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Macchietta d’olio.

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Da martedì mattina sono ufficialmente un ingranaggio omologato della perversa macchina del lavoro a tempo indeterminato. Alla veneranda età di 32 anni, mi hanno assegnato il mio numerino nei registri e piazzata nella mia casellina predeterminata nel grande archivio dei lavoratori “fortunati”, quelli che accettano qualunque condizione pur di continuare ad avere uno stipendio che gli consenta di (soprav)vivere.

Sia chiaro, non mi lamento, anzi!
Il tono polemico è uno strascico delle mirabolanti peripezie che ho dovuto attraversare per giungere all’agognato traguardo: mi limito a dichiarare che si è più e più volte rasentato il ridicolo.
A fronte di questo la domanda è una sola: perché?

Passi che non si possa pretendere, meno che mai coi tempi che corrono, di trovare il proprio lavoro ideale, ma anche ammesso che si riesca a trovarne uno qualunque, di lavoro, perché ci vogliono mesi, se non anni, per “stabilizzare” la propria situazione?
Perché se hai una qualifica vogliono l’esperienza, se hai l’esperienza vogliono una qualifica, e magari se le hai entrambe non ti assumono lo stesso perché “dovremmo pagarti troppo e non ce lo possiamo permettere”.
Come fai, fai, sbagli.
Come sei, sei, non sei mai abbastanza.

È qui che scatta l’apatia.
Non intesa come disinteresse e menefreghismo, ma come strategia di autodifesa, come unica via percorribile per la sopravvivenza.
Quando le due paroline magiche “tempo indeterminato” fanno capolino nella travagliata esistenza della precaria, d’improvviso è come se la piccola, preoccupante crepa che da tempo ormai immemore minava la sua stabilità mentale cedesse, aprendosi in una vera e propria voragine in cui si riversa l’irruenta cascata di tutte le ansie, le paure e le preoccupazioni che ne hanno angustiato la vita per interminabili mesi.
Un’inaspettata boccata d’aria fresca riempie i polmoni della poveretta e d’un tratto è il silenzio.
Di colpo tutte le fastidiose vocine che ti riempivano la testa tacciono e tu, quasi spaesata, fai una cosa che non facevi da così tanto tempo da aver dimenticato l’ultima volta che te l’eri concessa: respiri.

È una cosa rapidissima, questione di pochi istanti, poi tutto riprende come prima, con la sola, non certo trascurabile, differenza di una leggerezza prima estranea, una sensazione del tutto sconosciuta che ti si insinua nel cervello per insegnarti un concetto nuovo, o meglio ancora, per rilasciarti un’autorizzazione in cui non speravi quasi più: ora puoi iniziare a costruirti la tua vita.

Tempo fa, durante un corso di formazione, la docente di comunicazione mi colse un po’ di sorpresa con questo commento: «Non sono mai stata a favore dell’atteggiamento comunicativo passivo, anche se negli anni mi sono resa conto che possa diventare una sorta di “armatura” difensiva. Tu però sei proprio una macchietta d’olio: non è che non ti metti in gioco nel tentativo di preservarti, è che proprio tutto quello che riguarda il tuo ambito lavorativo ti scivola addosso. A volte vorrei proprio saper essere come te».
Mi pare abbastanza evidente che non fosse proprio un complimento, ma la verità è che quando il lavoro si spoglia di ogni suo valore sociale, intellettuale e umano, gli resta solo quello economico, e quando lavori solo perché hai bisogno dello stipendio, di tutto il resto finisce per importarti davvero ben poco.
Capisci che le cose a cui vale la pena dedicare il poco tempo e le poche energie di cui puoi disporre a tuo piacimento sono altre, e l’entusiasmo per quella cosa che, si dice, dovrebbe nobilitare l’uomo, il lavoro per l’appunto, scema poco a poco fino a svanire, facendone un mero mezzo di sostentamento, a volte addirittura una sorta di “finanziamento” per progetti alternativi con cui ci si augura di riuscire, un giorno, a sostituire la mesta routine quotidiana, che pure si è tanto faticato per costruire.

