, promesso, ma per ora volevo solo “manifestarmi” e ringraziare di cuore tutte le creaturine blogosferiche che mi sono state vicine in questa bizzarra trasferta…

 

Buonanotte a tutte e tutti!!!
Всем спокойной ночи!!!

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