Articoli con tag: AnarcoSocio

Evoluzioni di una bizzarria

anarcopatia

Ci siamo!
È arrivato dicembre, portando con sé la neve: quella di WordPress e quella vera, almeno dove vivo io.
Mese nuovo, anno vecchio, ormai agli sgoccioli.
Tempo di bilanci e rese dei conti.

Il 2017 è stato un anno strano, pieno di cambiamenti, e le cose sono cambiate così tanto che, per la maggior parte, non saprei dire se in meglio o in peggio.

Ad esempio, circa una settimana fa è stato il primo anniversario di quello che doveva essere “solo” un “breve” periodo di riposo forzato.
Ancora una volta, la vita ha deciso per me che dovessi fermarmi, ma questa volta non è riuscita a cogliermi impreparata.
Mi ci è voluto qualche mese per incassare e metabolizzare la recidiva, ma poi è arrivata la reazione: non un’esplosione come le altre volte, ma un’onda che, lenta e implacabile, è andata crescendo e facendosi sempre più inarrestabile.

No, in tutto questo turbinio di vicissitudini non mi sono dimenticata del blog, e sì, so di aver saltato anche la pubblicazione della fiaba russa nelle ultime settimane, ma sono stata “sequestrata” dai nuovi progetti a cui mi sto dedicando, nella speranza che il 2018 sia l’anno in cui li vedrò prendere una forma concreta.

Un passo alla volta, traballando, vacillando, molto spesso cadendo, mi sono rialzata ogni volta un po’ più forte, un po’ più consapevole e, cosa più importante, non mi sono mai fermata.
Giorno dopo giorno, in bilico fra gioie e frustrazioni, fra voglia di farcela e tentazione di gettare la spugna, ho imparato come fare delle mie debolezze i miei punti di forza.

Questa volta l’immobilità imposta non è riuscita a sopraffarmi e la vita, seppure a rilento, è andata avanti anche per me, invece di relegarmi al ruolo di spettatrice passiva.

Mi sono impegnata per comprendere più a fondo i nuovi ritmi del mio corpo invece di continuare ad arrabbiarmici, così da poter trovare nuovi equilibri che mi permettessero di restituire nitidezza alle mie idee, ai miei progetti, ai miei sogni.
Così sono arrivate le mie prime traduzioni retribuite, i miei primi seminari, uno di scrittura creativa e uno di traduzione editoriale, i miei primi mandala, il mio primo ciclo di fisioterapia, la ripresa dello studio di lingue che avevo perso per strada, i miei primi investimenti, economici e non solo, con la prospettiva di un cambiamento professionale e significative svolte sul fronte personale che, in quanto tali, per ora non approfondirò oltre.

Quel che conta più di tutto, però, sono le persone.
Le persone che, nonostante la complessità della situazione, si sono riconfermate delle costanti nella mia vita.
Le persone che, sparendo, in realtà mi hanno alleggerita, lasciando spazio ad altre persone, persone nuove, che durante questo anno mi hanno insegnato e donato tanto, senza chiedere nulla in cambio.
Le persone che hanno combattuto le piccole grandi battaglie quotidiane di questi lunghi mesi al mio fianco, senza permettere alle loro paure e preoccupazioni di trasparire ai miei occhi e offrendomi sostegno costante e incondizionato.

A un anno dal tracollo, però, c’è una persona a cui vorrei rivolgere un grazie speciale per aver continuato a lottare, per non aver mollato nemmeno nei momenti peggiori, per non aver permesso agli imprevisti di scalfire la determinazione, per avere almeno provato a cercare sempre il lato positivo di ogni situazione, per aver creduto nella possibilità di fare della propria “stranezza” il proprio tratto distintivo, per aver capito che il segreto della sopravvivenza, e chi lo sa, magari col tempo anche della felicità, è volersi bene, senza ‘se’ e senza ‘ma’: un grazie di cuore a me stessa!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tu sei una favola!


 

Un bicchierone di latte macchiato, un caffè americano fumante e una curiosa chiacchierata con l’AnarcoSocio sulle conseguenze della discriminazione di genere sul lavoro.

Si ragionava su quanto le donne, costrette da retaggi culturali inamovibili a fare molto più degli uomini per ottenere un trattamento lavorativo paritario, finiscano per diventare acide arpie senza cuore.
L’aspetto bizzarro è che, in genere, questo atteggiamento viene riservato alle altre donne, quasi mai ai colleghi uomini. L’ipotesi che ne è uscita più accreditata è stata quella di una sorta di “guerra fra poverE”, che cercano in qualche modo di emergere nel contesto delle loro ‘pari’, ben consapevoli che provare a fare altrettanto rispetto alla controparte maschile sarebbe una battaglia persa in partenza.