È così che il lavoro di tutti i giorni diventa poco più che un mezzo, uno svilito strumento per raggiungere fini e obiettivi altri, per provare ad alimentare i sogni nella speranza che crescano a sufficienza da realizzarsi.
Già, realizzarsi, quell’utopia che la mia disorientata generazione insegue da sempre, con tenacia, senza però mai venirne a capo.

Pessimista? Forse…
Ma sono abbastanza convinta di essere in solidale e, ahimè, abbondante compagnia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tre su tre.

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Proprio come il mese scorso, eccoci di nuovo a una settimana che si apre con un 13 e si conclude con un 17. A febbraio quella settimana per me era iniziata con tre medici in tre giorni.
Febbraio è finito, con dei prelievi, e marzo è iniziato, con una visita di controllo in cui mi hanno pasticciato ancora i dosaggi della terapia: mese nuovo, copione ormai vecchio e scontato.
Che dire? Non male!

Non è su questo però che si sta focalizzando la mia attenzione, bensì sulla mia persistente incapacità di programmare il lavoro, perfino quello che faccio volentieri: la scarsa produttività di queste ultime settimane ne è la prova lampante.

«Sono i farmaci», mi dicono tutti, ma in fondo che differenza fa quale sia la causa?
Malattia in sé o effetti collaterali della terapia, resta il fatto che il cervello non è lucido e reattivo come dovrebbe.

Dopo mesi, si era deciso a partorire un’idea decente, un progetto che, per una volta, sembrava essere interessante, solido, addirittura ragionevole, ma poi si è fermato lì. Non riesce a fare il passo successivo, procedendo dall’illuminazione divina alla messa in atto pratica, e mi ritrovo per l’ennesima volta in un esasperante stato di stallo. Nella testa funziona tutto benissimo, ma poi non riesco a dare alle cose una forma concreta e questo mi fa ammattire.

La frequentazione assidua e obbligatoria di ambienti medici e ospedalieri ha l’aberrante capacità di destabilizzare e riorganizzare a proprio piacimento la scala delle priorità umane.
Occuparti di tutto quello di cui ti DEVI occupare ti sfinisce al punto che non ti restano energie per occuparti di quello di cui VORRESTI occuparti.

Giusto qualche giorno fa, ad esempio, mi sono resa conto che la crescente difficoltà nel concentrarmi mi ha resa intollerante al rumore. Io che leggevo, spesso addirittura studiavo, nel caos regnante di un treno pendolari o camminando sulla banchina sovraffollata della metropolitana, ora fatico a concentrarmi nel silenzio e nella solitudine più assoluti.
Avevo una mia teoria riguardo a questo, secondo cui il frastuono fa da incentivo a concentrarsi meglio, mentre nel silenzio è più facile che un singolo suono riesca a distrarre l’attenzione, ma ora di quella teoria me ne faccio ben poco.

I progetti vanno a rilento, arranco a rispettare le scadenze, imposte o autoimposte che siano, lo studio va a rilento, sembra quasi che nella testa non ci sia più spazio per nuove nozioni, la scrittura e la lettura vanno a rilento, gli strafalcioni abbondano e lo stile zoppica, la “reclusione” invece continua.
È come vivere in un acquario: spazio ben delimitato e una lentezza d’azione quasi surreale.
Non che questo mi fermi o mi impedisca di continuare a provarci, è solo che a volte mi strema, mi sfinisce. Sul lungo termine il continuo dover investire energie doppie, se non triple, per fare qualunque cosa, può diventare logorante.

Il risultato di tutto questo è una serie di post che, almeno a me, sembrano tutti uguali, in cui prima mi lagno e poi tento di farmi coraggio da sola.
Che tristezza…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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La 15ª Domenica…

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Image Credit © VeRA Marte

 

La mia reclusione, sotto la denominazione ufficiale di ‘riposo forzato’, è iniziata di sabato, per la precisione il 26 novembre 2016, ma allo stato attuale non credo sia un singolo giorno a poter fare la differenza.

Settimana dopo settimana, oggi è la 15ª domenica in cui devo arrovellarmi il cervello per trovare qualcosa da fare che soddisfi la mia estrema necessità di evasione, senza però destabilizzare la mia salute capricciosa.

