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Nerissimo.

 

Domenica 8 Maggio 2016. Ore 23:50.

Le mani scorticate per il troppo applaudire.

Di colpo risvegliarmi nel profondo dello stomaco, riscoprire i segreti sepolti nei doppi fondi delle viscere.

Il passato che torna per finire di scuoiarmi, esposte le membra mi divora, a morsi, vomitando parole nuove dal significato antico.

Dopo anni ritrovarmi a imbrattare pagine e pagine in piena notte, assediata da un sonno feroce, ma del tutto incapace di dormire.

Non è così che sarebbero dovute andare le cose.
Ero convinta che sarebbe stato un libro a darmi lo scossone decisivo.
Le parole c’entrano, ma non si è trattato di parole scritte: a rivoltarmi l’anima sono state le parole cantate dalla carismatica voce di Blixa Bargeld, sulle ipnotiche sonorità di Teho Teardo.

Una catartica fusione di tedesco, italiano e inglese, in un lampo la visione di sogni frantumati e spazzati via da venti furibondi.

Le parole di Blixa.
Un pugno in piena faccia.
Quelle parole che ormai da mesi continuavano a sfuggirmi.
Quelle parole che guardandomi, beffarde, si prendevano gioco di me da settimane.
Quelle parole che, di colpo, mi sono piovute addosso da un amplificatore.

 

Mi sono permessa di “parafrasarle” appena, solo per adattarle al mio contesto “artistico”, se così lo si può definire:

 

C’è tanto nero nel mio repertorio
Molte ombre nel mio arsenale
Così scrivo quello che scrivo meglio
scrivo ciò che scrivo meglio
Nero
Uso tutto il nero
Nerissimo
Fino a quando arriveremo dall’altra parte
E non c’è più
Non c’è più buio

 
 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #14

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Ho chiuso gli occhi.
Ho fatto un respiro profondo.
Ho lasciato che le dita sfogassero la tensione repressa.

Chi scrive sa bene di cosa sto parlando.
Quella sensazione indescrivibile data dai muscoli delle dita che guizzano sulla tastiera o si stringono attorno a una penna.

Mi è costato una fatica immensa, ma qualche giorno fa, per la prima volta, sono riuscita a parlare con qualcuno del fatto che, da quando è arrivata l’AnarcoPatia, non riesco più a scrivere.
Di sicuro parlarne non risolve il problema, ma almeno aver ammesso che qualcosa non va è stato un primo passo per provare ad affrontarlo sul serio.

Sono mesi che questo silenzio rimbomba nel vuoto assoluto della mente.
Non sono ancora riuscita a capire se sia “solo” una conseguenza dello stordimento da farmaci o se sia un rifiuto categorico del mio subconscio di confrontarsi con tutto quello che l’AnarcoPatia ha tolto o aggiunto alla mia vita, senza preoccupazione alcuna per il parere della sottoscritta in merito.

Le parole sono uscite “sbagliate” dalla mia bocca, proprio come quando provo a scriverle, ma almeno sono uscite.

La nostalgia di quando scrivevo fino a farmi venire i crampi alla mano mi divora giorno dopo giorno. Facevo perfino gli esercizi di scrittura, per confrontarmi con generi e stili diversi, per migliorare la tecnica, per affinare lo stile.

Quando mi hanno pubblicato il primo racconto credevo, dopo anni, di aver raggiunto la prima di una serie di svolte, che col tempo mi avrebbero portata a fare della scrittura qualcosa di più di una passione privata, ma a quanto pare mi sbagliavo. È stato solo un lampo, una luce abbagliante, calda, rassicurante, ma temporanea, durata solo un attimo. In quel periodo imbrattavo così tante pagine al giorno, che non sarei riuscita nemmeno a immaginare che prima o poi un blocco di questo calibro si sarebbe potuto abbattere su di me. E ora è proprio come l’istante che segue lampo: l’oscurità sembra essersi fatta ancora più fitta.