Parlando, mi è tornato in mente l’ultimo cartone animato visto, davvero bellissimo: “Ballerina”.
Una coppia di amici inseparabili, una femmina e un maschio, entrambi orfani, scappano a Parigi nella speranza di realizzare i propri sogni. Alla fine, fra i due, è lei quella che ce la fa, grazie a un’incrollabile determinazione.

Tralasciando la riflessione femminista da cui questo post è nato, vorrei concentrarmi sul messaggio che questo fantastico cartone animato trasmette.
A differenza delle eroine di molti suoi predecessori, forse perfino più gettonati, la protagonista è una ragazzina “normale”, solo un po’ fantasiosa e molto intraprendente. Niente fate, animaletti prodigiosi o magie varie, solo tanta buona volontà e un’incredibile voglia di farcela, condite da qualche momento di debolezza e dall’umanissima tendenza ad approfittare di eventuali circostanze favorevoli, a volte perfino al costo di commettere qualche piccola scorrettezza.

Un invito, semplice ma efficace, a non arrendersi, a lottare per ottenere ciò che si desidera davvero, a scegliere il sentiero indicato dall’istinto, a credere sempre e innanzi tutto in sé stessi, a fare appello alla propria passione quando niente sembra andare per il verso giusto.
Un insegnamento prezioso per grandi e piccini, basato su quel principio di meritocrazia tanto oscuro all’epoca in cui viviamo, ma in cui non voglio smettere di credere.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Sarebbe possibile?

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Grazie all’AnarcoPatia mi ritrovo, per l’ennesima volta, a trascorrere le feste a dieta.

Sfornare tre teglie di biscotti al cioccolato, con cui riempire le calze degli AnarcoNipotini, senza assaggiarne neanche uno non è da tutti e, di sicuro, non è da me: nonostante questo ce l’ho fatta.

Alla luce di questo, cara Signora Befana, per quest’anno sarebbe possibile sostituire i dolciumi che non potrò permettermi di rubacchiare con qualcos’altro?
Non saprei, delle gambe sane, ad esempio, o delle braccia funzionanti, o magari anche un fegato un po’ meno intossicato dai farmaci.
Lo so, lo so, sono la solita esosa, quindi abbasserò un po’ il tiro, ripiegando sui libri, come prevedibile, ma anche un posto tutto mio dove custodirli, leggerli, tradurli e, chi lo sa, magari anche iniziare a scriverli sul serio, in parallelo a un nuovo lavoro più consono alle mie condizioni di (non) salute.
Ancora troppo, eh? Va bene, allora rilancio con un po’ più di forza, innanzi tutto emotiva, ma anche fisica, perché è proprio quella a mancarmi: l’energia. L’energia per restare sveglia un’ora in più la sera per leggere, scrivere o anche solo per riuscire a vedere un film fino alla fine, l’energia per stare in piedi il tempo necessario a visitare una mostra con l’AnarcoSocio, l’energia per impastare e poi stendere un intero panetto di pasta frolla al cacao, perché come i biscotti della zia non ce n’è.

Insomma, per quest’anno sarebbe possibile avere una calza piena di serenità e di un pizzico di “normalità”?
Così, giusto per cambiare un po’…

 

Buona Epifania 2017!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Habemus Jack O’Lantern!

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Image Credit © VeRA Marte

 

Un picco di influenza inaspettato ha ritardato la pubblicazione di questo post, ma non ha interrotto la tradizione!

Nata nel 2013, per il primo Halloween più o meno consapevole dell’AnarcoNipotina, anno dopo anno la zucca intagliata si sta trasformando in un’irrinunciabile e piacevole abitudine.

Pur rispettando tutte le opinioni in merito, non posso negare che mi fanno sorridere quelle persone che borbottano contro questa festa, contro la sua non appartenenza alla nostra tradizione e alla nostra cultura.

La verità è che questa festa, come tante altre, è molto più europea di quanto si pensi e addirittura di secoli antecedente all’avvento del Cristianesimo nel Vecchio Continente.
Halloween è infatti l’odierna forma contratta dell’antica espressione celtica All Hallows’ Eve, ovvero “Vigilia di Ognissanti”.

Questa celebrazione sembra affondare le sue origini nell’Irlanda di oltre 2000 anni fa, abitata da popolazioni celtiche, e ancora oggi sopravvive nelle correnti neopagane col nome di Samhain, o Capodanno Celtico.
Ciò a cui si rende omaggio non è nulla più di un evento naturale: la fine dell’estate, intesa come fine dell’anno agricolo.