Niente più mostre, perché due ore in piedi in ambienti affollati e poco areati per me potrebbero rivelarsi delle vere e proprie bombe batteriologiche.
Niente passeggiate, o quanto meno con moderazione, perché ogni passo in più potrebbe essere quello fatale, l’innesco di una nuova rivolta autoimmune.
Niente merende, perché la vecchia terapia ha devastato il fegato, circostanza che ha portato all’imposizione di una ferrea dieta disintossicante.

Tanto cinema, almeno quello sì, perché, per ragioni a me ignote, ma per mia grande fortuna, il cervello si ostina vivere qell’agglomerato di persone stipate in uno spazio chiuso come una situazione ‘sicura’.

Insomma, passano i giorni, le settimane, i mesi, ma io rimango bloccata sempre nello stesso fotogramma di vita.
Nella foto i due lati della mia scatolina porta-farmaci, con il necessario per il weekend: 38 pastiglie, 18 e mezza al giorno, a cui si aggiungono quelle a frequenza variabile, fiale, gocce, pomate varie per gli sfoghi da farmaco, e chi più ne ha, più ne metta.

Difficile programmare un fine settimana ‘normale’ con queste premesse, ma io non mollo!
Proseguo la mia crociata d’assalto a tutte le librerie possibili e immaginabili, alla faccia dei puntini neri davanti agli occhi con cui il prednisone tenta di rendermi impossibile perfino la lettura.
Persevero nella frequentazione di locali in cui si fa musica dal vivo, giocandomi lo sgarro salato settimanale in hamburger, patatine e anelli di cipolla, per la prima volta dopo due mesi abbondanti di dieta, accompagnati però da una diligentissima e dignitosissima acqua naturale, che i farmaci con l’alcol fanno male.
Riservo lo sgarro dolce alla domenica pomeriggio, passando dai locali metallari del sabato sera a composte e graziose sale da tè, con le pareti color lavanda e i tavolini in legno bianco, imbanditi di tazze di profumate tisane alla frutta e scenografiche fette di torta in candidi piattini da dessert, che dopo le ore piccole una parentesi ristoratrice ci vuole.

Ebbene sì, cara la mia AnarcoPatia, ci hai provato a fermarmi, ma col ca**o che te la do vinta!
Ti ho concesso di rallentarmi, è vero, ma questo è quanto, non aspettarti altro.
Perché io sono io, non sono la mia malattia, non sono te: io ero io prima di te e continuerò a esserlo dopo di te. Tu invece, sei solo un parassita, senza di me non esisti, non sei nulla.

Ora ti è chiaro chi comanda?

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Sarebbe possibile?

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Grazie all’AnarcoPatia mi ritrovo, per l’ennesima volta, a trascorrere le feste a dieta.

Sfornare tre teglie di biscotti al cioccolato, con cui riempire le calze degli AnarcoNipotini, senza assaggiarne neanche uno non è da tutti e, di sicuro, non è da me: nonostante questo ce l’ho fatta.

Alla luce di questo, cara Signora Befana, per quest’anno sarebbe possibile sostituire i dolciumi che non potrò permettermi di rubacchiare con qualcos’altro?
Non saprei, delle gambe sane, ad esempio, o delle braccia funzionanti, o magari anche un fegato un po’ meno intossicato dai farmaci.
Lo so, lo so, sono la solita esosa, quindi abbasserò un po’ il tiro, ripiegando sui libri, come prevedibile, ma anche un posto tutto mio dove custodirli, leggerli, tradurli e, chi lo sa, magari anche iniziare a scriverli sul serio, in parallelo a un nuovo lavoro più consono alle mie condizioni di (non) salute.
Ancora troppo, eh? Va bene, allora rilancio con un po’ più di forza, innanzi tutto emotiva, ma anche fisica, perché è proprio quella a mancarmi: l’energia. L’energia per restare sveglia un’ora in più la sera per leggere, scrivere o anche solo per riuscire a vedere un film fino alla fine, l’energia per stare in piedi il tempo necessario a visitare una mostra con l’AnarcoSocio, l’energia per impastare e poi stendere un intero panetto di pasta frolla al cacao, perché come i biscotti della zia non ce n’è.

Insomma, per quest’anno sarebbe possibile avere una calza piena di serenità e di un pizzico di “normalità”?
Così, giusto per cambiare un po’…

 

Buona Epifania 2017!!!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Nerissimo.