 

Non mi importa che questo mantra sia nato da tutt’altra circostanza, non credo potrei mai trovarne un altro più adatto anche per questo momentaccio. Ora più che mai…

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Grazie Emily…

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A Milano i senzatetto sbocciano e si moltiplicano come margherite a primavera.
Stamattina, notando due nuovi arrivi sotto i portici che percorro ogni giorno per arrivare all’ufficio, ho pensato che quei corpi abbandonati a sé stessi sembrano sculture urbane trascurate da tempo. Troppo tempo.

Mi sono ritrovata a chiedermi cosa, in un’epoca in cui siamo ciò che possediamo, ci renda ‘umani’, diversi e, secondo molti, migliori e superiori a quegli stessi oggetti a cui chiediamo di affermare il nostro ‘status’.

Non importa che si tratti di una bella casa con piscina, di un costoso vestito all’ultima moda, di una macchina sportiva, del più innovativo dei master universitari, di una posizione socio-lavorativa che incuta rispetto reverenziale, se non addirittura soggezione.
Tutte gran belle cose, per carità, soprattutto se guadagnate con impegno e fatica, ma in mezzo a tutto questo dove sono le persone? Come si fa a scorgerle?

Sia chiaro, non sto tentando di fare del facile moralismo.
A parlare, o meglio a scrivere, è un’iPhone-dipendente, aggravatasi più che mai da quando mi hanno rubato la macchina fotografica nel pieno del pogo sotto palco a un concerto, e non posso negare che senza il pc che l’AnarcoSocio mi ha regalato per il mio ultimo compleanno credo avrei ceduto in maniera definitiva all’isolamento sociale.
Per anni il navigatore è stato il mio migliore amico e la macchina comprata di seconda mano dagli AnarcoGenitori, ma lasciata in balìa della sottoscritta almeno nei fine settimana, è stata la mia seconda casa mentre giravo mezza Italia seguendo le note della musica dal vivo.

Però sono anche quella che compra i vestiti al mercato, rammendandoli finché la stoffa si disintegra, quella che improvvisa pasti con gli avanzi perché buttare il cibo mi irrita a morte, quella che crede nelle bolle di sapone come estrema forma di intrattenimento, altro che ‘happy hour’ nel ‘localino trendy’, quella che va al cinema da sola in settimana nel giorno in cui costa meno, quella che prima della dieta si portava la brioche da casa, invece di sborsare ogni giorno un cospicuo extra per il consumo energetico-metabolico del cameriere che ogni mattina consegnava la colazione alle colleghe.

In tutto questo mi sono sentita confusa.
Dopo l’esplosione dell’AnarcoPatia sono stata così impegnata a rincorrere una ‘normalità’ che credevo perduta per sempre, da rendermi conto solo di recente che quella normalità non è mai esistita.

Superata la batosta, pur con le inevitabili conseguenze del caso, sono tornata a essere quella che dorme sul pavimento, quella che spende i suoi pochi guadagni in libri, regali per gli AnarcoNipotonzoli e merende, quella che guarda i cartoni animati in russo perché i film ‘da grandi’ sono ancora oltre i limitati confini della sua comprensione, quella che compra e ascolta quasi solo musica independente fatta da ragazzi e ragazze che conosce di persona, quella che si rifugia dietro una maschera di trucco pesante, quella che sforna quantità spropositate di dolci solo per giustificare la versione ‘baby’ e assaporarsi il sorriso dell’AnarcoNipotina nel momento in cui realizza che la zia ha preparato un mini-dolce solo per lei, quella che si galvanizza di fronte all’improvviso dipanarsi dell’ingarbugliata matassa di un meccanismo della grammatica russa fino a quel momento ostico e inestricabile, quella che con un buon libro in mano si dimentica di esistere.