Mi rendo conto che nell’epoca dell’agricoltura intensiva e dell’allevamento in batteria, la nostra epoca, possa sembrare anacronistico parlare di feste stagionali, ma è proprio di questo che si tratta.
Per gli antichi la notte fra il 31 ottobre e il 1° novembre era una sorta di “zona franca”, che non apparteneva né all’anno vecchio né a quello nuovo, in cui il velo fra il mondo dei vivi e quello degli spiriti era tanto sottile da permettere che questi entrassero in contatto.
Le usanze prevedevano un gioioso banchetto per festeggiare la fine dell’estate e tutto ciò che questa aveva portato attraverso l’agricoltura e l’allevamento, oltre alla conclusione dei lavori di immagazzinamento delle scorte per la stagione invernale. Il pasto era a base di ingredienti di stagione, come zucca, frutta secca, mele e cereali, oltre a generose portate di carne.
Tutto durante questa nottata celebrava l’imminente riposo della natura, da cui avrebbe avuto inizio un nuovo ciclo vitale.

A oggi, le testimonianze disponibili fanno risalire le prime tracce dell’esistenza di questa festa al VI secolo a.C., nei territori corrispondenti all’odierna Irlanda, quindi mi chiedo: perché mai non dovremmo considerarla “nostra” e festeggiarla?
Non parlo certo di chi ne approfitta, facendone solo un’occasione in più per stordirsi, di musica, di alcol o di qualunque altra cosa; quello a cui mi riferisco io sono cose come, per l’appunto, l’intaglio della zucca, i biscotti per i più piccoli o una serata diversa da trascorrere con le persone a cui teniamo; insomma, nulla di troppo diverso dal Capodanno “classico”.

Per queste ragioni, spero abbiate trascorso una bella nottata di Halloween e che la zucca che io e l’AnarcoSocio abbiamo intagliato quest’anno per gli AnarcoNipotini vi piaccia!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Ottobre Rosso.

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Image Credit © VeRA Marte

 

Scherzetto! Nonostante la mia conclamata russofilia, questo post nulla ha a che fare con gli eventi della rivoluzione d’ottobre avvenuta nel 1917 nella Grande Madre Russia.

L’unico sangue versato è stato il mio, infatti ho iniziato il mese con l’abituale gita trimestrale al Centro Prelievi: vi lascio immaginare con quale gaudio io abbia accolto il trillo della sveglia sabato mattina.

Non ho grandi aspettative rispetto a questo giro di analisi, forse perché le mie aspettative non coincidono mai con gli esiti effettivi, positivi o negativi che siano.

Spiegare la mia apparente indifferenza, in fondo, è semplice: arriva un momento in cui smetti di lasciarti ossessionare dai numeri stampati sui referti, e inizi a concentrarti su quale sia stato il reale impatto della malattia sulla tua vita e su cosa significhi davvero conviverci giorno dopo giorno.

Dopo aver pianto, dopo essermi arrabbiata, dopo aver finto che non fosse mai successo nulla, non ho potuto fare altro che prendere atto della realtà.

Così ho imparato a riposare gli occhi da computer e televisione almeno ogni due ore, a non sacrificare preziosi minuti di sonno per niente al mondo, a organizzare i pasti in modo da non interferire con l’assunzione dei farmaci.

Quelli nella foto, ad esempio, sono i miei 11 giorni di vacanza a Praga.
Una bella rottura, certo, ma nulla di ingestibile una volta preso il ritmo.

Quando i medici mi dicevano “Sarà una cosa lunga”, non avevo idea che si stesse parlando di anni, e per un sacco di tempo ho vissuto posticipando tutto a “quando sarei stata meglio”. Di sicuro la situazione è migliorata, ma col tempo ai benefici della terapia si sono aggiunti anche gli effetti collaterali, e la sensazione di prigionia si è amplificata.

Dover accettare di stare male per non stare peggio è una gran fregatura.

A un certo punto, però, è stata proprio questa consapevolezza a spingermi a ripartire, a riprendere le redini e le misure della mia (nuova) vita.
Seppur con ritmi molto più blandi, ho ripreso a scrivere, a leggere, a studiare e tradurre, ad andare fuori a cena e al cinema da sola in settimana.
Sono perfino tornata all’estero, prendendo un aereo e scarrozzandomi i bagagli.

Il prossimo obiettivo, tanto banale quanto complicato se si pensa che da mesi ho in nervi delle mani infiammati, è tornare a impastare biscotti di tutte le forme per gli AnarcoNipoti.

Sono convinta che a Leti non dispiacerà affatto riprendere questa vecchia abitudine ma, soprattutto, con ben 6 dentini già attivi e con il 7º e l’8º in arrivo, è proprio ora che anche Tommi si unisca a noi!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Respirando Quiete.

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Image Credit © VeRA Marte

 

Il fine settimana appena trascorso ha confermato la teoria che, spesso, le cose improvvisate all’ultimo minuto si rivelano essere le migliori.

Una passeggiata di prima mattina con un’amica, qualche faccenda domestica e qualche commissione inevitabile, un bel film al cinema da sola e poi una birra di quelle buone con l’amica storica: questi gli ingredienti del mio sabato improvvisato.