 

Domenica 8 Maggio 2016. Ore 23:50.

Le mani scorticate per il troppo applaudire.

Di colpo risvegliarmi nel profondo dello stomaco, riscoprire i segreti sepolti nei doppi fondi delle viscere.

Il passato che torna per finire di scuoiarmi, esposte le membra mi divora, a morsi, vomitando parole nuove dal significato antico.

Dopo anni ritrovarmi a imbrattare pagine e pagine in piena notte, assediata da un sonno feroce, ma del tutto incapace di dormire.

Non è così che sarebbero dovute andare le cose.
Ero convinta che sarebbe stato un libro a darmi lo scossone decisivo.
Le parole c’entrano, ma non si è trattato di parole scritte: a rivoltarmi l’anima sono state le parole cantate dalla carismatica voce di Blixa Bargeld, sulle ipnotiche sonorità di Teho Teardo.

Una catartica fusione di tedesco, italiano e inglese, in un lampo la visione di sogni frantumati e spazzati via da venti furibondi.

Le parole di Blixa.
Un pugno in piena faccia.
Quelle parole che ormai da mesi continuavano a sfuggirmi.
Quelle parole che guardandomi, beffarde, si prendevano gioco di me da settimane.
Quelle parole che, di colpo, mi sono piovute addosso da un amplificatore.

 

Mi sono permessa di “parafrasarle” appena, solo per adattarle al mio contesto “artistico”, se così lo si può definire:

 

C’è tanto nero nel mio repertorio
Molte ombre nel mio arsenale
Così scrivo quello che scrivo meglio
scrivo ciò che scrivo meglio
Nero
Uso tutto il nero
Nerissimo
Fino a quando arriveremo dall’altra parte
E non c’è più
Non c’è più buio

 
 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Telegiornalisti? No, grazie.

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Oggi è difficile pensare che ci sia stato un tempo in cui, chi lavorava in televisione o alla radio, riceveva un minimo di preparazione, più o meno approfondita, in materia di corretta dizione italiana.

Sorvolando su eventuali imprecisioni nella pronuncia delle vocali aperte o chiuse, spesso dovute alla provenienza geografica, scopro che i mezzi busti più famosi d’Italia non sanno gestire in maniera corretta nemmeno l’accento logico delle frasi.
La necessità di enfatizzare, di spettacolarizzare la notizia fa sì che, invece di utilizzare nel modo corretto il tono della voce, finiscano per sottolineare le parole considerate più importanti spostandone l’accento tonico. Il risultato è una parlata dal ritmo martellante e monotono che rende difficoltosa la comprensione.

Per far capire meglio di cosa parlo, ho estratto e messo nel video che segue un brano dal CD che accompagna il “Manuale di dizione e pronuncia” di Ughetta Lanari, annunciatrice Rai per quasi vent’anni e conduttrice radiofonica.

 

 

Complicato spiegare a parole ciò che, grazie all’audio, appare chiaro fin dal primo ascolto, o almeno così è stato per me.

Questa piccola scoperta è stata lo spunto per una riflessione più ampia sulla NON-meritocrazia che regna sovrana ai giorni nostri.

Per certi versi sarei proprio io la prima a dover tacere, dato che avendo abbandonato ben due facoltà universitarie senza averle portate a termine, mi ritrovo con un Curriculum Vitae piuttosto scarno. So bene che, senza le paroline magiche “Laureata in…” gli esami sostenuti, magari anche con un buon punteggio, e le esperienze pregresse valgono ben poco. È anche vero, però, che un po’ d’esperienza senza i vincoli salariali imposti da una qualifica ufficiale permette ai datori di lavoro di proporti una retribuzione minore, quindi il conto per essere stata una scansafatiche non tarda mai a presentarsi.
Al di là di queste riflessioni spicciole, mi mette una gran tristezza dover assistere, impotente, al trattamento riservato alle potenzialità individuali delle risorse umane, molto spesso sprecate invecve che valorizzate.