Però mancava ancora un tassello al puzzle: la scrittura.
Non ricordo più l’ultima volta che ho scritto un post così lungo in pochi, rapidi, semplici minuti.
Non ricordo come sia successo che 24 giorni consecutivi di flebo abbiano avuto la meglio su quasi 30 anni di vita, riuscendo a lavar via l’inchiostro dalle vene, dove prima scorreva impetuoso.
Non ricordo perché ho gettato la spugna, permettendo a tutto questo di sopraffarmi.

Quello che mi è chiaro, dopo quasi due anni, è l’enormità dell’errore commesso.
Smettere di scrivere è quanto di più vicino a un tentativo di suicidio potessi commettere.
Come sostenevano i latini “Errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, quindi non vedo alternative valide alla spasmodica ricerca di un modo per conciliare i nuovi ritmi di vita imposti dalle circostanze mediche alla mia necessità primitiva di scrivere.

Sono tornata, o per lo meno questa volta ci sto provando sul serio…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

PS. Il ringraziamento a Emily è d’obbligo, perché ogni volta che riesco a prendermi il tempo per rimettermi in pari con la lettura del suo blog, l’ispirazione sembra tornare a impossessarsi di me come il più invincibile dei demoni.

 
 

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Strana Settimana.

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Strana settimana la settimana scorsa.

Ho chiuso una volta per tutte il capitolo universitario della mia vita, ho cambiato il piano tariffario del mio cellulare investendo in preda all’ottimismo, ho rinunciato alla Nutella facendomi la spesa da sola, ho dedicato tempo alla lettura compulsiva come non facevo da mesi, ho aggiornato il mio Curriculum Vitae e fatto un nuovo giro di invii, ho bagnato le millemila piante dell’AnarcoMater senza sbuffare, ho cucinato senza seguire alcuna ricetta, ho rammendato a regola d’arte una delle mie gonne preferite, ho deciso di reinserire le tisane fra i prodotti di consumo quotidiano, ho comprato l’ennesimo regalino per l’AnarcoNipotina, ho bevuto un litro e mezzo di CocaCola in una serata, ho preso appuntamento con una dottoressa solo per fare quattro chiacchiere dopo tempo che non la vedevo, ho rimesso il mascara in borsa, ho ammirato due curiose artiste di strada volteggiare nell’aria notturna, ho fatto programmi poco realistici ma parecchio galvanizzanti, ho cercato rifugio in una felpa di pile nonostante fosse il primo di agosto, ho permesso all’incantevole illogicità dell’arte di tornare nella mia quotidianità, ho fotografato la luna mentre giocava a nascondino con le nuvole.

Nessuna di queste cose, considerata a sé stante, è ‘speciale’, ma tutte insieme hanno delineato una settimana quanto meno bizzarra, in cui mi sono sentita allo stesso tempo adulta e bambina, realista e sognatrice, concreta e artistica.

Nonostante questo la sensazione di essere sospesa in un limbo di inconcludenza non allenta la sua morsa sul mio stomaco. La consapevolezza che nessuna delle azioni elencate porterà da nessuna parte, se non quelle fini a sé stesse e quindi già concluse, mi prende a pugni con costanza, in caso mi passasse per la testa il malsano proposito di provare a non pensarci, fosse anche solo per un po’.

Per una sorta di perversa compensazione a tanto immotivato entusiasmo, questa settimana si sta invece rivelando un concentrato di stanchezza e pessimismo cosmico.

Sarà che l’ultima settimana di lavoro è interminabile e insostenibile per definizione, ma in questi giorni il dover tenere a bada i miei istinti piromani mi sta mettendo a dura prova.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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SILENTIUM!

silentium-tjutcev

 

SILENTIUM!

Молчи, скрывайся и таи
И чувства и мечты свои —
Пускай в душевной глубине
Встают и заходят оне
Безмолвно, как звезды в ночи, —
Любуйся ими — и молчи.