Per la domenica, invece, qualche ora di sonno in più, l’AnarcoSocio che riesce a recuperare il tempo e le energie sufficienti per raggiungermi dopo una trasferta, un buon libro e una panchina in riva al lago, seguiti da un ottimo frappè al cioccolato e una pizza per cena.

Poche, semplici cose che sono riuscite a regalarmi qualche ora di serenità autentica, quella che ti fa sentire leggera e in pace con te stessa e col mondo.
Pochi attimi durante i quali è riaffiorata la rassicurante sensazione che, se credi davvero in qualcosa, nulla è impossibile.
Non importa se si è trattato solo di qualche istante, prima che la ruvida concretezza della realtà tornasse ad abbattersi su quel raro momento di quiete, quello che conta è essere riuscita a respirare, a immagazzinare abbastanza ossigeno per sopravvivere fino alla prossima boccata d’aria.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caterina e il diavolo.

Come avrete di sicuro indovinato dal silenzio prolungato, io e l’AnarcoSocio siamo in vacanza.

Dove siamo lo scoprirete presto, per oggi mi limito a dirvi che la fiaba di questa settimana non è russa, ma originaria della terra che ci sta ospitando.

Buona lettura!!!

 

Caterina-diavolo-Čert-Káča

 

In un paese viveva una donnina di nome Caterina, che possedeva una casetta, un giardinetto e qualche soldino, ma se anche fosse stata seduta su una montagna d’oro, neanche il più povero dei giovani l’avrebbe sposata, perché era un vero diavolo e quando litigava la si sentiva a centocinquanta passi di distanza.
Quando la domenica in paese si faceva musica, Caterina era la prima a presentarsi: i giovanotti facevano l’occhiolino alle ragazze e loro si lanciavano nelle danze sorridendo, ma a Caterina non era mai capitata questa fortuna in tutta la sua vita, nonostante avesse già quarant’anni. Nessuno voleva ballare con lei, eppure lei non mancava neanche una domenica.
Un giorno uscì di casa e si mise a pensare: «Sono già così vecchia e non ho ancora ballato con un giovanotto, c’è di che arrabbiarsi! Ho una tale voglia di danzare, che oggi potrei accettare anche l’invito del diavolo!”
Imbronciata, entrò nella locanda, si sedette accanto alla stufa e si mise a guardare chi andava a ballare con chi. D’improvviso entrò un signore vestito da cacciatore, che sedette vicino a Caterina e si fece servire da bere. La ragazza gli portò una birra, il sognore la prese e ne offrì a Caterina, perché brindasse con lui.
Caterina non credeva ai suoi occhi che quel signore potesse farle un tale onore, esitò un po’, ma alla fine bevve un sorso.
Il signore appoggiò il boccale, prese di tasca un ducato, lo lanciò allo zampognaro e gridò: «Ora ballo io, ragazzi!»
I giovanotti si fecero da parte e il signore condusse Caterina al centro della stanza.
«Ahi, ahi, ma chi sarà?», si chiedevano i più anziani, confabulando fra loro; i ragazzi facevano delle smorfie e le fanciulle si nascondevano il viso nei grembiuli, perché Caterina non le vedesse sorridere. Ma Caterina non aveva occhi per nessuno, era talmente felice di poter danzare che se anche il mondo intero si fosse sbellicato dalle risa, lei non se ne sarebbe accorta. Per tutto il pomeriggio, e poi tutta la sera, il signore ballò solo con Caterina, le comprò il marzapane e l’acqua e zucchero, e quando giunse l’ora di tornare a casa, l’accompagnò a piedi attraverso il paese.
«Se solo potessi ballare per tutta la vita con voi come oggi», disse Caterina al momento del commiato.
«Si può fare, se vieni con me».
«E dove vivete?»
«Aggrappati al mio collo e io te lo dirò».
Caterina obbedì, ma a quel punto il signore si trasformò nel diavolo e la condusse con sè all’inferno. Si fermò davanti alla porta, bussò e i suoi compari gli vennero ad aprire, e vedendolo così stanco, si offrirono di prendere loro Caterina. Ma lei rimase aggrappata e non voleva lasciare andare la presa a nessun costo; così il diavolo fu costretto a presentarsi al Grande Diavolo con Caterina appesa al collo.
«Chi mi porti?», chiese lui.
Il diavolo raccontò che durante il suo girovagare per il mondo aveva udito il grido di richiamo di Caterina, che voleva a tutti i costi un uomo con cui ballare, e così aveva voluto consolarla e alla fine aveva pensato anche di mostrarle l’inferno. «Non sapevo che non mi avrebbe lasciato andare», concluse poi.
