Abisso

6,25 mg

piuma_6,25

Image Credit © VeRA Marte

 

Torno a scrivere dopo oltre 8 mesi, con la cauta e prudente insicurezza di chi, dopo una brutta caduta, rimonta in sella per la prima volta.

Torno a scrivere da una casa nuova, una provincia nuova, una regione nuova.

Torno a scrivere in un giorno di festa di metà agosto, che per me è solo un giorno di pausa, mentre il 90% dei miei connazionali è in vacanza.

Torno a scrivere qui, senza in realtà aver mai smesso di farlo altrove, ma alla vecchia maniera, con carta e penna.

Torno a scrivere partendo da un numero: 6,25 mg.
Il dosaggio di prednisone più basso raggiunto dal novembre 2016 a oggi,seppure a giorni alterni con un dosaggio più alto. Primo vero passo verso la sospensione definitiva prevista per dicembre, analisi di monitoraggio permettendo.

Torno a scrivere con la consapevolezza che la malattia rara è sì condanna, ma anche enorme risorsa.

Torno a scrivere forte di piccole vittorie, ma, soprattutto, di grandi sconfitte, perché sono proprio queste ultime a insegnarci a vivere davvero.

Torno a scrivere piena di domande e senza alcuna idea di dove cominciare a cercare le risposte.

Torno a scrivere con la prospettiva di un’imminente vacanza all’insegna di una passione ormai antica e di sicuro radicata, che promette di regalare emozioni destinate a trasformarsi in ricordi indelebili.

Torno a scrivere da un luogo indefinito, a metà fra la testa e il cuore, fra i groppi alla gola e le farfalle allo stomaco, un luogo dove le parole guariscono più dei farmaci, dove è il contenuto a contare, non l’involucro.

Torno a scrivere perché è l’unico modo che conosco per tornare a galla e riprendere fiato, mentre tutto intorno a me sembra volermi inghiottire, enormi fauci scure pronte a divorarmi e inghiottirmi, spingendomi sempre più a fondo in un buco nero senza fine né via d’uscita.

Una parola dopo l’altra, in punta di piedi, torno a scrivere.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Solo un altro lunedì…

DAY IN HELL – EXILIA

 

Dear president and plastic wife
I fell wrong and nothin’s right
I never was a princess
I never had a lucky star

No fucking fairy tale life
No more angels, no more chances

Gotta fight for my dream
Gotta think about me

Ready or not – ready or not – ready or not

It’s just another day, it’s just another day
Another day in hell
It’s just another day, another motherfacking day
it’s just another day
Another day in hell

Dear president and plastic wife
I see black and you see white
I never had no better time
No better place, no better life

Don’t forget where I come from
No destination for my world

It’s your perfect boomtown
My generation is burning down

Ready or not – ready or not – ready or not

It’s just another day, it’s just another day
Another day in hell
It’s just another day, another motherfacking day
it’s just another day
Another day in hell

I see, I see the pistols now
Hanging low on leather belts
I see cops forming a police line
I hear shots making world headline
There’s a war on what I believe in,
There a source for the pain in my head,
Everyday of my life
They push me right to the edge and they scream

Jump,it’s just another day
Jump,it’s just another day
Jump,it’s just another day

It’s just another day, it’s just another day
Another day in hell
It’s just another day, another motherfacking day
it’s just another day
Another day in hell

 
 

Si sa, in genere il lunedì è ILday in hell” per eccellenza, ma in quest’ultimo periodo questa ‘suggestiva’ immagine si sta facendo costante. È una di quelle fasi in cui tutto ciò che può andare storto non manca di farlo, alla faccia della mia buona volontà per imparare a cercare sempre il lato positivo delle cose.

Non sono arrabbiata, né demoralizzata, sono solo un po’ stanca di ritrovarmi ad affrontare ogni giorno come fosse una battaglia.

La voglia di fare non manca, l’impegno nemmeno, vorrei solo riuscire a gestire tutto in maniera un po’ più serena, che si tratti di entusiasmanti novità o di assillanti preoccupazioni, ma proprio non mi riesce. La mia tendenza a ingigantire le cose, al momento, mi sta un po’ fregando, bloccandomi proprio in una fase cruciale, in cui i passi già fatti richiederebbero un minimo di equilibrio per consolidarsi, equilibrio che io fatico a trovare.