Как сердцу высказать себя?
Другому как понять тебя?
Поймет ли он, чем ты живешь?
Мысль изреченная есть ложь.
Взрывая, возмутишь ключи, —
Питайся ими — и молчи.

Лишь жить в себе самом умей —
Есть целый мир в душе твоей
Таинственно-волшебных дум;
Их оглушит наружный шум,
Дневные разгонят лучи, —
Внимай их пенью — и молчи!..

Фёдор Иванович Тютчев

 

SILENTIUM!

Taci, appàrtati e nascondi
I tuoi sentimenti e i tuoi sogni,
E lascia che nella profonda anima
Essi si alzino e tramontino
Silenziosamente, come stelle nella notte.
Contemplali, e taci.

Come potrebbe il cuore esprimersi del tutto?
E un altro come potrebbe capirti?
O comprendere il senso della tua vita?
Il pensiero espresso è menzogna:
Scavando, intorpidisci le fontane!
Bevi a queste fontane, e taci!…

Sappi vivere solo di te stesso:
C’è nella tua anima un mondo intero
Di pensieri incantati e misteriosi:
L’esterno rumore li stordisce,
I raggi del giorno li disperdono,
Ascolta il loro canto e taci!…

Fëdor Ivanovič Tjutčev

 
 

Tjutčev, che visse nella Russia dei fasti e degli splendori imperiali, non partecipava alla vita letteraria e non amava definirsi ‘letterato’.
Ciò nonostante, questo signore austero e serioso finì per passare alla storia come uno dei maggiori poeti russi dell’Ottocento.

Ho sempre trovato geniale la contraddizione intrinseca che esprime in questa poesia, fin dalla prima volta che mi ci sono imbattuta.

Denunciare, attraverso le parole, la fallacia delle parole stesse.

Ho perso il conto di quante volte mi sono rifugiata in questi versi, soprattutto nei momenti in cui le parole erano lì, nascoste in fondo allo stomaco, ma si rifiutavano di uscire.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #13

шабарша-sabarsa

 

Ombre si affacciano dagli abissi del passato.

È strano osservare come tutto vada a scatafascio.
Osservo. In silenzio.
Smetto perfino di pensare.
Qualsiasi pensiero sarebbe inutile contro l’impotenza che mi ingoia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

La mattina mi alzo e non ho voglia di andare in ufficio.
Il pomeriggio finisco e non ho voglia di tornare a casa.
Nel fine settimana cerco di uscire, ma non c’è alcun posto in cui io abbia davvero voglia di andare.

Non ho più voglia di leggere, di cucinare, di ascoltare musica, di guardare film, di studiare: avrei solo voglia di dormire, ma non ci riesco.
Scrivo, certo, ma scrivo poco, scrivo male, e mi costa una fatica disumana.

Non avevo grandi progetti, non credo di averne mai avuti, forse a causa della mia imperante incostanza, ma tanto sono andati in fumo anche quelli piccoli e per niente ambiziosi, quindi il problema non sussiste.

Mi sento un’invisibile osservatrice, anche piuttosto distratta aggiungerei, di una realtà di cui continuo a non sentirmi parte.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Ho concesso a una persona il beneficio del dubbio, conscia del mio caratteraccio, ma a un certo punto è arrivata la conferma che, in fondo, diffidare della persona in questione non era poi così sbagliato.

Persone che ti giudicano da quello che pochi fogli raccontano di te, invece che dagli anni di condivisione del quotidiano.

Un’infinita aridità interiore che si lascia dietro solo un retrogusto amaro.

Un tempo non sarei stata così indulgente.
Né prima né, tanto meno, dopo.
Non avrei tollerato l’immersione in tanta ipocrisia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Così è scattato l’ennesimo faticoso tentativo di ritorno alle origini. Non erano molte le persone a cui stavo bene com’ero, ma io ero fra quelle poche, e questa è l’unica cosa che conta.

Cerco di tornare indietro facendo passi avanti.