Vedo pubblicare testi privi delle più banali caratteristiche di correttezza, quali punteggiatura e maiuscole, e i loro autori lodati per la rapidità con cui li hanno prodotti. Sbagliato. Sbagliatissimo!
Un buon testo ha bisogno di “decantare”, soprattutto se rivolto a un’utenza ampia ed eterogenea, così come una buona pronuncia richiede tempo e dedizione, ma è d’obbligo da parte di chi lavora nell’informazione pubblica.

Quand’è che la qualità ha smesso di essere un requisito fondamentale?

Mi rendo conto di essere di parte, ma sono convinta che possedere gli strumenti per fare un lavoro non sia sinonimo dell’essere in grado di farlo. Sedermi di fronte a una tela con una tavolozza e un pennello in mano, ad esempio, non farebbe di me una pittrice; allo stesso modo, indossare un camice bianco con uno stetoscopio al collo non farebbe di me un medico.

Questa cosa, però, sembra non valere per la scrittura
Certo non mi reputo una somma autorità in materia, ma di sicuro non mi si possono negare la costanza e la passione con cui mi dedico allo studio e agli approfondimenti sull’argomento.
Sempre più gente, invece, è convinta che il saper tenere in mano una penna o agitare le dita su una tastiera, aggiunto alle nozioni di ortografia e sintassi date da un’istruzione medio-alta, equivalga a “saper” scrivere.

Ebbene, Signore e Signori, Ladies and Gentlemen, Mesdames et Messieurs, Дамы и Господа, mi duole comunicarvi la mesta notizia: non è così!

Condivido la pretesa di rispetto e riconoscimento per la propria competenza, ma ad una condizione: che sia preceduta da un impegno serio nell’acquisirla.

Concludendo, so che la mia posizione è poco realistica e, forse, anche un po’ ingenua, ma proprio non riesco a non essere idealista, almeno non quando si tratta di purismo nella catartica e sublime arte della parola, scritta o parlata che sia.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Riflessioni a mente… fredda!

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Nell’amata Madre Russia è primavera da ormai dieci giorni, ad AnarcoLandia, invece, lo scorso sabato c’è stata la prima nevicata di questo pseudo-inverno: treni bloccati, autostrada bloccata, linee elettriche saltate per oltre 8 ore, alberi caduti e, ahimè, addirittura persone decedute per incidenti dovuti al maltempo.

Quanta neve è caduta? Nelle situazioni peggiori non si sono superati i 50 – 60 cm, che non saranno “bricioline”, ma non sono neanche una tempesta artica.
Il rimbalzo delle responsabilità è già iniziato e, come è normale che sia nel “Bel” Paese, andrà avanti fino a perdersi nel nulla.

Mentre cotanta catastrofe impazzava, io ero in trasferta dall’AnarcoSocio, dove Madre Natura ha deciso di essere più mite, “limitandosi” a un furioso acquazzone.
Il karma, però, non lo freghi e la mia settimana è iniziata con un treno pendolari mutilato di almeno due vagoni che, con estrema fatica, mi ha vomitata nel cuore di Milano con 18 minuti di ritardo. Mi rendo conto che l’immagine possa apparire poco poetica, ma i pendolari incalliti sanno bene quanto realistica sia. La parte più triste, almeno per quanto mi riguarda, è che la metafora gastrica non finisce qui, infatti ogni giorno quell’enorme esofago di metallo mi catapulta in quello squallido gabinetto che è l’ufficio.

Lo so, lo so, non si dovrebbe sputare nel piatto in cui si mangia, in un momento di crisi come questo dovrei essere grata di averlo, un lavoro, e blablabla…
La verità è che aver bisogno di uno stipendio è un ottimo motivo, nonché l’unico, per tenersi stretto qualunque lavoro capiti a tiro, senza stare a fare troppo gli schizzinosi o i preziosi.

Alla frustrazione di non essere riusciti a fare quello per cui ci si è più o meno preparati e qualificati negli anni precedenti, si aggiunge quella di ritrovarsi in ambienti sterili, dove tutti si arrabattano a fare quel che possono per tirare a fine giornata senza dare di matto. Le difficoltà aumentano quando qualcuno non ce la fa ed esplode, soffocato dal nervosismo represso, finendo per sfogarsi con reazioni discutibili contro persone che nulla hanno a che fare con l’origine del loro malessere.