«Perché sei uno sciocco e non vuoi imparare mai la lezione», lo apostrofò il vecchio padrone. «Prima di cominciare qualcosa con qualcuno, devi conoscere la sua natura; se ci avessi pensato prima, non avresti portato Caterina con te. Ora allontanati dal mio sguardo e fai in modo di liberarti di lei».
Il povero diavolo risalì nel mondo degli umani insieme a Caterina. Le promise mari e monti se solo l’avesse lasciato andare, la rimbrottò, ma inutilmente. Sfinito e irato, raggiunse un campo dove un giovane pastore, avvolto in un’enorme pelliccia, stava pascolando il suo gregge. Il diavolo aveva assunto le sembianze umane e quindi il pastore non lo riconobbe. «Chi portate con voi, amico?», chiese fiducioso al diavolo.
«Ah, se lei sapesse, non riesco neanche più a respirare. Pensate un po’, me ne andavo per la mia strada, pensavo ai fatti miei, quando questa donna mi salta al collo e si rifiuta di lasciarmi andare. Volevo portarla fino al paese dopo e scrollarmela di dosso, ma non ce la faccio, i miei piedi non mi reggono più».
«Se volete vi posso venire in soccorso, ma non per molto, perché poi devo badare alle mie pecore. Posso portarla per metà del cammino».
«Oh, quanto ne sarei felice».
«Hai sentito? Aggrappati a me», disse il pastore a Caterina.
Non appena udite quelle parole, Caterina lasciò andare il diavolo e si aggrappò al manto di pecora. Ora sì che il poveretto aveva un bel carico, la sua pelliccia e Caterina! Ben presto si stancò e cominciò a pensare a come liberarsi di Caterina. Se solo avesse potuto spogliarsi di lei come della pelliccia! Lentamente provò a vedere se gli riusciva, proprio mentre passava accanto a uno stagno. Tirò fuori una mano, poi tirò fuori l’altra e Caterina non si accorse di nulla, aprì il primo bottone, poi il secondo, infine il terzo e pluff — Caterina si ritrovò in acqua insieme alla pelliccia.
Il diavolo non aveva seguito il pastore, ma era seduto a terra, stava fermo al freddo a badare alle pecore e aspettava di veder tornare il ragazzo con Caterina. Non dovette attendere a lungo. Con la pelliccia fradicia sulle spalle, il pastore tornò di corsa al suo gregge, nel timore che lo straniero se ne fosse già andato e avesse lasciato sole le sue pecorelle. Quando si incontrarono, si guardarono per un attimo. Il diavolo non credette ai suoi occhi perché il pastore era tornato senza Caterina, e il pastore si sbalordì nel vedere lo straniero ancora intento a badare al gregge. «Ti ringrazio», disse infine il diavolo al pastore. «Mi hai fatto un grande favore, altrimenti non avrei saputo come fare con Caterina. Non lo dimenticherò mai e mi sdebiterò con te. Affinché tu sappia chi hai aiutato nel momento del bisogno, ti dico che io sono il diavolo». Così dicendo, scomparve. Il pastore rimase un po’ a grattarsi il capo, poi si disse: «Se tutti i diavoli sono così sciocchi come questo, posso stare tranquillo».
Nel paese dove viveva il pastore, regnava un giovane principe con due governatori, i quali governavano molto male. La gente imprecava contro il principe e i suoi due luogotenenti. Una volta, il principe chiamò un astrologo e gli ordinò di leggere nelle stelle il destino suo e dei governatori. L’astrologo obbedì, e scrutò le stelle per vedere quale fosse la fine di quei tre. «Perdonate, vostra maestà principesca», disse lui una volta concluso il suo studio. «Ma voi e i Vostri due uomini siete in grave pericolo e io temo di parlarvene».
«Voglio sapere tutto, qualunque cosa sia! Ma resta qui, perché se le tue profezie non si dovessero avverare, perderai la testa».
«Mi inchino volentieri ai Vostri ordini. Allora ascolti: prima che si presenti il secondo quarto di luna, il diavolo si porterà via i due governatori alla tale e tale ora, nel tale e tale giorno e all’inizio della luna piena verrà a prendere Voi, principesca maestà e vi porterà tutti e tre all’inferno».
«Chiudete in prigione questo truffatore imbroglione!», ordinò il principe e i sui servitori gli obbedirono. Ma nel suo cuore, il principe non era così sicuro come voleva apparire: le parole dell’astrologo lo avevano scosso. Per la prima volta si sentiva in pericolo! I due governatori erano spaventati a morte, arraffarono tutti i loro averi, corsero nelle loro proprietà e le fecero fortificare per essere sicuri che il diavolo non potesse andare a prenderli. Il principe invece riprese la retta ivia, sperando che la terribile profezia non si avverasse.