Rimettere insieme i cocci non è mai stato il mio forte, ecco perché questa volta sto provando a reinventarmi da zero, con uno sguardo alla me del passato come principale fonte d’ispirazione.

Ho preso le forbici e ho tagliato quel che restava dei vecchi capelli, malati e ormai sfiniti. Un nuovo paio di occhiali, molto meno bon ton, ha da pochi giorni preso possesso della mia faccia.

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

Compongo maldestri collage di annotazioni solitarie, mietendole senza troppa attenzione dopo averle seminate qua e là un po’ a casaccio.

Scruto frustrata quel che resta del mio vecchio scrivere: solo un pallido ricordo che si fa più sbiadito di giorno in giorno.

Ascolto le lacrime rimbombare, lasciarsi cadere come biglie di vetro opaco sui pavimenti metallici dell’anima, ormai troppo stanche per provare a fuggire dagli occhi.

Incasso con estenuata desolazione il disorientamento che, di fronte alla pagina bianca, ha sostituito l’entusiasmo

Sono felice? NO.
Sono infelice? Nemmeno.
Sono. Ma non mi percepisco.
Urlo. Ma non mi sento.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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The Sick Rose

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The Sick Rose

O Rose, thou art sick.
The invisible worm
That flies in the night
In the howling storm

Has found thy bed
Of crimson joy,
And his dark secret love
Does thy life destroy.

William Blake, 1794 ♦

 
 

Una citazione che per me è storia.
Un’immagine che per me è storia.
La ricerca disperata di una me stessa che, a quel tempo, ero sicura avrebbe fatto la storia, perlomeno la mia.

Non ero molto incline al compromesso, fino a quando non si è trasformato nell’unica alternativa possibile.

Una mina antiuomo che ha fatto saltare in aria la mia determinazione. La credevo ferrea, ma sembra che un metallo anti-esplosione non sia ancora stato inventato.

Ora le parole sono gocce solitarie che arrancano nell’immenso letto di un fiume in secca.
I pensieri si avventurano, impavidi, fino alla gola, per poi rimanervi incastrati, impigliati in un nodo perenne.

Non è andata come mi aspettavo.
Ero convinta che… Non lo so nemmeno io di cosa fossi convinta, ma di sicuro era qualcosa di diverso.

Credevo che l’AnarcoPatia si sarebbe rivelata una ragione in più per scrivere, invece mi sono blindata in me stessa e perfino l’inchiostro è stato messo a tacere.
È tremendo realizzare che fatico ad arrivare alla fine di un post, perfino del più breve e insulso, mentre prima ero tanto logorroica da ritrovarmi a scrivere anche più post al giorno.
Qualcosa si è inceppato, ma non sembra esserci verso di capire cosa sia. Per un po’ ho pensato che il problema fosse la paura che alcune persone del mio quotidiano, che sanno dell’esistenza del blog, leggessero cose che non avrei voluto sapessero, così ho provato a riprendere in mano un po’ più spesso carta e penna. Niente.

Sapevo dipingere con le parole, ora a stento riconosco i colori primari. La consapevolezza che tante, troppe cose non potranno più andare come avrei voluto che andassero mi sta prosciugando, e forse questa è la prima volta in cui trovo il coraggio di ammetterlo a me stessa.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Questióne d’Accènto. #9

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Image Credit © VeRA Marte

 

Come sempre, il tempo e l’energia scarseggiano, quindi per questa volta non vi annoierò con lunghi elenchi di vocali toniche, aperte e chiuse.

In occasione della 19ª Giornata Mondiale del Libro e del Diritto d’Autore, vorrei approfittarne per mostrarvi i tre manuali che mi accompagnano nelle mie “Questióni d’Accènto”.