Cambiare non è mai facile, soprattutto quando il cambiamento non si sostituisce alla quotidianità corrente, ma vi si sovrappone, sotto forma di prospettiva per un futuro diverso. Tenere in piedi entrambe le cose richiede un livello di stabilità che, per ora, sembra essere fuori dalla mia portata e, anche se la determinazione è tanta, fatica e stanchezza la seguono a ruota.

Tornare a scrivere dopo tanto silenzio è uno dei compiti che mi sono auto-assegnata, perché in questi giorni mi è tornato in mente quante volte io abbia sostenuto, nei vari blog, che per me “scrivere è respirare”, e allora, forse, in questa situazione di apnea riprendere a scrivere potrebbe essere un modo, IL modo, per riprendere anche a respirare.

Il tempo è poco, il lavoro e lo studio lo assorbono quasi tutto, ma questa non può essere una scusante per sfruttare male quel che resta, quindi rieccomi qui, a tentare di mettere nero su bianco pensieri ed emozioni.
Durante le vacanze ho ripreso a leggere: almeno mezz’ora al giorno, questo è il nuovo accordo con me stessa. Allo stesso modo credo sia arrivato il momento di negoziare anche sullo scrivere: chissà se io e me riusciremo a trovare un compromesso accettabile…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Crederci è tutta un’altra cosa

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I programmi per il fine settimana scorso prevedevano solo qualche commissione e un piccolo evento letterario locale, invece il tutto si è trasformato in una full immersion fra persone che, seppur dopo mille peripezie, “ce l’hanno fatta”, come si usa dire.

Forse, dopo tanto tempo, ho ripreso a sentire di nuovo mia la convinzione che, per riuscire in qualcosa, bisogna innanzi tutto crederci davvero.
Negli ultimi mesi di sicuro non ho mai smesso di sperarci, questo no, ma crederci… crederci è tutta un’altra cosa.

Allora… Ci sono un barman, una commerciante e uno scrittore… Potrebbe sembrare l’inizio di una di quelle storielle divertenti che in genere giocano sulle differenze fra le varie nazionalità, invece è tutto vero. Tre persone molto diverse fra loro, ma accomunate dal non essersi arrese, dall’incrollabile volontà di tagliare il traguardo che si erano prefisse e dall’avere, infine, raggiunto ognuna il proprio obiettivo.

Quello che conta, quindi, è tenere duro, non mollare mai.
Chi se ne frega se le mani tremano, le articolazioni urlano, gli occhi si annebbiano, il naso e le gengive sanguinano: io continuo a scrivere.
Ho capito che, almeno per il momento, non conta il “cosa”: di quello mi preoccuperò quando tenere in mano la penna, o pigiare sui tasti del computer, sarà tornata a essere una delle conditio sine qua non per il “normale” svolgimento delle mie giornate.
Si tratta di “oliare” tutta una serie di vecchi ingranaggi per poterli rimettere in moto e poi lasciare che gli eventi facciano il loro corso.

Se c’è qualcosa che l’AnarcoPatia mi ha insegnato, quel qualcosa sono pazienza e forza di volontà nell’essere costante, perfino nelle dinamiche spiacevoli e obbligate legate alla malattia, quindi ora il punto sta nel trovare le energie per mettere in pratica questi insegnamenti anche in relazione alle cose fatte per scelta, quelle che mi permettono di tirare il fiato, che mi fanno sorridere e mi riempiono di entusiasmo, gioia e serenità.

La mia sensazione è che questa ricerca sarà lunga e, spesso, difficoltosa, ma pur iniziando a metabolizzare il concetto del “vivere qui e ora”, che domani chissà se avremo ancora le stesse opportunità, sono convinta di avere ancora un sacco di cose da fare, quindi, per l’ennesima volta, al bando l’ipotesi della resa, e forse, questa volta, sto iniziando a crederci davvero.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Toppe e rammendi

giugno-июнь

Siamo a giugno, giovedì scorso nella mia amata Russia è iniziata l’estate, mentre qui ad AnarcoLandia per me è iniziato il settimo mese di arresti domiciliari.
Questo nuovo mese non è partito bene: tutto quello che poteva andare storto nel fine settimana passato non ha mancato di farlo, quindi l’umore non è proprio dei migliori.