Il povero pastore non sapeva nulla d tutto ciò; giorno per giorno pascolava il suo gregge e non si curava minimamente di quanto accadeva nel mondo. Un giorno, il diavolo i presentò inatteso da lui e gli disse: «Pastore mio, sono venuto per ripagarti del favore. Dopo il primo quarto di luna devo portare con me all’inferno i due governatori, perché hanno derubato la povera gente e hanno consiglito male il principe. Ma se dovessi vedere che possono redimersi, li lascerò qui e al tempo stesso premierò te. Il tale e tale giorno presentati al primo castello, dove sarà riunita una gran folla. Non appena si sentirà un frastuono terribile, i servitori apriranno i portoni e io porterò fuori il signore. A quel punto vienimi vicino e dì: “Allontanati all’istante, altrimenti te la passerai male!”. Io ti ubbidirò e me ne andrò. Dopo fatti consegnare dal signore due sacchi d’oro e se non te li vuole dare, allora digli che mi richiamerai. A quel punto, vai al secondo castello, fai lo stesso e pretendi lo stesso compenso. Impiega a dovere quell’oro e usalo per il bene. Quando verrà la luna piena, dovrò andare a prendere il principe, ma non vorrei consigliarti di liberare anche lui, altrimenti dovrai dare in cambio la tua pelle». Detto questo, se ne andò.
Il astore tnne a mente ogni singola parola. Quando giunse il primo quarto di luna, lasciò il suo gregge e si recò a castello, dove viveva uno dei due governatori. Arrivò proprio al momento giusto. La gente era riunta a guardare il diavolo che voleva portasi via il signore. Si udì un urlo raccapricciante, il portone si aprì e il maligno trascinò fuori il poveretto agonizzante. A quel punto, il pastore si fece avanti, prese per mano il signore e allotanò il diavolo con queste parole: «Vattene o te la passerai male!» Il diavolo svanì all’istante e l’incredulo signorebaciò la mano del pastore, chiedendogli cosa volesse in cambio. Il pastore gli disse che voleva due sacchi d’oro e il signore lo accontentò all’istante.
Soddisfatto, il pastore si recò al secondo castello e anche lì si comportò allo stesso modo. Si capiva che il principe era veuto a sapere del pastore, difatti chiedeva di continuo informazioni sulla sorte dei due governatori. Dopo aver appreso tutto quanto era successo, mandò una carrozza con quattro cavalli, perché accompagnasse il pastore da lui, e poi lo pregò di aiutare anche lui e salvarlo dalle grinfie del diavolo.
«Mio signore», gli rispose il pastore, «a voi non posso prometterlo; in questo caso si tratta di me. Voi siete un grande peccatore, ma se saprete migliorare e regnare in modo giusto saggio e buono sul vostro popolo, come si conviene a un principe, allora potrò fare il tentativo e prendere l vostro posto fra le fiamme dell’inferno».
Il principe accettò tutte le condizioni, il pastore se ne andò, dopo aver promesso che si sarebbe presentato all’appuntamento.
Si attendeva la luna piena, in preda all’ansia e alla paura. Inizialmete tutti auguravano il peggio al principe, ma poi tutti si ricredettero, perché egli aveva cominciato a comportarsi irreprensibilmente e non avrebbe potuto esserci un principe migliore. I giorni volavano tanto in fretta, che la gente non riusciva a tenenrne il conto! Prima che il principe se ne accorgesse, giunse il momento in cui avrebbe dovuto prendere congedo da tutto ciò che gli dava gioia. Si vestì di nero, e bianco come un cencio, e si sedette ad aspettare che arrivassero il pastore o il diavolo. D’un tratto la porta si aprì e comparve il Maligno.
«Preparati signor principe, è giunta l’ora che ti porti via con me».
Senza ribattere, il principe si alzò e insieme al diavolo attraversò il cortile dove era riunita una gran folla. All’improvviso, il pastore si fece largo, correndo verso il diavolo e urlando già da lontano: «Fuggi, fuggi, altrimenti te la passerai male».
«Come puoi pensare di fermarmi? Non ricordi quello che ti ho detto?», sussurrò il diavolo al pastore.
«Povero sciocco, non penso al principe, ma a te. Caterina è viva e chiede di te!»
Non appena il diavolo udì il nome di Caterina, svanì in un soffio, lasciando in pace il principe. Il pastore rise di gusto, felice di aver salvato il principe con quel trabocchetto. Per ricompensarlo, il principe lo nominò primo ministro e cominciò a trattarlo come un fratello. Il pastore si rivelò un bravo consigliere e un fedele servitore. Dei due sacchi d’oro, tenne per sé solo una corona e con il resto aiuto tutta la povera gente che era stata derubata dai due overnatori malvagi.