L’avventura è iniziata con:

  • Manuale di Dizione e Pronuncia
    di Ughetta Lanari
    Edito da Giunti Demetra

Visto in libreria e acquiatato online. Considerati i 2 CD inclusi, non posso negare che il prezzo più che abbordabile sia stato un fattore determinante nella scelta.
Per mia fortuna, si è rivelato un libricino ottimo da cui iniziare. Chiaro, semplice, lineare e piuttosto completo. Anche i CD mi piacciono: pochi fronzoli e un sacco di materiale utile.

  • Manuale Professionale di Dizione e Pronuncia
    di Giancarlo Carboni con Patrizia Sorianello
    Edito da Hoepli

Cercato e acquistato online. Un solo CD, un po’ più costoso, ma alla fine la mia fedeltà alle grammatiche delle varie lingue straniere ha avuto la meglio. Ero sicura a priori che fosse un buon manuale e, almeno finora, ho trovato conferma alle mie previsioni.

  • La Parola che Conquista
    di Anna Maria Romagnoli
    Edito da Mursia

Citato in una delle recensioni online riferite al manuale della Hoepli, mi ha incuriosito da subito. Probabilmente uno dei primi manuali stampati per i “profani” di questa disciplina, ma la mia personalissima opinione è che sia un po’ datato e meno efficace degli altri due. Piccola chicca da apprezzare, l’approfondimento sulle varianti di pronuncia regionali: non indispensabile, ma di sicuro curioso e divertente.

Magari nessuno prenderà mai in considerazione nemmeno l’ipotesi di procurarsi uno di questi libri, ma rimango dell’idea che parlarvene, e soprattutto farlo oggi, potesse essere un pensiero carino, perché un libro è una delle massime espressioni del tanto semplice quanto meraviglioso strumento che è la lingua.

Alla prossima Questióne d’Accènto!

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Flusso di Coscienza. #12

In questo periodo è così difficile scrivere.

Mentre Google mi ricorda che oggi è la Giornata della Terra, io constato come il centro di Milano puzzi sempre di più.
Mi sono sempre chiesta se i milanesi se ne rendano conto o se se ne accorgano solo le migliaia di pendolari che ogni giorno arrivano da paesini più o meno dispersi per la regione, dove l’aria non sarà pulitissima, ma di sicuro è più respirabile.

Vedo sbucare come funghi i controlli in uscita dalla metropolitana e non ne comprendo l’utilità, dato che in entrata nessuno si preoccupa di verificare che tu non sia carico di dinamite da seminare qua e là nelle varie gallerie e stazioni.

Non parliamo poi delle grandi manovre in vista dell’imminente inaugurazione di Expo.
Mi sono presa dell’anticonformista per partito preso, ma continuo a sentirmi presa in giro (per essere fine) dal fatto che che lavori e migliorie varie siano state messe in atto per salvarsi la faccia con gli stranieri, mentre, fosse stato solo per i cittadini con le cui tasse tutto ciò è stato finanziato, saremmo ancora immersi nel nostro brodo fino al collo, nell’arduo tentativo di non andare a fondo.

In questo periodo è così difficile scrivere.

Mentre le mie coetanee, nonostante la situazione economica e sociale, si danno da fare, inseguendo l’aspirazione a una vita dignitosa, io gioisco per un palloncino regalatomi dall’AnarcoSocio durante un “blitz frittella” al luna park. Splendido, di quelli gonfiati a elio: so che esiste una semplicissima spiegazione scientifica, ma io ho sempre percepito un po’ di magia in quel loro ostinato tentare di volare via, lontano dalle costrizioni, oltre tutti i confini, oltre le nuvole.

In questo periodo è così difficile scrivere.

Pianifico lo studio, cosa che non avevo mai avuto bisogno di fare, per poi trovarmi costretta a dover ammettere a me stessa che, studiando il doppio, rendo la metà.

In questo periodo è così difficile scrivere.

Osservo le pagine bianche rimanere tali e non mi capacito di come questo sia possibile.
I pensieri accelerano, ma le dita restano immobili.