Dopo essermi innervosita, arrabbiata, depressa, lasciata andare in balìa delle lacrime e chi più ne ha, più ne metta, sono più o meno rinsavita e giunta a una conclusione: per l’ennesima volta non mi resta che rimboccarmi le maniche e ricominciare tutto da capo. Sì, di nuovo.
Una lezione imparata di recente è che, in fondo, quando le energie si fanno scarse, si tratta di valutare con attenzione e scegliere con cura in cosa investirle, in modo che possano fruttare al meglio, portando a risultati capaci di suscitare l’entusiasmo necessario ad andare avanti, a non arrendersi.
Certo, questo investimento selettivo comporta anche delle rinunce. Il focalizzarsi in maniera esclusiva ed intensiva sugli obiettivi ritenuti prioritari fa sì che tutto il resto venga, quanto meno in via temporanea, accantonato e rimandato a momento da stabilirsi.
Non posso negare che dover per forza restringere i propri orizzonti sia frustrante, ogni giorno di più, ma se non c’è alternativa non resta che prenderne atto e fare del proprio meglio nella gestione delle nuove complicazioni, con la poco rassicurante consapevolezza che, con ogni probabilità, non saranno le ultime.
Decidere cosa sacrificare non sarà affatto facile, ma sono sicura che, una volta fatto, si rivelerà catartico.

Un’idea bizzarra mi frulla per la testa: e se ripartissi facendo un passo indietro?
Se, una volta scelte le priorità, magari con una buona dose di onesto realismo nella scelta, le riprendessi dal passo precedente a quello in cui sono stata costretta ad abbandonarle?
Se invece di impegnarmi a ricucire lo strappo tentando il possibile perché non si noti, mettessi una bella toppa, sobria ma dai colori vivaci, che ripari il danno portando una piacevole nota di novità?

Donare nuova vita a ciò che la vita stessa ha in qualche modo sgualcito, questo sarebbe il proposito. Un atteggiamento di grande rispetto verso le cose davvero importanti, seppur in apparenza ‘rovinate’, ma anche un allenamento costante e rigoroso per imparare a non lasciarsi sopraffare dall’imprevisto e a mantenersi saldi nella propria identità qualsiasi ostacolo ci si pari davanti.

Rompiamo il Silenzio!

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Buon Compleanno!

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Non è il numero degli anni a contare, quel che conta è che mi ritrovo a festeggiare un altro compleanno e, per la prima volta, non ho alcuna voglia di farlo.

4 mesi
18 settimane
126 giorni
3.024 ore
181.440 minuti
10.886.400 secondi

Questo è, a oggi, il saldo del conto che vorrei presentare alla vita per non essersi fermata ad aspettarmi mentre l’AnarcoPatia mi costringeva, e continua a costringermi, a un immobilismo quasi assoluto.

Secondo l’inflazionatissima metafora che paragona la vita dell’essere umano a un libro, gli anni potrebbero essere i capitoli, e io ora mi sento come se qualcosa mi stesse obbligando a passare al capitolo successivo senza avermi dato la possibilità di concludere con calma quello in corso.
Il risultato non può essere altro che una sensazione di vuoto, come di un buco nella trama che rende difficile continuare a seguire la storia in maniera fluida e comprensibile.
È come se un lettore un po’ maldestro, in un attimo di distrazione, avesse rovesciato la sua tazza di caffè su quelle pagine e un terzo di quel capitolo fosse andato perduto per sempre: la carta macchiata, l’inchiostro sciolto, le parole incomprensibili, la storia in qualche modo amputata.

Non ci sarà un’altra opportunità di scrivere delle mostre non viste, degli eventi mancati, degli incontri annullati, dei dolci non preparati, dei luoghi nonvisti, degli inviti declinati, delle cene saltate, delle esperienze perse, delle occasioni sacrificate, perché il tempo scorre a senso unico e voltarsi a guardare indietro di rado è una buona idea, anzi, molto spesso può essere pericoloso: si rischia di non notare l’ennesimo ostacolo e di schiantarcisi.