 

Božena Němcová

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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#BeLikeHenri

Henri Cartie-Bresson - Biella

 

Palazzo Gromo Losa, al Piazzo di Biella, ospita la rassegna fotografica “HENRI CARTIER-BRESSON – Collezione Sam, Lilette e Sébastien Szafran”.

Dal 20 marzo al 15 maggio 2016, saranno esposti ben 226 degli scatti con cui, nei suoi (quasi) 96 anni di vita (1908-2004), il grande fotografo francese si è fatto portavoce di un intero secolo.

Persone, luoghi, eventi, tutti molto diversi fra loro, ma tutti accomunati dall’incredibile capacità di Cartier-Bresson di “cogliere l’attimo”.
Un’abilità innata, quella toccata in sorte ad Henri, che trova modo di esprimersi in ognuna delle sue fotografie, così significative anche se, all’apparenza, immortalate in modo del tutto casuale.

Sono sempre stata affascinata dagli artisti dell’immagine, forse perché è un mezzo espressivo che mi piacerebbe saper padroneggiare un po’ meglio, ma c’è sempre tempo per imparare. Mi ha colpita molto anche scoprire la fitta rete sociale di cui Cartier-Bresson faceva parte, un nutrito gruppo di persone dedite alle arti più disparate, una lunga serie di incontri con personalità di spicco come Henri Matisse, Pablo Picasso, Francis Bacon, Edith Piaf, Alberto Giacometti e molti altri. I circoli e le associazioni culturali esistono anche ai giorni nostri, ma il clima, l’atmosfera che vi si respira non è certo la stessa.

La cosa che mi ha stupita di più, però, è stata leggere che, dopo quasi 4 decenni di intensa attività, Henri abbia dichiarato di non essere mai stato davvero interessato alla fotografia, quello che voleva era “fissare una frazione di secondo di realtà” (cit.).
Trovo che questa affermazione racchiuda tutto il suo straordinario talento.
Nessuna attenzione alla teoria e alla tecnica, solo un’immensa sensibilità e un’incontenibile passione: cosa più di questo può essere definito “arte”?

Per rendere la mostra ancora più coinvolgente, gli organizzatori hanno ideato un’iniziativa che “accompagna” i visitatori nella loro visita: hanno lanciato su Instagram (@FondazioneCRBiella) l’hashtag #BeLikeHenri.
Ognuno è libero di fotografare gli scatti che più gli piacciono e pubblicarli, in bianco e nero, sul proprio profilo utilizzando l’hashtag dedicato, rendendo così omaggio al caratteristico stile del fotografo francese.

È stato un pomeriggio diverso dal solito, conclusosi con la pioggerellina leggera che abbiamo trovato ad attenderci quando siamo usciti da Palazzo Gromo Losa, un velo sottile che avvolgeva tutto, sfumando appena i contorni del mondo. Dopo un’immersione, seppur breve, nel mondo di Cartier-Bresson, il “fotografo della realtà” non puoi fare a meno di osservare con occhi diversi tutto ciò che ti circonda, dall’irregolarità di un sampietrino mancante nel pavé di un borgo storico alle ramificazioni di un’antenna che svetta scura contro un asettico cielo bianco, dalla stanchezza nello sguardo di un anziano al sorriso contagioso di un bambino.

Un tuffo improvvisato in quella dimensione parallela in cui mi sono sempre sentita a casa, quella della creatività e dell’arte, qualunque fosse la forma prescelta per esprimerle.

Un’esperienza non programmata, un fugace sguardo a ciò che di bello è rimasto di un passato ormai lontano, a cui però mi rivolgo sempre con un pizzico di nostalgia e di affetto, una linea guida da seguire con fiducia nell’incamminarmi verso il futuro.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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L’Armata delle Fobie.

фобия-fobia

 

Macchina, un giretto per i negozi, con tappa obbligata in libreria, una piadina farcitissima e super filmone impegnato al cinema.

Tutto da sola.

Erano anni che non lo facevo e devo ammetterlo: ci voleva.

Prima del tracollo medico ero piuttosto conosciuta per la mia autonomia, la mia indipendenza, ma soprattutto per la mia incrollabile fedeltà a me stessa.

Questa serata di libera uscita, però, è stata l’inconfutabile prova che di quella persona è rimasto ben poco.
Un tempo ero l’autista ‘di ruolo’ della comitiva. Amavo guidare, mi rilassava. Ero sicura di me e, avendo sempre guidato macchine piccoline, anche piuttosto agile nel traffico, qualunque fosse la velocità di marcia, da 20 a 130 km/h con nonchalance, non oltre solo perché per la PandaMobile avrebbe significato prendere il volo.