Proprio un recente episodio di questo tipo mi ha portata a riflettere, una volta di più, sulla mia situazione lavorativa.
La conclusione a cui sono giunta è che disponibilità ridotta ai minimi livelli indispensabili, rispetto del buon proposito di separare il lavoro dal resto della mia vita e devozione assoluta alla filosofia del “fatti i cazzi tuoi”, siano tre elementi fondamentali per sopravvivere anche alla peggiore delle situazioni, senza accusare eccessive conseguenze in termini di stress.
Immolarsi sull’altare della gloria aziendale, infatti, è uno di quegli attegiamenti che proprio non riesco a concepire, a maggior ragione quando, in cambio, si ricevono solo critiche e ulteriori pretese, fra l’altro sempre più esose.

Un altro fattore fondamentale, almeno nel mio caso, è la rassicurantissima consapevolezza che questo lavoro non sarà per sempre, anzi, se tutto andrà come deve, questo continuo affronto alla pazienza e al buon senso potrebbe volgere presto al termine, per quanto relativo e soggettivo possa essere il concetto di “presto”.

So bene che potrà sembrare la più scontata delle banalità, ma se c’è una cosa che ho imparato davvero solo dopo la comparsa dell’AnarcoPatia, è che il lavoro, come ma anche più di molte altre cose, fa parte di quelle che si fanno per vivere, e non di quelle per cui vivere.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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L’Amante di Lenin.

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Di questo amore non si deve sapere
di Ritanna Armeni

Un libro inaspettato, ricevuto in regalo, prescelto come capostipite di una neonata stirpe di libri che si è aggiunta alla mia già imponente collezione: quelli sulla Grande Madre Russia, sulla sua storia, la sua cultura, ma soprattutto sui suoi carismatici e memorabili personaggi e sui suoi affascinanti ed enigmatici intrighi.

Pagina dopo pagina, la scelta si sta rivelando azzeccata.
Inessa Armand, di cui il libro racconta la vita, è stata una donna tutta d’un pezzo che, pur potendo avere qualunque cosa desiderasse, ha sacrificato ogni cosa, perfino gli affetti, in nome della propria ideologia e di quella che lei chiamava “la Causa”.

Conosciuta per essere stata la più famosa e attiva rivoluzionaria e femminista della Rivoluzione d’Ottobre del 1917 in Russia, questo libro focalizza l’attenzione anche sull’altro ruolo di Inessa Armand, quello “scomodo”, quello di amante di Vladimir Il’ič Ul’janov, noto al mondo come Lenin.

L’approfondimento storico è ridotto al minimo indispensabile, forse si dà per scontato che tutti sappiano degli eventi di cui si fa cenno. Il taglio del libro è in prevalenza biografico, ma proprio l’assenza di frequenti e rigorosi dettagli storici fa sì che la narrazione risulti più scorrevole e, almeno per i miei gusti personali, molto più piacevole.

Passando oltre qualsiasi possibile recensione di stile e contenuti, a colpirmi è stata la determinazione di Inessa Armand. Leggere di come questa donna vissuta in tempi, ma soprattutto circostanze di sicuro non semplici, sia riuscita a rimanere fedele a sé stessa, è stato uno scossone.
In un momento in cui lo sconforto stava prendendo il sopravvento, una sferzata d’entusiasmo ci voleva proprio per rimettermi in carreggiata.
Ho ripreso a leggere, a scrivere, ad ascoltare musica, a guardare film, a cucinare, ho mandato una mail alla mia docente per riprendere con gli esercizi e le traduzioni di russo, ho perfino rivisto la mia “tabella di marcia”, nel tentativo di riorganizzare il mio poco tempo libero in un modo un po’ più funzionale.
Mi piacerebbe riuscire a mettermi in testa, una volta per tutte, che gettare la spugna non è fra le opzioni contemplabili: questa è la lezione che spero di aver imparato dal racconto della vita di Inessa Armand.

Non importa se i capelli continuano a cadere, se lo stomaco si rivolta, se la vista traballa, se le mani sanguinano, se il cervello si annebbia, non deve importare. L’imperativo ora è tirare dritto per la mia strada a testa bassa, senza permettere a niente e a nessuno di distrarmi o di intralciare il mio percorso.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Oggi va così… #1

 

Ha il diritto di rimanere in silenzio,
tutto quello che dirà potrà essere usato contro di lei.