Non sono mai stata molto dedita alle feste comandate, le uniche a cui ho sempre tenuto in modo particolare sono proprio i compleanni, perché li considero momenti unici, in cui coccolare e viziare le persone a cui tengo, ma quest’anno è proprio il mio giorno ch mi sta mandando in crisi: non riesco a liberarmi di questo senso di privazione costante. Penso a “come avrei festeggiato se…” e mi rendo conto che concedermi un intero fine settimana “normale” potrebbe vanificare tutto l’ultimo mese di sforzi e sacrifici, così, invece di pensare a divertirmi e a godermi la mia festa, mi ritrovo a scervellarmi nella maniacale ricerca di alternative che siano all’altezza delle mie abitudini.

Angosciata: ecco come mi sento.
Per la mia incapacità di fare i passi che vorrei e la mia impotenza di fronte a quelli imposti.

E ora che mi sono sfogata, mettiamo su il mio miglior sorriso e prepariamoci ad affrontare questa bizzarra giornata… buon compleanno a me!

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Tre su tre.

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Proprio come il mese scorso, eccoci di nuovo a una settimana che si apre con un 13 e si conclude con un 17. A febbraio quella settimana per me era iniziata con tre medici in tre giorni.
Febbraio è finito, con dei prelievi, e marzo è iniziato, con una visita di controllo in cui mi hanno pasticciato ancora i dosaggi della terapia: mese nuovo, copione ormai vecchio e scontato.
Che dire? Non male!

Non è su questo però che si sta focalizzando la mia attenzione, bensì sulla mia persistente incapacità di programmare il lavoro, perfino quello che faccio volentieri: la scarsa produttività di queste ultime settimane ne è la prova lampante.

«Sono i farmaci», mi dicono tutti, ma in fondo che differenza fa quale sia la causa?
Malattia in sé o effetti collaterali della terapia, resta il fatto che il cervello non è lucido e reattivo come dovrebbe.

Dopo mesi, si era deciso a partorire un’idea decente, un progetto che, per una volta, sembrava essere interessante, solido, addirittura ragionevole, ma poi si è fermato lì. Non riesce a fare il passo successivo, procedendo dall’illuminazione divina alla messa in atto pratica, e mi ritrovo per l’ennesima volta in un esasperante stato di stallo. Nella testa funziona tutto benissimo, ma poi non riesco a dare alle cose una forma concreta e questo mi fa ammattire.

La frequentazione assidua e obbligatoria di ambienti medici e ospedalieri ha l’aberrante capacità di destabilizzare e riorganizzare a proprio piacimento la scala delle priorità umane.
Occuparti di tutto quello di cui ti DEVI occupare ti sfinisce al punto che non ti restano energie per occuparti di quello di cui VORRESTI occuparti.

Giusto qualche giorno fa, ad esempio, mi sono resa conto che la crescente difficoltà nel concentrarmi mi ha resa intollerante al rumore. Io che leggevo, spesso addirittura studiavo, nel caos regnante di un treno pendolari o camminando sulla banchina sovraffollata della metropolitana, ora fatico a concentrarmi nel silenzio e nella solitudine più assoluti.
Avevo una mia teoria riguardo a questo, secondo cui il frastuono fa da incentivo a concentrarsi meglio, mentre nel silenzio è più facile che un singolo suono riesca a distrarre l’attenzione, ma ora di quella teoria me ne faccio ben poco.

I progetti vanno a rilento, arranco a rispettare le scadenze, imposte o autoimposte che siano, lo studio va a rilento, sembra quasi che nella testa non ci sia più spazio per nuove nozioni, la scrittura e la lettura vanno a rilento, gli strafalcioni abbondano e lo stile zoppica, la “reclusione” invece continua.
È come vivere in un acquario: spazio ben delimitato e una lentezza d’azione quasi surreale.
Non che questo mi fermi o mi impedisca di continuare a provarci, è solo che a volte mi strema, mi sfinisce. Sul lungo termine il continuo dover investire energie doppie, se non triple, per fare qualunque cosa, può diventare logorante.