In questo periodo è così difficile scrivere.

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Whiplash

 

La domanda, semplice ma per niente banale:
Da quanto tempo non scrivo solo per il piacere o la necessistà di farlo?
La risposta, implacabile:
Troppo.

Questa lapidaria conversazione con me stessa era lì, latente, appena sotto la superficie, ormai da mesi.

Lo scossone che l’ha fatta emergere è arrivato con la proposta dell’AnarcoSocio, affatto insolita, di andare a vedere un film sul mondo della musica nel cinemino d’essai di cui è da sempre un assiduo frequentatore.

Così ho scoperto Whiplash.
Arrivato in Italia con un ritardo spaventoso, circa due anni, è però piombato nella mia vita al momento giusto.

L’AnarcoPatia non è l’unica robaccia che mi assilla, soffro anche di nostalgia.
Lo sguardo interiore è ormai incantato, fisso su quella me stessa che aveva sempre carta e penna in mano. Mi capita spesso di chiedermi che fine abbia fatto quella stramba grafomane, compulsiva, a tratti psicotica, ma che faticava molto meno a sentirsi se stessa.
Ricordo la foga spontanea, quasi adolescenziale, con cui sfogavo il bisogno di scrivere che, a suo piacimento, aveva sempre la meglio su qualunque altra cosa della mia vita.
Ricordo pagine, reali e virtuali, strabordanti di parole incontenibili, inarrestabili.
Ricordo la sensazione di estenuante leggerezza quando le dita, esauste, mollavano la presa sulla penna o sulla tastiera.
Ricordo frasi ripetute in maniera ossessiva, per dare consistenza ai pensieri che opprimevano la mente; riempivano fogli che morivano fra le fiamme, con l’intenzione di liberarmi dei fantasmi che vi avevo riversato dentro.

Un’accozzaglia confusa di ricordi, ammassati in quell’angolo di cervello dove sbocciava l’ispirazione e fiorivano le idee, incagliati fra le traballanti giustificazioni che negli ultimi mesi mi sono rifilata da sola ogni volta che, dopo aver guardato a lungo la penna, l’ho lasciata dov’era.

Fra tanti ricordi, stracolmi di frustrazione, Whiplash ne ha riportato a galla uno che avevo sepolto ancora più in profondità, forse perché molto più affilato e pericoloso degli altri: la determinazione.
Quell’alienazione assoluta che mi proteggeva dall’imperturbabile e disumana intransigenza della realtà quotidiana.
Quella volontà incrollabile a perseverare, a non arrendermi mai.
Quell’amore incondizionato per le parole che, lettera dopo lettera, dipingevano sulla pagina bianca la me stessa più autentica.

Non credo a chi dice che sognare non costa nulla.
Sono convinta che esista una differenza sottile ma sostanziale fra una fantasia, galvanizzante e del tutto gratuita, e un’aspirazione, che invece richiede impegno e dedizione.
Tutti siamo consapevoli di quali dei nostri sogni rientrino nella prima categoria e quali nella seconda. I sogni, quelli realizzabili, sono buchi neri che inghiottono il tuo tempo, le tue energie, la tua intera vita e, alla fine, vieni inghiottita anche tu, ma quando vieni catapultata dall’altro lato del vortice, il sogno è lì, fra le tue mani.
Il caos è stato tale che non ti sei nemmeno resa conto di come ci sia arrivato, ma quello è il momento in cui capisci che tutti i tuoi sforzi e i tuoi sacrifici non sono stati vani: quello è il momento in cui, dopo tanta fatica, ti senti viva.

E allora, aspettando che Whiplash arrivi in DVD, l’obiettivo è riprendere in mano la mia vita e le mie passioni. Concentrarmi sull’esame di russo, che in questo momento è la priorità più urgente, e poi riorganizzare me stessa in modo da non permettere mai più alle circostanze di prendere il sopravvento.

 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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