Non avevo alcun problema nell’essere a zonzo da sola: cinema, musei, concerti, ma all’occorrenza anche posta, medico, panettiere, distributore di benzina self-service, sia di giorno che di notte, insomma, qualunque cosa. Nella mia fase da concertara accanita, ad esempio, mi sono girata in lungo e in largo il Nord e Centro Italia con la sola compagnia della PandaMobile, con l’audiocassetta collegata al lettore mp3 sempre nell’autoradio, a volumi folli, e carta e penna sempre in borsa. Ore e ore passate a macinare chilometri cantando a squarciagola le cose più disparate, senza pensare a nulla, con uno spiraglio di finestrino sempre aperto anche d’inverno, dato che nella PandaMobile il meccanismo per spannare i vetri non ha mai funzionato granché.

Martedì scorso, invece, il panico.
Uno strano senso di soffocamento in autostrada: troppe macchine, troppo vicine, troppo veloci, e al ritorno gli occhi che si rifiutano di gestire l’effetto abbagliante dei fanali delle auto provenienti dalla direzione opposta.
Al cinema, il costante timore di perdere il telefono, il portafoglio o le chiavi della macchina e, nel parcheggio, il cuore a mille nell’attraversare l’androne buio che collega l’esterno alle scale che portano all’ingresso del multisala.

Sapevo che sarebbe successo, ma mi ostinavo a negarlo.
Un’intera armata di nuove fobie è di stanza nel fondo del mio stomaco ormai da mesi ma, germofobia a parte, finora ero stata abilissima nel tenerla a bada.

Per quanto liberatoria, è stata una serata di tensione e di rammarico di fronte all’evidente e innegabile incapacità di fare, in serenità, cose che prima facevo senza doverci pensare su.

La verità è che l’AnarcoSocio ha ragione quando si lamenta di quanto logorante sia la sensazione di non riuscire mai a riprendere fiato.
Io ci sono riuscita, ma per farlo ho rinunciato a tutte quelle piccole cose che facevano di me la persona che ero, e ho sbagliato. Ho permesso alla paura, alle mille nuove paure che mi hanno assediata, di avere la meglio, di divorarrmi giorno dopo giorno.

Solo ora ho realizzato: se per ‘respirare’ devo sacrificare quello che amo, quello che mi fa stare bene con me stessa, allora preferisco vivere in apnea.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Giornata Mondiale del Malato Reumatico 2015

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Image Credit © VeRA Marte

 

Ieri, 12 Ottobre, si è celebrata la Giornata Mondiale del Malato Reumatico e per la prima volta, dopo quasi due anni, ho deciso di provare a partecipare a un evento organizzato per l’occasione: un’esperienza che non credo ripeterò tanto presto.

Tre ore e mezza di dati, numeri e paroloni, oltre 150 patologie, tutte caratterizzate da un sintomo principale comune: il dolore costante.

Non una parola sull’AnarcoPatia.
Bisogna fare informazione, formazione e prevenzione sulle malattie più diffuse, non resta tempo per parlare anche di quelle rare.

La sala è piena e l’età media dei partecipanti, a occhio e croce, sembra partire dal doppio della mia per poi andare a salire. La cosa mi sconforta abbastanza, ma cerco di non darlo troppo a vedere.
Iniziano gli interventi dei vari specialisti. Ripetitivi per chi e già coinvolto, troppo carichi di nozioni specifiche per chi non lo è, di sicuro interminabili per tutti.
A metà vorrei andarmene, non so nemmeno io se più per il sonno o per la noia, ma mi concentro sul pensiero del piccolo rinfresco in programma a fine evento e porto pazienza.
Dopo un tempo che sembra infinito, i microfoni tacciono. Più di metà delle persone se ne sono già andate, ma tutto sommato questo significa più pizza, salame, patatine e torta al cioccolato da rubacchiare al buffet.

L’AnarcoSocio sfodera 10 € per regalarmi uno dei ciclamini in vendita per la raccolta fondi. Lui non vuole saperne dei 5 € di resto che gli spetterebbero, ma la signora al banchetto vuole saperne ancora meno di accettare dei soldi extra, dato che fatturano ogni singolo euro, così me ne torno a casa con ben due ciclamini. Non ho idea di come si curino, non ho mai avuto il pollice verde, ma sono proprio belli, quindi mi impegnerò a fare del mio meglio.

 

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I miei ciclamini! ^_^
Image Credit © VeRA Marte

 

Per fortuna la serata si è conclusa in tranquillità, una pizza ultra farcita seguita da “Il castello errante di Howl” di Hayao Miyazaki, che mi sono goduta standomene raggomitolata sul divano sotto una coperta con l’AnarcoSocio, che sonnecchiava beato.

Gli ostacoli sono all’ordine del giorno, e pur con tutta la buona volontà non sono sempre semplici da affrontare; le difficoltà che si aggiungono a quelle di per sé inevitabili della quotidianità sono tante, ma ancora adesso, a distanza di quasi due anni dall’inizio di questa (dis)avventura, credo che la cosa più ostica da gestire sia la perversa contraddizione fra la non-abitudine a pensarmi malata e il non riuscire a pensarmi in nessun altro modo.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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