Il risultato di tutto questo è una serie di post che, almeno a me, sembrano tutti uguali, in cui prima mi lagno e poi tento di farmi coraggio da sola.
Che tristezza…

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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8 Marzo: the day after.

8-marzo

 

Bene. L’8 Marzo è passato. E oggi?

Un solo giorno all’anno per celebrare le donne mi sembra davvero una gran presa in giro a fronte del trattamento che poi ci viene riservato negli altri 364, per questo tendo a non festeggiarlo.

Trovo alquanto paradossale che moltissime donne in tutto il mondo abbiamo passato questo 8 Marzo, loro presunta festa, in piazza, manifestando per rivendicare diritti che dovrebbero esser loro riconosciuti in quanto esseri umani, ancor prima che in quanto donne.

Se vuoi fare figli i costi sono proibitivi, se vuoi abortire devi sperare in quella risicata fetta di medici non obiettori, una volta che i figli ce li hai nessuno ti aiuta con un minimo di servizi.
Sul lavoro, sorvolando sulle innegabili influenze del fattore figli anche in questo ambito, a parità di competenze ed esperienza, siamo pagate dal 16% al 30% in meno dei colleghi uomini, in tutti i settori e qualunque sia la mansione. Per non parlare di quando un lavoro proprio non ce l’hai e, nel cercarlo, la domanda principale che ti senti sottoporre è, per l’appunto: «Ha figli? Ha intenzione di averne?» E se fosse? Mi dicano, lor signori, quale improvviso e irreparabile deficit apporterebbe la cosa alle mie capacità professionali?
Uomini incapaci di ammettere che una donna possa essere brava quanto loro, magari anche di più, uomini incapaci di accettare che una donna possa lasciarli, uomini incapaci di capire che una donna è, innanzi tutto, una persona, proprio come loro.

Credo non si contino gli approfondimenti possibili sulla questione della discriminazione di genere, ma per chi volesse dilettarcisi è sufficiente aprire qualunque quotidiano, ascoltare qualunque notiziario, alla radio o in TV, prendere in biblioteca uno dei molti saggi, frequentare gli incontri di una delle tante associazioni, insomma, ce n’è per tutti i gusti.

In questo triste scenario, per rimanere fedele a me stessa, io voglio proporvi due libri:

Storie della buonanotte per bambine ribelli. 100 vite di donne straordinarie.
di Francesca Cavallo e Elena Favilli; tradotto da L. Baldinucci
Edito da: Mondadori

Cattive ragazze. 15 storie di donne audaci e creative.
di Assia Petricelli e Sergio Riccardi
Edito da: Sinnos

Recentissimo il primo, un po’ meno il secondo, sono due libri che parlano di donne alle donne. Un totale di 111 storie di donne semplici ma meravigliosamente complesse, come solo le donne sanno essere, incredibili e comuni allo stesso tempo, raccolte perché le donne non dimentichino mai il loro valore e quanto lontano la loro passione e la loro determinazione possano portarle.

 
 

Donne, rompiamo il Silenzio!

 
 

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In memoriam. 2017

giornata-memoria-2017

 
 

Giornata della Memoria 2017

minoranza

 

Oggi vorrei dedicare solo una piccola riflessione a chi, in quanto considerato parte di una presunta minoranza, subisce ingiustizie e angherie di ogni tipo.

Trovo che il concetto di “minoranza” sia davvero labile e relativo, e proprio la Shoah è stata la più tremenda dimostrazione di questa ipotesi: la “minoranza” rappresentata dal popolo ebraico, infatti, si è poi rivelata ammontare a un totale di circa sei milioni di persone, non proprio una cifra insignificante.

Fin da ragazzina mi sono interessata a questo tema, leggendo, guardando film e documentari, ma da tre anni a questa parte, da quando io stessa mi sono ritrovata a essere bersaglio impotente delle quotidiane iniquità riservate a un’altra presunta minoranza, quella dei malati rari, preferisco rendere un omaggio più quieto.