 

Con queste famosissime parole da serie televisiva americana, apro una nuova serie di post.

Ci sono momenti in cui non si hanno parole proprie per esprimersi o in cui, nel caso specifico, le parole ci sarebbero anche, ma permeate dal rischio che mi si ritorcano contro in un pericolosissimo effetto boomerang.

Proprio per non impazzire nei momenti di silenzio forzato o di silenzio da mancanza di parole adatte, ho deciso di dare vita a “Oggi va così…”.
Fotogrammi di vita affidati all’arte altrui, qualsiasi sia la sua forma: pittura, musica, fotografia, scrittura…

Non importa quale sarà l’emozione che mi istigherà a far uso di questi “prestiti”, a contare sarà il fatto di esprimerla in qualche modo, così da poterla sfogare senza permetterle di consumarmi, di divorarmi dall’interno, ma senza perderne le tracce, per poterne sempre ricordare gli insegnamenti.

Che lo spettacolo abbia inizio!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Io e i Buoni Propositi. #8

buoni-propositi

 

In questo periodo mi sono trovata spesso a chiedermi se il dover ritentare di continuo a riprendere in mano le redini della mia vita sia segno di fallimenti e inconcludenza costanti o di determinazione e buona volontà abbondanti.

È difficile rispondermi, così sono passata oltre, dedicandomi all’ennesimo tentativo.
Forse il problema vero è che, quando mi ci metto, vorrei fare millemila cose tutte insieme e il risultato è che mi ritrovo stanca morta dopo pochi giorni senza riuscire a concluderne nessuna.

Innanzi tutto, sarebbe bene ricominciare a prendermi cura del mio povero corpo. Non parlo certo di una “ristrutturazione” in grande stile, mi riferisco alle piccole cose, come smettere di scarnificarmi le dita divorando le pellicine, ricominciare a fare una pulizia del viso come si deve almeno 2/3 volte al mese o riesumare la buona abitudine della crema su gambe e spalle martoriate dagli sfoghi da farmaci.

Cura del corpo traditore a parte, dovrei decidermi a scegliere su quale delle mie infinite passioni concentrarmi sul serio, essendo ormai palese che non sono in grado di coltivarle tutte in simultanea.

Abbandonare il russo sarebbe deleterio, soprattutto dopo tutta la fatica fatta finora, ma quest’anno fra i corsi che ancora non ho frequentato c’è ben poco che risponda all’indirizzo che vorrei dare a questa mia competenza. In più i ritmi legati ai corsi in questione sarebbero abbastanza pesanti per il suddetto traditore, quindi sono un po’ demoralizzata. Al momento confido nella disponibilità di una docente per organizzarmi in modo alternativo, ma si vedrà…

La scrittura, come testimoniano parecchi post precedenti, mi manca, ma anche quella richiede tempo ed energie che non sempre so dove andare a pescare.
Non solo mi piacerebbe riuscire a essere un po’ più costante col blog, sarebbe bello anche riprendere con i racconti.
Nonostante ormai siano passati 5 anni, l’emozione di vedere il mio nome nero su bianco su un libro, un libro vero, continua a essere una delle più belle e travolgenti che abbia mai provato.

A chiudere la “Top 3” ci sono i dolci.
Quanto è rilassante sfornare biscotti con i disegnini per i nipotini o inventarsi decorazioni fantasiose e personalizzate per i dolci di compleanno?!
Devo davvero ripetermi?! Secondo me sappiamo tutti che cucinare richiede, a sua volta, tempo ed energie.

Per scrivere questo post, ad esempio, ho saccheggiato la batteria del cellulare “approfittando” dell’ennesimo, spaventoso ritardo dei treni. Questo, però, ha comportato che il libro di russo rimanesse ben chiuso nella borsa, invece che ben spalancato davanti ai miei occhi.

A tutto questo si aggiunge il fatto che quest’anno ho letto davvero pochissimo, almeno per i miei standard, e che una passeggiata, un cinema, una pizza o una merenda, soprattutto nei fine settimana, sono d’obbligo, giusto per riprendere fiato e non impazzite del tutto.

Insomma, un gran casino…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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