Così il 27 Gennaio è diventato uno di quei rarissimi giorni dell’anno in cui rinuncio al mio mantra, inneggiando, una volta ogni tanto, a un assoluto e rispettoso…

… Silenzio.

 
 

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Io sono lo scrittore.

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Io sono lo scrittore.
È così che mi chiamano tutti. I miei amici, i miei genitori, i miei parenti, e anche le persone che non conosco e che tuttavia mi riconoscono in un luogo pubblico e mi dicono: “Lei non è quello scrittore…?” Io sono lo scrittore: è la mia identità.
La gente crede che, in quanto scrittore, la tua vita sia abbastanza tranquilla. Recentemente un mio amico, dopo essersi lamentato per i suoi spostamenti quotidiani tra casa e ufficio, mi ha detto: “Tu, in fondo, la mattina ti alzi, ti siedi alla scrivania e scrivi. Tutto qua.” Non gli ho risposto niente, forse per lo sconforto di rendermi conto fino a che punto, nell’immaginario collettivo, il mio lavoro consista nel non far niente. La gente pensa che non combini nulla, ma è proprio quando non fai niente che lavori di più.
Scrivere un libro è come aprire una colonia estiva. La tua vita, in genere solitaria e tranquilla, viene improvvisamente scombussolata da una moltitudine di personaggi che un giorno giungono senza preavviso e ti stravolgono l’esistenza. Arrivano una mattina, a bordo di un grande pullman, dal quale scendono rumorosamente, eccitati per il ruolo che hanno ottenuto. E tu devi rassegnarti, devi occupartene, devi dargli da mangiare, devi ospitarli. Sei responsabile di tutto. Perché tu, appunto, sei lo scrittore.

♦ “Il libro dei Baltimore”,
di Joël Dicker

 

Lunedì, nel “mondo là fuori”, la vita di tutti i giorni ha ripreso il suo corso.
Io, ancora blindata in casa grazie a una nuova fase acuta di AnarcoPatia, ho scelto di riprendere con questo paragrafo, che apre il primo capitolo de “Il libro dei Baltimore”, l’ultimo romanzo di Joël Dicker, nella speranza che possa essere profetico e portarmi fortuna.

Mi piace molto l’immagine creata da Dicker.
Non è necessario che si tratti di romanzi, e nemmeno di veri e propri personaggi, quando ti metti a scrivere subisci un assedio, un’invasione: immagini, luoghi, suoni, colori, profumi. Interi mondi si riversano nella tua testa da passaggi segreti invisibili, per lasciarla solo quando sta bene a loro.

La prima volta che mi sono ritrovata allettata, ero convinta che avrei scritto tantissimo, invece niente. Al di là delle vene esplose a causa dei farmaci nelle flebo, che mi rendevano quasi impossibile qualsiasi movimento delle dita, la cosa più grave era la testa del tutto vuota. Nessuna idea, zero.

Mi ero convinta che le parole sarebbero state il mio ponte di salvezza per attraversare l’impervio fiume della malattia in cui mi sentivo affogare, ma non è stato così. È subentrato un inaspettato silenzio mentale che mi ha portata a rimuginare sulle cose più di quanto io non facessi già di mio, rendendomi una persona rabbiosa, rancorosa e pessimista.

Questa volta, però, vorrei che fosse diverso.
Risfoderati i libri del caso, mi sono riarmata di carta e penna e mi sono rimessa a studiare e a esercitarmi.
Mi ci sono voluti tre anni, ma c’è una lezione che, alla fine, sono stata costretta ad imparare, ed è questa: quando il corpo non ti assiste, punta tutto sulla mente.
Concentrati su quello che sai e su come trasformarlo in un’opportunità di svolta, approfondisci e specializzati, così da poterti dedicare a quello che ti piace e ti appassiona, magari riuscendo anche a trarne dei progetti innovativi o un qualcosa di unico da offrire sul piano professionale, a cui nessun altro sia in grado di tenere testa.

E allora, in quest’ottica, viviamoci in allegria e assoluta tranquillità questo Venerdì 13, che tanto, per una questione di equilibrio universale superiore, è quasi impossibile che anche la prossima razione di sfiga cosmica sia destinata a me.

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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Caro Babbo…

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Caro Babbo Natalo,
come ti avrebbe appellato l’Abatantuono di qualche decennio fa, so che forse è un po’ tardi per scriverti, ma ho preferito aspettare che tu finissi di sbrigare il tuo compito più importante: portare i doni ai bimbi.

Non che io sia mai stata uno stinco di santa, ma proprio non mi era parso di essere stata tanto una cattiva persona quest’anno.
Visto quel che mi hai portato, però, il dubbio inizia a sorgermi: analisi peggiorate, nuove terapie con effetti collaterali sempre più manifesti e fastidiosi, un consulto obbligato con la dietista, nel tentativo di salvare un fegato a cui la buona volontà non sembra più essere sufficiente per smaltire tutte le scorie che gli vengono rifilate, chimiche o biologiche che siano.

Ora la sto buttando un po’ sul ridere, ma la verità è che è sempre più difficile mantenere un approccio positivo e ottimista alla situazione.
È difficile alzarti la mattina e non riuscire a vestirti perché quanto rimasto dei muscoli delle gambe non si alza abbastanza per infilare i piedi nei pantaloni, mentre quelli delle braccia non riescono a stare sollevati nemmeno il tempo necessario a pettinarti quei quattro capelli che ti sono rimasti in testa, se non al prezzo di dolori che, di sicuro, non aiutano a iniziare bene la giornata.
È difficile doverti portare l’utile in borsa, ma poterlo fare solo a patto di rinunciare al dilettevole, perché non riesci più a sostenerne il peso: scegliere i libri in base al loro spessore e non al loro contenuto, perché non puoi sacrificare la bottiglietta d’acqua, le salviettine o la cartellina coi documenti medici. Frustrante.
È difficile sentirti dire che il tuo fegato proprio non sta bene, nonostante tu, negli ultimi tre anni, non abbia raggiunto le dieci mangiate di fritto e non abbia mai bevuto più di un paio di birre medie al mese, spesso neanche quelle.
È difficile ritrovarmi di nuovo a non poter guidare, ma non solo, ad avere addirittura problemi a salire e scendere dalle auto delle anime pie che si offrono di scarrozzarmi, costringendole ad assistere ad acrobazie surreali, come se la rinnovata totale mancanza di autonomia non fosse già abbastanza.
È difficile cercare un nuovo lavoro che si adatti alle tue limitazioni di salute senza che nessuno te le riconosca in modo ufficiale. Rinunciare a cose che ti piacerebbe fare, ma su cui non ti puoi più permettere nemmeno di fantasticare, e cercare solo fra le offerte che si adattano alle tue possibilità, per poi vedertele negare a fronte di leggi attualmente in vigore, che non prevedono che qualcuno possa mettere nero su bianco che determinate mansioni ti spetterebbero di diritto.
È difficile smettere di essere il lampante risultato dello stile di vita che hai scelto di condurre, per diventare solo una conseguenza approssimativa e sfuocata del regime farmacologico che segui.

È difficile, più di ogni altra cosa, stare a guardare un intero squadrone di medici che brancolano nel buio, dando l’impressione di non avere la minima idea di quel che fanno, vederti trattare come una vera e propria cavia, sentirti dire che “Non esistono più i pazienti di una volta”, quelli in cui esami e sintomi avevano una corrispondenza che portava a diagnosi facili e, spesso, risolutive.

E allora, caro Babbo Natalo, cosa avrò mai fatto di tanto terribile da meritare cotanta ritorsione da parte tua? E che ne diresti di concordare un congruo conguaglio per l’anno prossimo?
Perché, se questi sono i risultati del mettercela tutta per “fare la brava”, chi me lo fa fare? Tanto varrebbe darsi ai bagordi e vivacchiare, malaticcia sì, ma almeno felice e soddisfatta.

Detto tutto questo, per dimostrarti che non c’è nulla di personale nelle mie recriminazioni, ti dedico il mio personale tormentone delle feste 2016, nella speranza che ti strappi un sorriso e, magari, ti corrompa a essere un tantino più magnanimo nel 2017.

 

 
 

Rompiamo il Silenzio!

 
 

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